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Come sta la civiltà occidentale?

agosto 8, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

di Daniel Pipes – 

 

Eliminare i corsi sulla civiltà occidentale è uno dei numerosi cambiamenti radicali attuati negli ultimi decenni in seno al mondo accademico americano. Simbolicamente, il cambiamento ha avuto inizio nel gennaio del 1987, quando  Jesse Jackson guidò gli studenti della Stanford University, i quali, in una farsesca manifestazione con profonde implicazioni, scandivano slogan del tipo  “Ehi-ehi, oh-oh, la cultura occidentale deve sparire”.

E così è stato. Quegli studenti, scrive Stanley Kurtz in The Lost History of Western Civilization [La storia perduta della civiltà occidentale], non soltanto sono riusciti “a smantellare il corso obbligatorio della Stanford sulla storia e sulle grandi opere della civiltà occidentale (…) ma hanno contribuito ad avviare un movimento ‘multiculturalista’ che ha spazzato via i corsi sulla civiltà occidentale nella maggior parte dei college americani e a fissare i termini delle nostre battaglie culturali per i decenni a venire”.

I corsi sulla civiltà occidentale sono importanti perché aiutano il cittadino e l’elettore intelligente a comprendere tre argomenti: come sono andate le cose; cosa effettivamente funziona e cosa no; e il posto dove inserirsi nel mondo. La soppressione di tali corsi rende i leader di domani meno capaci. 

Alla fine degli anni Settanta, molto prima che Jesse Jackson manifestasse a Palo Alto, io ho insegnato a questo corso adottando come libro di testo History of Western Civilization: A Handbook [Storia della civiltà occidentale: Un manuale] (University of Chicago Press, 1969) di William H. McNeill,  mio mentore. Solo a posteriori, dopo aver assistito alla diffusione del multiculturalismo, ora comprendo lo spirito di fiducia culturale di McNeill. Egli ha passato tranquillamente in rassegna i grandi avvenimenti, ha postulato spontaneamente l’importanza dell’Europa e delle sue propaggini, ha ribadito senza esitazione i successi europei e li ha ritenuti indiscutibilmente positivi.

Nell’era post “oh-oh”, tuttavia, mi viene da pensare che una storia non multiculturale della civiltà occidentale deve senz’altro occuparsi diversamente dell’argomento: non si può mantenere il distacco di McNeill, ma ci si deve lanciare nella mischia e combattere questo nuovo nemico. Ma come? Cercando un esempio di un libro del genere, mi sono imbattuto nell’importante studio del 2014 di Rodney Stark, How the West Won: The Neglected Story of the Triumph of Modernity [La vittoria dell’Occidente: La negletta storia del trionfo della modernità, Lindau, 2017].

Il titolo stesso segnala una risposta ambiziosa, audace, baldanzosa e pugnace al multiculturalismo. Mentre McNeill dedica decine di pagine alla Russia, Stark la menziona solo due volte incidentalmente. La Russia non ha alcun ruolo in La vittoria dell’Occidente. Il Rinascimento ottiene diciassette pagine nel volume di McNeill, ma Stark non ne fa alcuna menzione, trovandolo irrilevante per la sua narrazione. Lo stesso dicasi per Napoleone, con McNeill che gli dedica dodici pagine e Stark che non fa alcun cenno. Al contrario, McNeill strizza l’occhio all’oro e all’argento dell’Impero spagnolo, mentre Stark  dedica loro sei pagine. In modo meno evidente, Stark promuove un messaggio filocristiano estraneo a McNeill, ma che corrisponde perfettamente a questa era di scontro di civiltà.

Inoltre, al contrario di McNeill, che ignora tranquillamente altri storici e le loro interpretazioni, Stark spesso mette apertamente in discussione la questione con alcuni elementi della saggezza convenzionale ma fuorviante, sia che si tratti del valore della cultura vichinga o del ruolo del Cristianesimo nell’ascesa dell’Occidente. Nel corso di tali dispute, Stark se la prende con intellettuali di spicco come Fernand Braudel, Henri Pirenne e Max Weber. Se McNeill fa affidamento sui suoi predecessori, Stark li sfida. McNeill scrive una storia basata sul consenso, Stark una storia revisionista.

