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Sordi, il “Marchese della risata”

giugno 15, 2020 • Agorà, z in evidenza

Roberto Zadik

Chi era davvero Alberto Sordi? Ottima domanda ma senza più una risposta, specialmente da quando “Albertone” è mancato a quasi 83 anni, nasceva a Roma il 15 giugno 1920, fra poco un secolo fa, e morì il 25 febbraio 2003 ormai 17 anni fa.

 Versatile e vivacissimo nelle sue interpretazioni comiche, nella sferzante ironia di alcuni personaggi in “cult” della commedia all’italiana come “Il vigile” di Luigi Zampa, “Un americano a Roma” di Steno o “I vitelloni” dell’amico di sempre Fellini, anche lui nato nel suo stesso anno, 1920 ma il 20 gennaio fino a classici come l’indimenticabile “Dottor Tersilli” del bravo Luciano Salce del 1969, celebre per i primi due “Fantozzi” a pellicole anni ’80 come “Il Marchese del Grillo” firmata da un tormentato genio del cinema nostrano come Monicelli, già suo regista in “La grande guerra” splendido il suo duetto con Gassman. 

Il “Marchese”  fu uno dei suoi più grandi successi (e al quale il titolo di questo articolo vuole rendere omaggio) dove l’attore romano interpretava un nobile arrogante e sfaccendato. Al centro di una enorme lista di interpretazioni, sia come protagonista, che come regista, fra gli anni 70’  e ’80, il suo livello artistico stava cominciando a scadere, salvo geniali e sconosciute produzione come “Tutti Dentro”  del 1984 che predisse Tangentopoli 6 anni prima che il ciclone si scatenasse.

 La sua carriera è stata di rara vivacità e versatilità e talmente camaleontica da rendere il personaggio stimolante ma indecifrabile. Nascosto dai suoi personaggi che fotografavano l’Italia del Dopoguerra ma anche di oggi, Sordi  rappresentò  una “radiografia dell’Italia” come pochi altri interpreti, collaborando spesso anche alla sceneggiatura dei film e rivelando una certa finezza intellettuale oltre che recitativa. In che modo? Egli attraverso le sue interpretazioni descrisse alcuni tipici difetti di una certa mentalità medio-borghese italica come  perbenismo, servilismo, codardia, ambiguità, forti coi deboli e remissivi coi potenti. 

Molto schivo e a volte rigido, vago sulle sue idee politiche, Sordi non parlava volentieri di sé. Liquidava le domande personali della stampa e dei curiosi con qualche battuta, celebre la risposta a una domanda sul matrimonio “non mi sposo per non avere della gente estranea in casa” mantenendo sempre quel suo ironico e cordiale distacco che lo caratterizzò nelle sue interviste e apparizioni mediatiche.  

Legatissimo alla madre e alla famiglia, non si sposò mai , andò vicino al matrimonio una sola volta con una donna austriaca e non si sa nemmeno quali furono davvero le sue donne anche se pare fosse molto corteggiato. Una delle poche relazioni “certificate” quella con l’attrice Andreina Pagnani con cui fu legato dieci anni. 

Nonostante questa sua estrema ritrosia, nel campo artistico fin da giovane si dimostrò invece estremamente vitale e poliedrico. Come se si “sdoppiasse” la sua personalità, come se nel caso di tanti intrattenitori, il suo lato introverso e molto religioso, si “liberasse” con la magia della risata.  Dal canto, iniziò nell’opera lirica, figlio di un professore di musicale e musicista e la voce fu sempre la sua caratteristica, favolosi i doppiaggi dei personaggi comici di Stanlio e Olio ne sono un esempio, al teatro, ma fu molto discontinuo. 

Grande  lavoratore, non si stancava mai di recitare, di creare personaggi, di osservare il quotidiano con finezza e intuito e con la sua espressività “felina” e magnetica e i suoi luccicanti occhi verdi aveva una voce melodiosa e una battuta facile, a volte estremamente corrosiva a volte più bonaria. 

Sordi accanto a Tognazzi e a Gassman fu uno dei volti più incisivi di quella irripetibile fase “leggera” ma anche riflessiva del cinema italiano al suo meglio, definita “Commedia all’Italiana” e fu “il romano” per eccellenza sullo schermo e nell’immaginario dei tanti che lo ammirarono. La sua espressività, la sua versatilità, quella intensità eccezionale che attirò l’attenzione di grandi registi, da Fellini a Monicelli, quella facilità di passare dal riso al pianto, come nel tragicomico “Un borghese piccolo piccolo” una delle sue interpretazioni più commoventi.

 Dopo una fase di estrema brillantezza, fra gli anni ’50, suo periodo migliore e gli anni ’60 a una discesa lenta ma progressiva. Dagli anni ’70 la sua verve cominciò a spegnersi, nonostante grandissime prove e iniziò a darsi a ruoli anche molto raffinati e classici come parti teatrali tratte da Moliere come L’avaro.

 Una carriera dunque che non basterebbe un libro per riassumerla e una vita segreta. Una personalità come quella dei più grandi commedianti, da Chaplin, a Woody Allen, a Groucho Marx che seppe ridere delle sue complessità, ma mai fino in fondo, che seppe raccontare la sua epoca e la nostra Italia come “fustigatore de costumi” dove la sua morale di credente si fondeva con il brio dissacrante del comico. 

Chissà cosa avrebbe detto dell’Italia di oggi, Sordi che ci ha divertito e emozionato fino all’ultimo, osservando le luci del mondo spettacolo nella solitudine della sua riservata e enigmatica personalità. 

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