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La censura cinese contro i manga

luglio 3, 2020 • Agorà, z in evidenza

 

di Nathan Greppi –

Non è passato inosservato, a fine maggio, l’annuncio che in autunno uscirà l’ultima stagione del celebre anime L’attacco dei giganti. La serie, tratta da uno dei manga di maggior successo dell’ultimo decennio, viene vista da milioni di fan sparsi in tutto il mondo, e il video al termine della terza stagione ha creato non poche aspettative.

Tuttavia, non tutti sanno che vi è un paese importante, la Cina, dove sia il manga che l’anime (il cartone tratto dal fumetto manga, ndr) sono stati da anni messi all’indice, pur avendo riscosso negli anni un considerevole successo tra i giovani cinesi. Questo non è un caso: nel paese sono molti i fumetti e i cartoni giapponesi che, nel corso degli anni, hanno subito censure, quasi sempre per ragioni politiche.

Facciamo un passo indietro: è nel giugno 2015 che il Ministero della Cultura cinese stilò una lista di 38 cartoni giapponesi di cui fu vietata la riproduzione online nel paese, in quanto secondo il governo “incoraggiano la delinquenza giovanile, glorificano la violenza e contengono materiale sessuale.” Inoltre, lo stesso presidente Xi Jinping affermò che andavano promossi solo prodotti artistici “in linea con i valori fondamentali del socialismo.”

A seguito della direttiva, 8 siti di streaming cinesi sono stati chiusi, e altri 29 hanno ricevuto multe o avvisi. Tra gli anime nella lista compaiono, oltre a L’attacco dei giganti, altre serie di grande successo come Death Note e Tokyo Ghoul. 

Nel primo caso, ciò in parte è dovuto al messaggio vagamente politico della trama: la storia è ambientata in un mondo post-apocalittico dove gran parte dell’umanità è stata sterminata da misteriosi giganti, che si nutrono di carne umana.

I pochi superstiti si rifugiano in un sistema di fortificazioni dove vivono tranquilli fino al giorno in cui i giganti riescono a sfondare le mura e a compiere una nuova strage. Il protagonista, Eren Jaeger, è un giovane che sogna di esplorare il mondo fuori dalle mura, ma dopo che la madre viene uccisa da un gigante decide di vendicarsi di loro, arruolandosi nell’esercito pochi anni dopo.

La storia può sembrare innocua, ma l’autore, Hajime Isayama, è stato duramente criticato poiché a detta di molti gli spietati giganti sarebbero una metafora della Cina, vista come una minaccia per il Giappone. Una teoria, questa, in parte confermata nel corso della terza stagione. Un’altra censura analoga, avvenuta invece a febbraio di quest’anno, riguarda un altro manga di successo, My Hero Academia; ciò è avvenuto poiché il nome Maruta di uno dei personaggi era anche un termine usato durante la Seconda Guerra Mondiale, per indicare crudeli esperimenti condotti dall’esercito giapponese in Cina. Ciò spinse l’autore Korei Horikoshi e l’editore Shueisha a cambiare il nome del personaggio.

Va detto che anche in Occidente ci sono stati diversi casi di censure di manga e anime, seppur per altre ragioni: ad esempio, in manga come One Piece e Bleach sono stati in passato censurati simboli che richiamavano svastiche, spesso presenti poiché in Giappone è un simbolo buddista, senza alcun legame con il nazismo. 

In Italia sono stati spesso censurati termini legati alla religione; nella versione italiana di Death Note il protagonista Kira viene chiamato da un suo sottoposto “maestro” anziché “Dio” come nella versione giapponese, mentre in One Piece l’appellativo con cui viene chiamato l’antagonista Ener viene cambiato da “Dio” a “Il Supremo”, e un caso analogo si verificò anche in Dragon Ball.

C’è chi sostiene che questo sia uno dei motivi per cui l’anime di Bleach, serie interamente incentrata sugli shinigami (“Dio della morte” in giapponese), entità tipiche del folklore giapponese, non è mai stato doppiato, nonostante anni fa Mediaset ne avesse acquisito i diritti.

In conclusione, si sbaglia chi pensa che i manga e gli anime siano solo prodotti infantili senza un valore artistico: essi hanno avuto un peso non indifferente nella cultura pop mondiale degli ultimi decenni e, cosa ancor più importante, spesso devono affrontare anche la censura di stato per affermarsi.

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