Nel dettaglio, Stark ignora il predominante spirito anti-occidentale del mondo accademico e definisce la modernità un insieme di progressi che contraddistinguono l’Occidente. Ad eccezione di alcuni “dettagli”, Stark osa asserire che la modernità “è interamente frutto della civiltà occidentale Andando ancora oltre, egli sostiene che “quanto più le altre culture non sono state in grado di adottare almeno gli elementi principali della cultura occidentale, tanto più sono rimaste arretrate e povere”. Stark non fa concessioni. È un trionfo dell’Occidente.

In che modo si è arrivati a questo trionfo è l’argomento del suo libro scritto in modo accurato e dal ritmo incalzante. L’opera merita di essere letta integralmente, ma ecco un assaggio di alcuni punti salienti:

“È successo molto poco” negli antichi imperi. Disturbati soltanto dalla repressione di rivolte occasionali, governanti capricciosi e predatori estorcevano impietosamente lavoro e ricchezza dai loro sudditi oppressi.

La Grecia classica è uscita dai canoni con le sue piccole e indipendenti città-Stato che abbracciavano più mari come “rane intorno a uno stagno”. I loro efficaci metodi di guerra, basati su degli uomini liberi che lottavano per le proprie famiglie, conferirono loro la libertà di sviluppare idee straordinarie in ambiti così diversi come l’economia, l’arte e la filosofia.

Queste idee influenzarono quegli ebrei che si muovevano nell’orbita culturale greca. I due sforzi si fusero nel Cristianesimo, una versione ellenizzata e universalizzata dell’Ebraismo. “Era un concetto ebraico di Dio pienamente sviluppato (…) che ha modellato la teologia cristiana ed è alla base dell’ascesa dell’Occidente”. Su questa base, la filosofia greca ha aggiunto la ragione e la logica. Il mix ha prodotto un’idea singolare di progresso, qualcosa che non si trova in nessun’altra civiltà. La scienza, a sua volta, ha avuto origine “perché la dottrina del creatore razionale di un universo razionale ha reso possibile la ricerca scientifica”.

Contrariamente a quegli storici che attribuiscono la predominanza dell’Europa alla sua geografia o a ad alcune invenzioni come le armi da fuoco o il capitalismo, Stark si sofferma sul primato delle idee e sulla tradizione giudaico-cristiana in seno a tali idee. In quello che forse costituisce il passaggio chiave di La vittoria dell’Occidente, Stark afferma che “il concetto cristiano di Dio come creatore razionale di un universo comprensibile (…) ha continuamente spinto l’Occidente lungo la strada della modernità”. Si riesce quasi a sentire il bavaglio dei multiculturalisti.

Alla fine, nuovi imperi estinsero questi elementi singolari della civiltà, primo fra tutti il fosco Impero romano, che Stark respinge considerandolo “nella migliore delle ipotesi una pausa nell’ascesa dell’Occidente, e più probabilmente (…) una battuta d’arresto”. I repressivi Romani non eccellevano nell’innovazione, ma nel successo tecnologico, frutto della combinazione del dominio politico e dell’ampia disponibilità di lavoro forzato a basso costo. Uno dei più grandi di questi successi, il Colosseo, fu teatro di circa 200 mila omicidi, simbolo appropriato della sua anima desolata.

Il piacevole sentimento di repulsione che prova Stark nei confronti degli imperi lo conduce, in maniera poco convenzionale a celebrare la cosiddetta distruzione dell’Impero romano da parte dei Barbari e la ripresa del “glorioso viaggio verso la modernità”. I “secoli non così bui” che vanno dal 400 al 1000 d.C. segnarono un’epoca in cui più di un migliaio di entità politiche indipendenti emersero in Europa e generarono un’era benedetta dalla diversità culturale e dalla mancanza di unità politica. Questa situazione che si era venuta a creare “consentì una sperimentazione sociale su piccola scala e scatenò una competizione creativa”. Con la scomparsa dell’élite parassitaria romana e dei suoi lussi pagati da imposte oppressive, ne risultò un livello di vita più elevato per le masse, come dimostrato dal miglioramento della qualità del cibo e dai corpi più robusti.

