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Furore Talebano

giugno 12, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

 

 

di Niram Ferretti –

A Bristol, nel corso di una manifestazione di attivisti di Black Life Matters e corredo vario, la statua in bronzo di Edward Colston, un mercante inglese del 700 e membro del partito Tory, viene divelta dal basamento, imbrattata, e gettata in un canale. La folla, “the mob” esulta.

Colston era implicato nel commercio degli schiavi.

Il sindaco di Londra, Sadiq Khan, ha dichiarato che presto le statue nella capitale inglese verrano esaminate, e quelle “colpevoli” verranno eliminate.

A Milano, Arci e Sentinelli propongono al sindaco Sala di rimuovere dai giardini di Via Palestro la statua del più grande giornalista italiano del Novecento, Indro Montanelli, reo quando era in Eritrea di avere avuto una moglie quattordicenne o dodicenne.

All’epoca Montanelli, come i suoi commilitoni, usufruì dell’usanza del “madamato” la relazione temporanea more uxorio tra un cittadino italiano, militari ma anche civili tra donne indigene delle terre colonizzate, chiamate  “madame”.

Montanelli, che aveva allora 27 anni, non nascose mai questo episodio della sua gioventù, di cui non aveva nulla di cui vergognarsi.

Ormai il clima è questo. Siamo ai comitati di salute pubblica che decidono di distruggere statue di uomini politici del passato se emerge che hanno avuto qualcosa a che fare con lo schiavismo e il colonialismo. Perché da una cosa si deve necessariamente passare a un’altra.

Sono gli eredi dei giacobini, dell’apparato del Partito Comunista sovietico e cinese, sono gli emendatori, i nuovi educatori. La loro violenza tribale e inappellabile è rivolta al passato e ai simboli che ritengono da estirpare. Si tratta di una compensazione per non potere, per ora, passare alle vie di fatto nei confronti di chi ha idee diverse dalle loro.

La folla inneggiante e plaudente che fa rotolare la statua di un uomo politico morto trecento anni fa giù per un canale ci riporta alla memoria altre immagini, come i Bücherverbrennungen, i roghi dei libri organizzati dai nazisti per liberare la Germania, “dalla corruzione giudaica della letteratura tedesca”, ci ricordano la devastazione perpetrata dalle Guardie Rosse maoiste quando, il 10 novembre del 1966, si recarono a Qufu nella provincia di Shandong, sede della nobile famiglia Kong discendente di Confucio, dove fecero scempio delle tombe, distrussero le stele commemorative e trascinarono per le strade, dileggiandola, la statua del grande filosofo cinese.

Si trattava anche in quel caso di estirpare il male in nome della loro concezione del Bene, della Purezza e della Giustizia.

I nuovi talebani occidentali nulla hanno a che invidiare a costoro, sono in perfetta linea di continuità e ci mostrano la pericolosa china discendente nella quale ci troviamo. Non si tratta, infatti, di pochi sparuti gruppi di esaltati e di estremisti, ma di individui che godono del plauso e del fiancheggiamento della sinistra, dei liberals, dei progressisti.

I loro metodi sono esattamente quelli di sempre. In nome della loro idea purgatrice del passato e della storia, di una furente e furiosa ideologia iconoclasta, cercheranno e cercano di imporre a tutti noi la loro agenda.

La distruzione delle statue. La proibizione di usare certe parole. La anatemizzazione da chi dissente. Questi sono i segni eloquenti del loro status mentale.

Sono i seguaci dell’Islam più rigorista? No, sono i promotori del Progresso.

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