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Se ne va Raspail, Cassandra d’Europa

giugno 19, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

 

di Mario Frascione

Con quei baffi da ussaro che davano al suo volto l’aspetto grifagno di chi non questua consensi, se n’è andato Jean Raspail, il profeta conservatore – e quindi censurato – di un’Europa travolta dalle ondate migratorie provenienti dai paesi extraeuropei.

Nonostante i riconoscimenti ufficiali  e il premio dell’Académie française, per lui i salotti buoni della cultura restarono chiusi, sigillati da un’aristocratica mancanza di considerazione.

Lascia di sasso, per la precocità dell’analisi, la data di pubblicazione in Francia della sua opera più nota, Il Campo dei Santi: 1973.  Un testo che avrebbe ben figurato nelle collane degli editori italiani più impegnati, ricettivi e attivi nel diffondere la cultura e il libero pensiero (Adelphi, Einaudi, Feltrinelli, Mondadori, Bompiani, ecc… ). Qualcuno penserà forse che sia stato oggetto di una contesa rissosa tra i giganti dell’editoria nostrana per accaparrarsene l’edizione italiana.

Niente affatto: il libro venne pubblicato da noi solo nel 1998, e a raccogliere ciò che gli altri snobbavano fu – purtroppo – la collana “Il cavallo alato” delle Edizioni di AR (Padova). Un editore facente riferimento all’estrema destra e dichiaratamente ispirantesi al patrimonio ideale-politico antiumanistico e radicalmente antidemocratico.

Eppure, chi avesse letto il libro in questi anni con onestà intellettuale, si sarebbe imbattuto in un testo geniale, visionario fino all’iperbole e con una vis allegorica rara per la modernità. Capace di illustrare come attraverso una tavola anatomica il modello psicologico e culturale che ha portato l’Europa a capitolare davanti ai colpi di mano delle Ong, allo stravolgimento del concetto di salvataggio in mare e del diritto internazionale. Il copione dei nostri giorni è tristemente noto, una cometa di disastri: dai morti in mare, ai lucrosi affari dei trafficanti di esseri umani, all’esplosione delle tematiche della sicurezza derivante da una impossibile integrazione in un contesto di contrazione dell’economia nostrana.

In fondo è stato Raspail tra i primi a parlarci dell’obnubilazione di cui saremmo stati capaci. Quella che ci ha portato a stravolgere l’istituto di rifugiato così come si era formato nel secondo dopoguerra (estendendolo di fatto ai migranti economici), a capitolare alla permeabilità dei confini di terra e di mare, a regredire alle logiche di ricatto da parte di stati vicini al Vecchio Continente pagando per ottenere “protezione” con logiche del tardo impero.

In tanto zelo autodistruttivo noi siamo giunti fino alle terre estreme all’epurazione del passato. Cambiare le categorie storiografiche dei testi scolastici, con una sostituzione di etichette: non più “età delle invasioni barbariche”, ma “età delle grandi migrazioni”, caso mai a qualcuno venissero in mente accostamenti eretici rispetto alla religione del buonismo e dell’accoglienza a oltranza.

Ma Raspail, da buon avventuriero esploratore, prima di tutto questo aveva già tracciato la mappa, disegnando l’epicentro del disastro all’interno della nostra stolida inettitudine. Svelò i meccanismi del conformismo ideologico che, nominalmente fedele ai grandi valori positivi della tradizione occidentale, li assumeva in astratto e in uno scenario globalizzato,  minacciando la basi stesse del vivere quotidiano.

Ci disse cose scomode, nei modi asciutti di un medico che emette una diagnosi separandola dalla necessità di consolare. E il suo giudizio fu confermato molti anni dopo, quando il male era ormai esteso e conclamato, da un altro clinico poco propenso a infiorettare una realtà che non poteva ormai più essere smentita, Michel Houellebecq (Sottomissione, la cui pubblicazione, caso fatale ma pieno di significato, avvenne in coincidenza con l’attentato di “Charlie Hebdo”).

In modi diversi, ciascuno secondo il proprio talento e dal proprio universo di appartenenza, ci parlano della medesima malattia che si è diffusa nei nostri tessuti: la perduta capacità di discernere il posto che spetta alla forza e al suo uso legittimo per difendersi. Una coscienza che in questa nostra Europa è progressivamente svanita in un Alzheimer identitario e valoriale, per officiare la nuova religione del multiculturalismo.

Auguriamoci che i nemici della democrazia liberale, guadagnata a carissimo prezzo dai nostri predecessori, non traggano un insperato e infausto vantaggio dal brusco risveglio alla realtà che ci attende.

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