In effetti, quell’epoca fu una delle più innovative di sempre, poiché segnò l’inizio dei “progressi tecnologici e intellettuali dell’Europa che la posero in una posizione di vantaggio rispetto al resto del mondo”. Tra gli esempi, si notino l’aratro pesante, i finimenti per cavalli, i mulini ad acqua, i velieri e una tecnologia militare senza pari. Il commercio s’intensificò. Le conquiste culturali annoveravano la pittura a olio, la musica polifonica e le altissime cattedrali. Il tardo Medioevo vide ulteriori sviluppi notevoli, tra cui l’abolizione della schiavitù, l’ascesa del capitalismo (che fece la sua comparsa nel IX secolo nei grandi monasteri) e gli inizi della democrazia rappresentativa.

Stark collega in modo sorprendente la tecnologia agli sviluppi storici, come suggerisce questa frase non atipica: “Un certo numero di innovazioni può essere plausibilmente attribuito alla Piccola Era Glaciale [1350-1850 d.C. circa]: vetri per le finestre, controporte, sci, pattini da ghiaccio, occhiali da sole, (…) liquori distillati, pantaloni, indumenti di maglia, bottoni e camini”. Facendo una divagazione interessante, Stark collega l’uso del camino alle piccole stanze, e questo ha portato il sesso a evolversi da attività semipubblica ad attività privata.

La teologia, di solito screditata e considerata un’attività svolta da religiosi, qui viene celebrata. Nel tentativo di studiare la natura di Dio e delle sue relazioni con gli uomini, Stark sostiene che i suoi studiosi, gli scolastici, “fondarono le grandi università d’Europa, formularono e insegnarono il metodo sperimentale e avviarono la scienza occidentale”. Dalla creazione della prima università di Bologna nel 1088, queste istituzioni cercarono di andare oltre la saggezza ricevuta: apprezzando l’innovazione, enfatizzarono l’empirismo. La libertà accademica sorprendentemente ebbe origine nel 1231, quando il papa esentò l’Università di Parigi dal controllo delle autorità civili.

Contrariamente a questo omaggio alle istituzioni medievali d’insegnamento, Stark respinge la “rivoluzione scientifica” degli anni 1550-1700, che considera un’impostura “inventata per screditare la Chiesa medievale”. Ad esempio, egli mostra come l’eliocentrismo copernicano, secondo cui è la Terra che gira attorno al sole, non ebbe origine in quell’epoca, ma è frutto di tre secoli di ricerca e di innovazione da parte di preti e monaci come Robert Grosseteste, Giovanni di Sacrobosco, Albertus Magnus, Roger Bacon, Campano di Novara, Teodorico di Friburgo, Thomas Bradwardine, Guglielmo di Ockham, Jean Buridan [Giovanni Buridano], Nicole Oresme, Alberto di Sassonia, Pierre d’Ailly e Niccolò da Cusa.

Su un piano più pratico, Stark riconduce la rivoluzione industriale all’Europa medievale così come  “l’ascesa del sistema bancario europeo, le elaborate reti produttive, le innovazioni rapide in campo tecnologico e finanziario, e una rete molto attiva di città commerciali”. Di fatto, questa “rivoluzione” fu più un’evoluzione che ebbe inizio in Inghilterra con la meccanizzazione dell’industria tessile avvenuta circa mille anni fa. In particolare, il periodo che va dal 1200 al 1500 conobbe progressi tecnologici “notevoli” in settori chiave come la metallurgia, l’ingegneria navale e gli armamenti.

