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Narodni dom: oltre la retorica

luglio 3, 2020 • Politica, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Il 13 luglio, il Presidente della Repubblica si appresta a compiere due atti anti-italiani mascherati da «riconciliazione». Sergio Mattarella donerà alla Slovenia, che sarà rappresentata dal presidente Boris Pahor, l’edificio denominato Narodni Dom (Casa del Popolo). 

L’immobile, il cui valore è stimato intorno ai 13 milioni di euro, cento anni fa venne incendiato dalle squadre fasciste poiché ospitava le organizzazioni delle comunità slave di Trieste. Sembrerebbe, dunque, un gesto di pace e concordia, ma le cose non stanno così. 

Il Narodni Dom venne incendiato come rappresaglia per gli incidenti di Spalato, episodi di violenza contro gli italiani che culminarono con l’uccisione del comandante dell’ariete torpediniere «Puglia» Tommaso Gulli e del motorista Aldo Rossi. Le due vittime erano parte di una squadra di soccorso inviata nella città dalmata in sostegno alla comunità italiana, al centro di una serie di violenze e vandalismi organizzati. 

Furono proprio gli incidenti di Spalato a provocare la mobilitazione di piazza del 13 luglio del 1920 a Trieste, indetta da Francesco Giunta, segretario del Fascio della città adriatica. Durante il comizio di Giunta, un giovane diciassettenne italiano, Giovanni Nini, che aveva inneggiato alla Dalmazia italiana, fu accoltellato a morte da un nazionalista sloveno. La notizia dell’omicidio scatenò la folla e un corteo si diresse verso il Narodni Dom. 

L’edificio venne scelto perché era il centro di propagazione del nazionalismo sloveno marcatamente nemico degli italiani. Lo stabile aveva ospitato il giornale Edinost, che già nel 1911 si proponeva la «riduzione in polvere» dell’italianità di Trieste. Quando i manifestanti fascisti giunsero davanti al Narodni Dom, trovarono quattrocento soldati italiani, che avevano circondato l’edificio con il compito di difenderlo secondo le disposizioni della questura. 

La folla fu costretta ad arrestarsi, ne seguì un nuovo comizio di Giunta, ma dalle finestre dell’edificio fu lanciata almeno una bomba a mano e furono sparati diversi colpi di arma da fuoco contro la folla radunatasi in basso. Solo a quel punto iniziò la legittima difesa dei soldati italiani che risposero al fuoco provenienti dal Narodni Dom. Durante la sparatoria, le squadre fasciste forzarono le porte e appiccarono l’incendio, che non causò alcuna vittima diretta. 

La reale dinamica dei fatti restituisce un quadro differente rispetto a quello alimentato dalla propaganda slovena e dalla sinistra italiana. Non si trattò di un atto di squadrismo verso innocenti, ma l’esito di uno scontro tra i militari italiani aggrediti e terroristi slavi aggressori. Cedere quell’immobile alla comunità slovena significa cedere al revanscismo slavo mai sopito. La minoranza slovena di Trieste ha già ricevuto, a titolo di risarcimento, il Teatro Stabile Sloveno e incassa, annualmente, copiosi finanziamenti dallo Stato italiano e dalla regione Friuli-Venezia Giulia. 

Il secondo atto anti-italiano del presidente Mattarella riguarda la commemorazione delle vittime delle foibe a Basovizza e al contiguo Monumento ai Caduti di Basovizza, ovverosia a 4 fucilati nel 1930 per terrorismo. Francesco Marusic, Milos Zvonimiro, Ferdinando Bidovec e Luigi Valencic furono condannati a morte per una serie di attentati dinamitardi contro civili italiani. Erano membri di una cellula terroristica jugoslava in stretto contatto con Lubiana, chiamata «Borba». Il 10 febbraio 1930 misero una bomba nella sede de Il Popolo di Trieste, che uccise il ventiseienne Guido Neri e ferì gravemente altri tre dipendenti del giornale. Il 1 marzo diedero alle fiamme le scuole di Sgonico, a Trieste. Il 25 marzo quelle di Cattinara ma la miccia era difettosa e si spense. 

Viene da chiedersi se è necessario commemorare insieme e, simbolicamente, mettere sullo stesso piano i Martiri delle Foibe e dei terroristi anti-italiani. Il presidente Mattarella, il 13 luglio, compirà un gesto di sottomissione al nazionalismo sloveno, che non incarna la volontà degli italiani e che ignora le numerose lettere di protesta inviate alla Presidenza della Repubblica dalle associazioni dei parenti delle vittime della persecuzione slava. 

Ci auguriamo che il presidente Mattarella, massima carica dello Stato italiano, riveda le sue, dubbie, scelte.

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