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Duri e puri. Appunti sulla presunzione dell’innocenza

luglio 14, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza


di Mario Frascione –

Frankenhausen, Contea di Schwarzburg, 16 maggio 1525. La luce lattiginosa dell’alba svela i primi contorni di una macabra scena.

Il paesaggio ancora incerto brulica di migliaia di morti massacrati dai lanzichenecchi dei nobili tedeschi. La battaglia, cominciata due giorni prima, ha chiuso le Guerre Contadine: le rivolte, gli ammazzamenti e i saccheggi scatenati da un ramo letteralista e pauperista della Riforma protestante, appena sbocciata e subito a rischio di sfuggire completamente di mano al suo principale artefice.

Lutero, dopo ripetuti e vani richiami alla moderazione, ha rotto gli indugi e avallato la repressione armata.

Thomas Müntzer, il colto prete di Stolberg che poco dopo la battaglia concluderà a Mühlhausen la tragica ricerca della salvezza, è uno dei principali responsabili dell’incendio che ha sconvolto la Germania. 

Lo stesso Müntzer che, dalla Deutsche Demokratische Republik strettamente controllata dalla dittatura comunista di Mosca, sarà effigiato sulla banconota da cinque marchi e celebrato nel monumentale dipinto di Werner Tübke (1976-87), proprio a commemorazione di Frankenhausen.

Alla base delle rivolte di quel tempo inquieto fissato dal magistrale bulino di Dürer c’è il ricorrente anelito alla giustizia, e il ricorso alla via più diretta per ottenerla, che ha assunto una nuova forma. Quella della legittimazione divina. La ricerca della giustizia diviene un farsi giustizia, inavvertitamente sconfina nel riduzionismo manicheistico della rigida separazione tra Male e Bene, nella convinzione profonda e progressivamente allucinatoria di essere martello di Dio, attori investiti da un ruolo nell’economia della Salvezza.

Il sole della Parola sorge, e innalzandosi sul cielo tedesco brucia nel fulgore caliginoso del letteralismo i residui del dubbio. Non resta più spazio alla consapevolezza che lo stesso male che si combatte è parte ineliminabile della propria esistenza umana.

Eppure a leggerla, la Scrittura, lanciava innumerevoli moniti a non ergersi a giudici supremi e a diffidare della propria capacità di salvaguardare a lungo una integrità che sfugge alla condizione umana. Perfino il Re Davide aveva violato il comandamento facendo sua la splendida Betsabea e mandando a morire in un attacco suicida il legittimo marito, Uria l’Ittita.

L’ossessione per il Male nasce con il tormento religioso del mondo moderno. Quella che nel Medioevo era una tenzone accettata come condizione indissolubile dell’esperienza umana, fa un salto di qualità. Diviene guerra totale. 

La teologia della Riforma, ricorrendo al primato della Grazia e alla dottrina della giustificazione, cerca una via per superare di slancio la realtà del peccato e l’angoscia della dannazione. Ma il tentativo di neutralizzarne la presenza ineradicabile non riesce del tutto.

L’angoscia riaffiora col dibattito sulla predestinazione, che solo apparentemente chiude la questione. Ansiosamente si continua a cercare la conferma di essere destinati alla salvezza anziché alla dannazione eterna. Un bisogno di conferma che oggi molti stentano a concepire, ma che per un uomo del XVI secolo costituiva la fonte di un’angoscia radicale, mai del tutto risolta nel mondo riformato dei secoli successivi con un’alternanza pendolare tra puritanesimo e movimenti di risveglio evangelico.

Angoscia per la dannazione, ossessione del Male, bisogno di una giustizia radicale: potrà forse apparire strano, ma qualcosa di quel tempo lontano, di quella dimensione religiosa, resta e continua a scorrere nei tratti più esasperati del movimento Black Lives Matter e dell’integralismo laicista antioccidentale di oggi.

Attraverso il lungo ponte delle ideologie novecentesche il mito della giustizia sociale da conquistare con la rivolta, e della necessità di recuperare l’età della purezza e dell’innocenza, arriva fino al revisionismo iconoclasta odierno. 

Oggi presiede i tribunali di epurazione del linguaggio, i cui processi si celebrano sotto le insegne del progresso e dei diritti civili. È la grottesca saga che, su un altro fronte (solo apparentemente più moderato), il Politicamente Corretto imbastisce attraverso commissioni, gruppi parlamentari, istituzioni politiche e accademiche, movimenti progressisti di varia natura.