Anziché affermare che la convenzionale rivoluzione scientifica del 1550-1700 raggiunse la maturità in questa epoca, Stark sostiene che fu la scienza a farlo, rimarcando due punti. Innanzitutto, si trattò di un fenomeno prettamente europeo: ad esempio, mentre molte civiltà avevano l’alchimia, “solo in Europa l’alchimia si trasformò in chimica”. In secondo luogo, la maggior parte degli scienziati di spicco erano dei ferventi cristiani impegnati a comprendere le motivazioni del Progettista intelligente. In altre parole, come in epoca medievale, “il Cristianesimo fu essenziale per l’ascesa della scienza”. In effetti, “la concezione giudaico-cristiana di Dio incoraggiava e richiedeva perfino” una ricerca scientifica.

Questi progressi fornirono agli europei i mezzi per andare in giro per il mondo, dediti al commercio e alla conquista. Per prima cosa, costeggiarono l’Africa, poi si avventurarono nell’Atlantico, e infine solcarono i vasti oceani, e navigarono intorno al mondo.

Il maggiore impatto immediato di questi viaggi derivò dall’immenso tesoro che si aggiudicò la dominazione spagnola dell’America centrale e del Sud. Stark, tuttavia, reputa l’Impero spagnolo illusoriamente ricco, essendo basato su una riserva quasi inesauribile di oro e argento, ma non sulla vera ricchezza; pertanto, la Spagna fu creata per rimanere una “nazione feudale, sottosviluppata”.  Il denaro gratuito non compensò i costi del suo impero, che “prosciugò la ricchezza” della Spagna. Col passare del tempo, l’impero capitalista olandese e quello britannico surclassarono la Spagna.

Poi, fece seguito la fase ascendente della rivoluzione industriale, quando la produttività agricola, l’energia a buon mercato, i bassi tassi di natalità, i salari elevati e le prospettive commerciali incentivarono i britannici a costruire macchine che potessero sostituire “l’uomo come principale mezzo di produzione”. Le macchine a vapore e i beni manifatturieri a basso costo consentirono un innalzamento del tenore di vita, la longevità raddoppiò ed ebbe inizio l’urbanizzazione di massa. Fu allora che gli Stati Uniti arrivarono a prendere il posto della Gran Bretagna come leader sul piano delle risorse, dell’istruzione, dei salari, dell’inventività, della tecnologia e della produttività. Fu così che la vita occidentale moderna culminò in un processo che era cominciato quasi tre millenni prima in Grecia.

Alla fine, il colonialismo europeo, nonostante tutti i suoi problemi, diffuse la modernità – in particolare, l’istruzione e lo Stato di diritto – in gran parte del mondo, migliorando così la qualità della vita dei colonizzati. Paradossalmente, sebbene il colonialismo beneficiasse di alcuni elementi nei centri imperiali, nel complesso “fu una causa persa” per l’europeo medio. Più in generale, durante l’apice del colonialismo, dal 1870 al 1914, “le nazioni europee in toto persero il loro denaro nelle colonie”.

Stark conclude la sua opera La vittoria dell’Occidente scrivendo; “Non c’è dubbio che la modernità occidentale ha i suoi limiti e i suoi malcontenti. Eppure, è di gran lunga migliore delle alternative di cui siamo a conoscenza, non solo, o persino soprattutto, a causa della sua tecnologia d’avanguardia, ma anche del suo fondamentale impegno per promuovere la libertà, la ragione e la dignità umana”. Lo studio brillante, corposo e piacevole di Stark risponde mirabilmente all’odio di sé e alla misantropia piena di sensi di colpa  del multiculturalismo.

Avendo il sottoscritto insegnato questa materia ai bei vecchi tempi, mi rendo conto che gli accoliti di Jesse Jackson hanno inavvertitamente reso la civiltà occidentale un argomento più appassionante rispetto a prima. Ora gli studenti devono beneficiare di questo nuovo spirito. La sfida consiste nell’integrare libri come La vittoria dell’Occidente nei programmi di studio universitari, dove ha ancora molta strada da fare. Open Syllabus Explorer lo trova elencato in soli tre corsi universitari negli Stati Uniti

Academic Questions – Autunno 2020 – Traduzione a cura di Angelita La Spada

http://www.danielpipes.org/19640/how-fares-western-civ

 

 

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