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Il Bastione necessario

giugno 25, 2020 • Agorà, z in evidenza

di Niram Ferretti –

Bigger than life, Donald Trump lo è sempre stato. Spaccone, costruttore playboy, cultore impenitente dell’eccesso di se stesso, rodomonte un po’ gaglioffo. Era tutto questo ma non ancora il compimento. A sua insaputa, sotto la scorza degli eventi, si preparava la sua entelechia, la forma piena, la presidenza degli Stati Uniti.

Quando, nel 2016, entra nell’agone, iniziano gli sberleffi, l’incredulità monta come panna fino a spappolarsi cedendo all’imporsi dei fatti. Trump diventa il candidato presidente. Lo sgomento di molti, tra cui una notevole parte del Partito repubblicano ne prepara uno maggiore quando agguanta il basto del comando e si insedia alla Casa Bianca. Da quel momento, l’offensiva dei troni e dei potentati avversi, già assai attiva durante la campagna elettorale giunge all’ennesima potenza, senza mai mollarlo, cercando in ogni modo di abbrancarlo. 

A Davos, nel 2017, subito dopo la sua vittoria, uno dei massimi sacerdoti del Mondo Nuovo, il filantropo messianico dal cognome palindromico, George Soros, preconizza un futuro fosco per gli Stati Uniti: lacrime e sangue. Non avendo vinto la sua beniamina Hillary Clinton, afferma che con Trump potranno solo calare le tenebre. Che egli stesso agisca affinché esse calino, non solo è giusto, è del tutto necessario. 

Le parole d’ordine contro l’Usurpatore, colui che succede al Regno magico della Concordia, al presidente afroamericano soigné e felpato, sono state già forgiate nelle fucine prima che Soros si presenti a Davos. Tutte di bassa lega funzionano proprio per questo, non interpellano intelletti fini, ma la pancia, gli istinti animaleschi, “razzista”, “sessista” “fascista”, “dittatore”. Chiunque può usarle come corpo contundente, sono state create apposta a questo scopo. La corruzione del linguaggio è necessaria ai lestofanti, serve perfettamente la loro agenda. Più il linguaggio è vile più diminuisce la fatica del concetto. L’Australopiteco non cogita eccessivamente, preferisce andare presto al sodo. Karl Kraus ha squadernato in modo mirabile questa tecnica ne La Terza Notte di Valpurga, mostrando come la regressione della lingua è propedeutica alla barbarie. 

Subito dopo che Trump assume il ruolo politico più importante del pianeta, fanno seguito marce, proteste, l’indignazione ben orchestrata sembra non avere fine. A Washington si riversano pussies, alcune miliardarie come Madonna e Jane Fonda, che hanno costruito la loro fortuna proponendosi come oggetto di desiderio per il maschio. Accusano Trump di trattare le donne come balocchi e merce. Loro. Come i libertini che decantano le virtù, si presentano in piazza senza provare vergogna alcuna. 

Seguiranno altre proteste, altre indignazioni, come quella contro il decreto anti-immigrazione, testo nella prima stesura assai raffazzonato, poi perfezionato nella seconda versione, bloccato da giudici entrambe le volte per poi venire definitivamente giudicato costituzionale dalla Suprema Corte. 

Nel mentre si prepara il Russiagate, la grande mongolfiera della fuffa. Secondo gli accusatori Trump sarebbe  stato vincitore in virtù dell’operosità di Mosca. Una volta che la mongolfiera cade a terra floscia appare l’Ucrainagate, altra mongolfieria che produrrà un tentativo di impeachment nato morto in culla. L’impeachment zombie prosegue fino al Senato dove viene rispedito nella tomba. 

Arriviamo a giorni più recenti. All’epidemia di iconoclastia che vorrebbe rimuovere il passato, rifare la storia, divellendo dai cippi le statue di chi viene reputato oppressore dei neri, schiavista e razzista. Ad accendere la miccia è l’uccisione di un pregiudicato di colore, George Floyd, da parte di un agente. Trump non viene additato come responsabile, ma è chiaro che tutto quello che si scatena come conseguenza in numerose città americane, i saccheggi, le violenze, il clima al calor bianco, è indicato dai media progressisti come una inevitabile conseguenza della sua presidenza “divisiva” (mentre Obama, si sa univa).