La modulazione di fondo è ancora quella del letteralismo che rinuncia all’esegesi, perde la consapevolezza che il testo sacro è un bosco intricato la cui conoscenza non si può mai possedere e in cui è altamente probabile smarrirsi. Una consapevolezza che invece l’ebraismo, se si eccettua il suo ramo ultraortodosso, si è sforzato di conservare attraverso una millenaria pedagogia dello studio e dell’interpretazione.

L’angoscia del Male che germoglia in ambito tedesco all’inizio del mondo moderno, e di cui non è facile comprendere con chiarezza le cause, investirà presto e profondamente con diverse connotazioni anche la Chiesa di Roma, attivamente e creativamente impegnata nell’elaborazione di nuove forme di costruzione delle coscienze. Gli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola ne sono un esempio.

E’ un processo lungo, come il corso di un fiume che si snoda lento e possente. Subirà ancora una svolta risoluta sulla carta geografica dello spirito umano, saldandosi con la corrente razionalista che proviene dal tardo Illuminismo. 

A questo punto gli ormeggi dalla dimensione religiosa sono sciolti, e si salpa per il viaggio definitivo verso la furia dell’ideologia, a cominciare da quel laboratorio ove tutto di colpo coagula e prende forma: la Rivoluzione Francese e il Terrore.

Qui volontà di estirpare l’errore, Salute Pubblica (ovvero presunzione di sapere cosa è il Bene per i cittadini e chi ne detiene il possesso), ragione autocratica e discorso politico si saldano per la prima volta come mai prima era accaduto. 

I fondamenti strutturali dell’ideologia nascono da questo nodo nel tempo e nello spazio. Il religioso viene sezionato e amputato con precisione chirurgica. Sade è un outsider che oltrepassa lo stesso spirito dei libertini. Per questo diviene presto inviso ai rivoluzionari. I secoli successivi partoriranno infinite e tragiche variazioni, a cui si aggiungerà il perfezionamento atroce offerto dal progresso tecnologico e industriale.

La negazione radicale della dimensione religiosa come simbolo dell’antico ordine (Ancien Régime) porta a innalzare la Ragione sull’altare della divinità. A seguire, come per l’azionamento di un inesorabile congegno meccanico, la volontà epuratrice dell’orizzonte religioso viene traslata sulla dimensione del politico. 

L’anelito alla salvezza (e perfino alla palingenesi), che permea profondamente l’Occidente moderno viene riformulato nel laboratorio dei giacobini e attecchisce sul terreno della riflessione politica successiva. 

Ormai lo spazio del Sacro e della purezza della dimensione trascendente sono da ricreare nell’esperienza del presente, artefici di se stessi, della società e del proprio futuro, della salvezza per l’umanità. La riflessione e la teoria politica depongono le tecniche terrene e umane del potere, per indossare la maschera di un Bene che non è più mutuato dall’ordine trascendente.

Non a caso nei regimi totalitari della contemporaneità la prassi dell’inquisizione assume proporzioni ben più strutturali rispetto al suo modello religioso originario. In particolar modo nei comunismi, ove la totale negazione della dimensione spirituale dell’essere umano a favore del materialismo scientifico sviluppa la necessità di un’autentica polizia dell’anima (campi di rieducazione, Stalin, Pol Pot, Cina comunista di oggi).

Quella che nel mondo classico sarebbe stata giudicata una sconsiderata manifestazione di hybris, diviene la prassi.

Da un esperimento di laboratorio nato sullo scorcio del XVIII secolo, e lungamente perfezionato dalla cultura europea nel XIX, si pongono le premesse dei totalitarismi novecenteschi.

Era stato Rousseau a codificare il Bene come qualcosa di originario e preesistente alla civiltà e alle sue strutture sociali. 

Oggi al mito del buon selvaggio si sovrappone il non-occidentale-bianco, assunto come prototipo originale di ciò che è innocente e incontaminato. Tanto più che nell’immaginario tale universo non è così lontano da una dimensione primitiva, selvaggia appunto, che costituirebbe di per sé il presupposto stesso dell’innocenza.

Ancora oggi bisogna riconoscere la necessità di uno sforzo per ricordarsi quanto radicato sia tale mito. L’uomo e la donna nudi di una qualsiasi cultura esotica non occidentale sono in piedi in qualche angolo della nostra mente, fermi al momento che precede l’assaggio dell’albero della conoscenza a cui invece noi non abbiamo saputo resistere.

Non è l’Africa delle faide tribali sanguinose, la brutale violenza delle razzie umane nei villaggi, né l’America centrale con le piramidi sulla cui sommità i cuori vengono strappati da uomini vivi ciò che ci viene in mente quando pensiamo al colonialismo.

Perfino dello schiavismo si vede soltanto la parte finale della tratta (e limitata ai secoli trascorsi), tralasciando sistematicamente di occuparsi di chi procacciava la merce umana e di chi ancora oggi possiede e gestisce gli esseri umani come cose.

Tendiamo a vedere tutto il Bene e la purezza nei conquistati e tutto il Male e la colpa nei conquistatori. Obliteriamo completamente l’apporto positivo portato dall’Occidente.

 

Ignoriamo deliberatamente gli sviluppi spesso catastrofici dell’indipendenza di molti Paesi che dall’occupazione occidentale sono passati alla mercé di efferati e sanguinari dittatori autoctoni, affamatori di popolo con impensabili conti correnti esteri.

Tentare di ricordare questi aspetti naturalmente non implica una celebrazione del colonialismo o l’intenzione di sminuirne le responsabilità, bensì auspicarne una rilettura più argomentata e meno ideologica. 

Ma questi argomenti probabilmente soccombono davanti ai picconi e alle manifestazioni infuriate del presente.

L’origine delle spinte di un certo antirazzismo in stile Black Lives Matter, che dalla violenza simbolica sulle statue passa non di rado a quella fisica nei confronti di cose e persone, affonda parte delle sue radici in Rousseau, nel suo rigetto delle strutture della società a favore della superstizione di una innata bontà umana.

Il movimento attuale delle proteste ha anche una profonda affinità col maoismo, benché oggi manchi il culto di un capo-feticcio il cui eterno ritratto sia appeso ovunque. 

Tornano però rimozione dei simboli della cultura del passato e delle opere d’arte che lo potrebbero evocare, epurazione del linguaggio e della storiografia, ridefinizione dei valori, aggiungendo le varianti del presente con immigrazionismo, teoria del gender, crociate contro sessismo e l’omofobia.

Il Bene, come per Rousseau, è ormai tutto trasferito presso l’Altro. Se la nostra civiltà partorisce orrori, coloro che non ne sono toccati o la subiscono incarnano necessariamente la purezza. 

Un secolo più tardi per Marx le guerre contadine della Germania sono un significativo ma ancora del tutto acerbo episodio di una storia progressiva verso il paradiso ultimo della dittatura del proletariato.

Mentre ai giorni nostri leggiamo attoniti che l’apertura degli scacchi spettante al bianco potrebbe essere una manifestazione di razzismo, le statue vengono divelte, decapitate o imbrattate. 

Molti film e opere d’arte cominciano a essere motivo di imbarazzo e rimossi, dilaga la religione laicista dei diritti, in base alla quale si cerca di aprire la strada all’idea che il proprio genere sessuale non sia un dato che ciascuno si ritrova come il colore della pupilla o dei capelli, ma possa essere scelto, preso e riposto a seconda delle circostanze. Come si sceglie un vestito per la prossima stagione. 

Viviamo un tempo in cui è tornata, prepotente e sinistra, una volontà di purezza e purificazione: della storia, del linguaggio, delle immagini, perfino della toponomastica. Le parole che abbiamo usato diventano proibite, le titolazioni delle nostre strade vengono sostituite, perfino le opere d’arte dei musei cominciano a essere riposte come eretiche. Un malinteso progressismo spinge al rifiuto di quanto la nostra civiltà ha prodotto. Alla sua base però rimangono sempre i tre pilastri: ossessione per il Male, volontà di giustizia-salvezza attraverso lo strumento di una dispotica Ragione, pianificazione politica.

Il Marcuse della grande contestazione risorge. Jung continua a essere ignorato, negletto il suo lascito sull’Ombra, sul suo ruolo, sulla pericolosità fatale di volerla eliminare. 

Mentre la psicoanalisi che dovrebbe ricordarlo al mondo, sorda al monito di James Hillman (Il mito dell’analisi), si è smarrita nella presunzione delle proprie prassi o nello scadimento a farmacopea della psiche.

Si va spegnendo la volontà di decostruire i propri miraggi, specialmente quelli che hanno per oggetto il Bene, la Salvezza, la Giustizia. Specie se sono troppo promettenti.

Sembra che il nostro soggiorno presso l’isola di Circe sarà lungo. Itaca è lontana.

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