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Il cappello

giugno 1, 2020 • Paralleli, z in evidenza

 

di Niccolò Gallo –

Milena è una donna noiosa o almeno lei si descrive così. Ha già ventitré anni, è sposata e ha collezionato tutta una serie di fallimenti di cui non va affatto fiera, a Vienna, dopo il diploma per volere del padre, frequenta per un breve periodo la facoltà di Medicina, poco dopo inizia il Conservatorio ma abbandona anche quello. Nel 1919, a causa delle ristrettezze economiche, inizia a lavorare come traduttrice ed è proprio in questo periodo che le capita tra le mani un racconto di Franz. Milena gli scrive per chiedergli di poter tradurre il racconto dal tedesco al ceco, così iniziano una fitta corrispondenza, tra i due si possono contare solo pochi incontri, di cui uno avvenuto frettolosamente in un caffè di Praga. Quell’incontro fu talmente veloce che lui dalla fretta dimenticò il cappello sulla sedia. 

Pur non vivendo a pieno l’uno la vita dell’altra, non potendosi vedere ogni giorno e non potendo vivere la carne l’uno dell’altra, i due si innamorano, si amano intensamente e sono costantemente connessi tra di loro attraverso la mente, i pensieri, i ricordi, le parole e tutti quei modi che possono, se non sostituire, perlomeno accorciare le distanze. 

Solamente tra l’Aprile e il Dicembre del 1920 si spediscono una cosa come duecento lettere. Ormai si conoscono a fondo, pur non essendosi praticamente mai visti. Non a caso Franz deciderà di affidare a Milena i propri diari.

Nel frattempo, Milena e il marito Ernst vivono di espedienti, in una tale promiscuità sessuale che getta Milena nell’abisso. Lei non lo ama e non sa nemmeno perché l’abbia sposato. A causa sua ha interrotto i rapporti con il padre e sono ormai dieci anni che non lo vede e non lo sente più, è distrutta, stanca e appesantita da questa doppia vita. 

Come se non bastasse, Franz comincia a stufarsi di quest’incertezza ed esige da Milena la fine dei rapporti con il marito.  Tuttavia, lei non se la sente di abbandonare Ernst e i rapporti con il suo amante finiscono si scambiano ancora qualche lettera un paio di anni dopo ma nulla di più.

È il 1924 e Milena viene a conoscenza della morte di Franz. Comincia per lei un periodo di struggimento, di rimorsi e di rimpianti. Tutto ciò si trasforma presto in depressione, quando finalmente decide di lasciare Ernst. 

Nel frattempo, prosegue la sua attività di giornalista e scrive per diverse riviste. Pochi anni dopo si avvicina al comunismo, ma se ne discosta quasi subito resasi conto del vero volto dello Stalinismo.

È il 1939 e l’Austria è annessa alla Germania Nazista già da un anno. Dopo l’occupazione della Cecoslovacchia, Milena si unisce ad un movimento di resistenza clandestino aiutando molti ebrei e rifugiati politici. Molti di quelli che conosceva sono ormai fuggiti, morti o spariti senza lasciare tracce. Lei però non vuole andarsene. Aveva pensato di tornare a Praga nella sua città natale, quella città dove aveva conosciuto l’amore della sua vita che aveva perso dopo poco tempo e a cui non poteva smettere di pensare, decide quindi di rimanere a Vienna. 

Nel 1940, viene deportata nel campo di concentramento di Ravensbrück in Germania. In questo periodo emergono il suo vero carattere e una forza che non sapeva esistessero in lei. Non è più quella donna noiosa di un tempo. Vuole vivere, ama la vita, nonostante tutti i colpi subiti. Tiene stretto quel dolce e tormentato ricordo di Franz, probabilmente è proprio questo che le dà forza e che l’aiuta ad andare avanti.

Milena diviene un importante sostegno psicologico all’interno del campo. Aiuta molte prigioniere e tra queste la più importante è Margarete, con la quale ha un legame più forte. Diventano ben presto amiche, condividendo quelle atrocità che vivono intorno a loro e soprattutto su di loro. 

Infatti, Milena, a causa del suo carattere impavido, che non teme niente e nessuno, diviene presto il bersaglio di molti, sia tra gli internati che tra i soldati Nazisti. Numerose volte, per punizione o semplice divertimento, viene picchiata, violentata e schernita di fronte agli altri, in modo da diventare un monito per tutti. 

Le giornate sono tutte uguali. Non ci si chiede nemmeno più l’anno, il mese o il giorno corrente. Durante uno di questi giorni senza importanza, senza numero, senza ricorrenze, Milena fa una scelta di troppo. Un giorno la sua amica Margarete, malata ormai da tempo e ridotta pelle e ossa, viene presa di mira da due soldati che le rubano il cappello, unico oggetto che è riuscita a conquistarsi all’interno del campo. Anche il cucchiaio le era stato rubato, ormai non ha più nulla che quel cappello.

 In tutte queste anime, lo spirito è morto prima della carne e ci si attacca a qualsiasi cosa che possa ricordare di essere ancora sulla terra, una terra sporca, fangosa che nemmeno l’inferno potrebbe eguagliare. Quel cappello le viene tolto e lanciato sulla cima di un filo spinato. Così, per un gioco sadico. Le viene ordinato di andare a recuperarlo, Margarete, che a malapena si reggeva in piedi, cerca di afferrare quell’oggetto, non perché glielo abbiano ordinato ma perché a quel cappello ci tiene più che alla sua stessa vita. Rappresenta un’amicizia e non può permettersi di perderlo. 

Si avvicina al reticolato quando, d’improvviso, la forza di un calcio la scaraventa contro di esso. Ci sbatte con tale forza che, per l’urto, il cappello cade giù e lei si accascia in terra. Milena Tornata dalle latrine assiste da lontano alla scena. Disperata corre dalla sua amica per aiutarla e la prende in grembo ancora viva. Milena si alza, rimane qualche secondo in piedi immobile davanti ad uno dei due soldati che ridono a crepapelle. 

La sua mano destra si chiude e stringendosi a pugno sfreccia contro il volto del soldato, che pochi istanti dopo si trova a terra con il naso fracassato. Milena è ferma in piedi con la mano dolente e sporca di sangue, come succede negli ultimi istanti, tutta una vita le passa davanti. Ripensa alla sue giornate di un tempo, alla noia che la pervadeva, alla depressione, a suo marito e a tutto quello che le manca. Ripensa a Franz.

È l’11 Aprile 1987 e Margarete si trova di passaggio a Vienna, è venuta a trovare la sua amica che non vede da molti anni, ha saputo che ora si trova allo Jüdischer Friedhof am Zentralfriedhof, il cimitero ebraico della città.

Una volta arrivata si mette alla ricerca del tumulo. Cammina con calma, guardandosi continuamente intorno. Ogni tanto si ferma a leggere alcuni nomi, la maggior parte senza volto, in questo lento peregrinare, finalmente legge “Milena Jesenská” e si blocca. Non sa bene cosa fare, forse vorrebbe piangere ma non ci riesce, rimane lì immobile per un tempo indefinito, proprio come fece la sua amica anni addietro di fronte a quel soldato. Infine, guarda il cappello che tiene in mano e lentamente lo poggia a terra girato al contrario. Dentro, sul bordo, c’è un’etichetta con su scritto Franz Kafka.

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