Oggi, Donald Trump, quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, è il Moloch da abbattere per tutta la sinistra unita, non solo americana, ma transnazionale, è il corpaccione estraneo che si mette di traverso ai fasti inarrestabili delle magnifiche sorti e progressive incarnate dalla Storia. 

Ma chi rappresenterebbe questa Storia che procederebbe inarrestabilmente verso il meglio? Sono i grandi filantropi alla Soros, alla Gates, sono gli imprenditori del futuro come Bezos, Cook e Zuckerberg, sono i Democratici americani, i cosiddetti liberals, sono i loro giornali di riferimento, dal New York Times al Washington Post, e, fuori dagli Stati Uniti, l’Europa Unita. Tutti apparentati dalla stessa visione post-identitaria, post-nazionalista, dall’abbattimento di confini, argini, frontiere, promotori di un Unico Disegno, financo un’unica grande religione laica con, al suo centro, l’Umanità, questa astrazione. 

Kierkegaard ne sarebbe stato inorridito come inorridiva davanti al panlogismo hegeliano che delle identità singole faceva solo ombre passeggere nel gran dispiegamento dell’Assoluto. 

Trump non ha letto Kierkegaard, ma non importa, il suo istinto è micidiale. Avverte e fiuta, come il rabdomante il corso d’acqua. Certo, a volte sbaglia, ma quello che lo guida è la volontà di trasformare, di scombinare gli assetti costituiti, di togliere dalla tavola apparecchiata dai facitori del Progresso la tovaglia con sopra tutte le suppellettili. 

No, non è un iconoclasta, è un riformatore, un decisionista caparbio e affermativo. Come il demiurgo, vuole plasmare, nel suo caso riplasmare e non ha paura di farlo, la paura semmai è dei suoi avversari, i controriformisti che vedono che fa sul serio, che procede, che ottiene risultati e mette a rischio parametri sclerotizzati, lucrose rendite, soprattutto dissacra i loro templi. Per questo va fermato. Hanno cercato incessantemente, altri quattro anni potrebbero essere fatali. 

Trump è, per chi credeva i giochi fatti, il più grosso ostacolo, il pericolo maggiore. Stephen Bannon, consigliore della sua campagna elettorale lo aveva capito prima di tutti gli altri con fulminea intelligenza. Aveva visto in lui il presidente della svolta, l’uomo in grado di produrre una palingenesi politica, di urtare il Sistema frontalmente. Non importa se è stato licenziato (Trump non sopporta chi possa fargli ombra, come ogni vero istrione deve sempre essere solo lui al centro della scena), il merito che gli va reso è avere saputo cogliere di questa presidenza la cifra eversiva.

Da eversore narcisista Trump non si fa condurre, chi cerca di mettergli la briglia viene disarcionato. E’ successo a Bannon, è successo a Rex Tillerson, ai generali McMaster e Mattis, è successo allo hobbesiano John Bolton. 

La parola, a breve, passerà di nuovo agli elettori. Il rivale di Trump, Joe Biden, è palesemente uomo di facciata, scialbo apparatchik perfetto per i puppet masters, gli Obama e i Clinton e i loro amabili suggeritori, per la vasta galassia di sinistra insediata nell’informazione, nei media, nell’educazione. Niente arcana imperi, tutto palese. Biden è un cavallo zoppo ma è l’unico che hanno, Bernie Sanders era troppo radicale, ci voleva qualcuno che faccia credere di rappresentare i moderati. 

La posta in gioco è altissima. Da una parte il Vecchio Ordine che vorrebbe imporsi a tutti e che già lo sta facendo con la sua koinè fatta di parole ammesse e di parole ostracizzate, dall’altra il rivoluzionario conservatore, l’ossimoro vivente, oggi l’unico vero bastione al tracimare del Consenso imposto, del radicalismo progressista.

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