MENU

I’osmosi tra religione e politica nell’Islam

agosto 4, 2020 • Agorà, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Nel 1938, il filosofo Eric Voegelin pubblica il saggio Die politischen Religionen, dove conia l’espressione «religione politica» per identificare i movimenti totalitari del suo tempo e i regimi che hanno edificato.

Il concetto di «religione politica», e altre categorie del pensatore tedesco, possono essere impiegate per comprendere meglio l’Islam e le sue manifestazioni fondamentaliste e jihadiste. Per farlo, bisogna andare rapidamente e senza pretese di esaustività alla radice del fondamentalismo islamico contemporaneo, sunnita in particolare. Il primo a parlare della necessità dell’Islam di purificarsi e ritornare ai fondamenti, che definivano l’età dell’oro del Profeta Maometto e dei successivi quattro califfi è stato Jamal al-Din al-Afghani.

al-Afghani fu un pensatore religioso iraniano di origini, presumibilmente, afghane. Viaggiò a lungo in Oriente e in Egitto, dove si avvicinò ai movimenti nazionalisti e panarabi. Il suo modernismo teologico, che mirava a smuovere culturalmente il mondo islamico, lo condusse su posizioni radicali e anticolonialiste. 

 Nel pensiero di al-Afghani, l’aspirazione a una «purificazione» e a un «rinnovamento» dell’Islam si salda a una polemica contro il colonialismo europeo e a una volontà combattente marcatamente anti-occidentale e anti-ebraica. 

Le sue riflessioni aprono la via al fondamentalismo islamico del presente. Nel solco tracciato dal pensiero di al-Afghani si muovono Hasan al-Banna, fondatore del movimento politico-religioso dei «Fratelli musulmani»; Abu al-A’la Mawdudi, anch’esso fondatore di un movimento a carattere teopolitico, «Jamaat-e Islami» e Sayyid Qutb, padre spirituale di Osama bin Laden. Ma le riflessioni che seguono, possono servire a capire anche l’ayatollah Ruhollah Khomeyni. 

Con l’espressione «religione politica» Voegelin voleva descrivere i movimenti ideologici e i loro inveramenti totalitari, definiti anche «religioni intramondane», chiuse al trascendente e piegate sull’immanente. Nella sua opera, traccia una storia delle religioni politiche, partendo dall’epoca del faraone Akhenaton e il suo culto del Disco solare, sino a giungere alla Germania nazista.

Voegelin individua alcuni elementi precipui delle religioni politiche: la «gerarchia», intesa come riflesso del divino; l’«ecclesia», cioè «l’ordinamento sovrano irrorato di sacralità» e l’«apocalisse», che dall’idea cristiana di rivelazione si trasforma nella fede illuminista nel progresso. 

Lo studioso tedesco individua in ogni religione politica un distacco da Dio, essendo l’ente divino degradato a elemento del mondo immanente, invece di essere mantenuto quale fondamento trascendente del cosmo. Tali caratteristiche sono sovrapponibili al pensiero dei sopraccitati teorici del fondamentalismo islamico: l’apocalisse si manifesta nella costituzione di un regno perfetto in terra, sorretto dalla Legge di Dio (la sharia) e condotto da uomini religiosi; la gerarchia e l’ecclesia sono unite nella umma, cioè la comunità dei credenti e rivelano il loro carattere intramondano nell’insistenza sulla superiorità della forza fisica della comunità dei credenti e nella volontà di convertire gli infedeli. 

Il sociologo Lazaros Miliopoulos ha scritto: «gli islamisti rivoluzionari soltanto in teoria situano Dio come sorgente di tutto il potere. In realtà, riempiono la sorgente del potere con contenuti naturali e immanenti».

Per comprendere davvero la portata dell’Islam si deve ricorrere al concetto di «gnosi». Voegelin, riflettendo sulle rivoluzioni moderne, allargherà la sua speculazione filosofica attraverso l’introduzione di tre elementi, nelle sue parole: «la componente metastatica, che in origine presupponeva un mutamento per mezzo della fede; la componente apocalittica di un mutamento nella struttura della storia; e la componente gnostica di una ricetta sul modo di realizzare il mutamento nella storia». Alla base c’è il concetto di «pneumopatologia», una distorsione della coscienza, che si manifesta come prometeismo e produce immagini falsate della realtà. 

Possiamo ora definire più chiaramente le componenti che fanno dell’Islam una fede politica non dissimile da quelle che hanno insanguinato l’Europa nel Novecento. 

In primo luogo, l’aver immaginato una seconda realtà, utopica, e la conseguente decisione di viverla a discapito di quella concreta, volontà che si rafforza ogni volta che la realtà «immaginata» entra in conflitto con la prima, quella reale. 

Questa «fuga dal reale» è alla base della mentalità tipica dei gruppi jihadisti, al punto tale che la disponibilità al martirio attesta la convinzione che la prima realtà sia meno «vera» della seconda e che, quindi, possa essere sacrificata in favore di un suo avvicinamento. 

In secondo luogo, l’aspirazione a una trasfigurazione della realtà, l’attesa soteriologica della perfezione in terra e la purificazione dagli elementi corrotti e corruttori del presente. I Pasdaran e lo Stato Islamico credono, ciecamente, che l’umanità supererà la sua attuale condizione di apostasia e infedeltà attraverso l’instaurazione della società islamica perfetta e sottomessa alla Legge di Dio.

 Trattasi di una escatologia immanentistica, che sogna di far rivivere l’età d’oro dell’Islam. Infine, come gli antichi gnostici e i moderni totalitari, l’Islam afferma di custodire la verità della storia e le conoscenze per salvare l’umanità intera.

L’Islam, al pari del nazismo e del comunismo, propone di liberare gli uomini, di salvarli dalla corruzione offrendo loro una società monolitica, pura ed eterna. Voegelin ha svelato i meccanismi delle religioni intramondane e con essi, il pericolo mortale che rappresentano per la libertà e la dignità dell’uomo. 

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »