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Rivoluzione Culturale 2020

giugno 13, 2020 • Agorà, z in evidenza

di Mario Frascione –

Nata come reazione per l’ingiusta morte di George Floyd durante un fermo di polizia, la grande ondata di proteste, saccheggi, rivolte e disordini si è abbattuta su Stati Uniti ed Europa.

Negli Stati Uniti non hanno esitato a cavalcarla gli oppositori politici di Trump, mettendo da parte qualsiasi cautela sull’opportunità di incoraggiare dinamiche difficilmente controllabili e forse illudendosi di poterle tesaurizzare politicamente alle prossime elezioni.

Su un altro fronte, che riguarda invece l’intero Occidente, non si può che osservare con smarrimento l’innesco di un focolaio virulento quanto la pandemia Covid: la deflagrazione del movimento di pensiero incarnato dal global network Black Lives Matter e soprattutto dei suoi eccessi. 

Una sorta di autodafé interno al mondo della cultura occidentale e bianca, che ha trasformato la morte di Floyd nell’occasione propizia per assumere su di sé il peso colossale del male del mondo, declinato secondo tutti gli “ismi” che siamo ormai soliti sentire evocare (razzismo, colonialismo, sessismo,  etnocentrismo bianco, ecc… ) purtroppo e per fortuna spesso a sproposito.

Vero è che il terreno era ben preparato da decenni di persuasione ed epurazione, specie nelle istituzioni culturali e nell’insegnamento universitario. 

A completare l’opera delle riformattazioni sessantottesche venne la lunga e fatale siccità del politically correct, col risultato di inaridire quasi completamente le possibilità di una coscienza critica e libera, capace di guardare alle storture del nostro mondo, ma anche di apprezzarne le faticose conquiste distillate in secoli di sintesi hegeliane, senza cessare di impegnarsi per migliorarlo sotto le costellazioni della libertà e della responsabilità, che ci unisono ai predecessori e ai posteri.

Oggi divampano le fiamme dell’iconoclastia politica, che trasferisce su simulacri l’odio per ciò che si pensa rappresentino. 

Si sarebbe portati a comprendere l’abbattimento delle statue di un dittatore che ha vessato il popolo opprimendolo senza pietà, ma quando a farne le spese sono le effigi di Cristofolo Colombo (che scoprì le Americhe per sbaglio), Edward Colston (commerciante di schiavi ma anche popolare filantropo) e perfino Winston Churcill (umanissimo ma indiscusso campione della nostra libertà) si intuisce che siamo di fronte a qualche cosa di nuovo e fortemente collegato col malessere che serpeggia nella cultura occidentale. 

Infine apprendiamo che perfino Sadiq Khan, di origini pachistane (e in quanto sindaco di Londra non esattamente una dimostrazione di becera discriminazione occidentale), annuncia una commissione per verificare il rispetto della diversità nei monumenti e nelle titolazioni toponomastiche della capitale britannica.

Ogni rivoluzione politica coltiva sempre l’illusione di rompere col passato mentre ne segue spesso i funesti modelli. L’evento sciagurato della morte di George Floyd fornisce così l’innesco per autocombustione di quanto resta di un Occidente malfermo sulle proprie gambe, spesso stanco di una libertà che non ricorda più di aver pagato a carissimo prezzo, profondamente dimentico della propria storia se non perfino ostile a se stesso nel rifiuto profondo per la propria identità (oicofobia). 

Una cultura percepita come equivalente se non inferiore a quelle di altre parti del mondo di cui lo seducono, per contrasto, la compattezza e i contorni che la distanza e il processo di idealizzazione dell’Altro fino ad ora hanno potuto lasciare sfocati.

Questo ramo più spiccatamente politico culturale della rivolta odierna (ancorché selettivamente cieco su enormi contemporanee ingiustizie perpetrate da non bianco/occidentali), bisognoso di epurare qualsiasi elemento della propria eredità semplicemente perché in odore di “razzismo” o “colonialismo”, è una manifestazione tipica della dimensione ideologica del totalitarismo. 

Esso è sciaguratamente simile alla Rivoluzione Culturale Cinese con cui Mao Zedong tra 1966 e 1976 conquistò e amministrò un potere assoluto e tirannico, schiacciando qualsiasi opposizione interna al partito e rendendo sistematica la demolizione di tutto quanto (anche se appartenente al passato) non rientrava nei dettami della sua personale teoria socialista della società. 

Ma c’è di più, e badate alle tragiche assonanze col presente: Mao chiedeva alle nuove generazioni di ribellarsi contro i quattro vecchi: vecchie correnti di pensiero, vecchia cultura, vecchie abitudini e vecchie tradizioni, elementi che avrebbero ostacolato la realizzazione di un paese veramente socialista.

Fatte le debite trasposizioni lessicali col presente ci percorre un brivido. Con lo stesso zelo, e a ricordarci che l’ideologia pur cambiando le sue declinazioni è tutt’altro che morta come i postmodernisti avevano immaginato, analogamente alle Guardie Rosse della Rivoluzione Culturale, molti del global network Black Lives Matter di oggi si scagliano con empito contro statue, simboli, istituzioni e saperi che non rientrano nella propria idea di giustizia, senza tenere conto della storia.

E’ la pretesa folle di ogni movimento rivoluzionario, partorita da una Ragione sfuggita dall’orbita gravitazionale di altri valori e approdata al sibilo della ghigliottina per i nemici del popolo. 

Niente e nessuno è esente dal sospetto: basta un’incertezza nell’applaudire, un dubbio sul pensiero unico, un’esitazione nell’unirsi ai corifei del Politicamente Corretto e del Nuovo Umanitarismo. 

Il delirio è sempre il medesimo: fare una tabula rasa del passato, azzerare tutto e costruire il mondo nuovo. Ovviamente per partorire nuovi e peggiori orrori.

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