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La morte di George Floyd in Minnesota

maggio 31, 2020 • Agorà, z in evidenza

 

di Davide Cavaliere –

La morte di George Floyd è avvenuta nel Minnesota, uno Stato con alle spalle una lunga tradizione progressista. Il governatore, Tim Walz, è un democratico attento al tema dei diritti umani. Il capo della polizia è d’origini latinoamericane e uno dei poliziotti coinvolti nella vicenda è di etnia asiatica. Non si tratta, dunque, di una violenza razziale organizzata da «bianchi razzisti» contro un nero, ma di mero atto di brutalità delle forze dell’ordine.

Ogni decesso di un afroamericano per mano della polizia porta con sé gli strascichi di una percezione falsata, ovvero che la polizia americana sia intrinsecamente razzista e costituisca una minaccia per la comunità nera. I mass media mondiali continuano a replicare lo schema «bianco oppressore, nero vittima», che non trova riscontro nella realtà americana. 

Già quattro anni fa, il prestigioso Wall Street Journal riportava che nel 2015 i poliziotti uccisero 662 persone tra bianchi e ispanici e solamente 258 neri, gran parte dei quali aveva avviato uno scontro a fuoco con gli agenti di pubblica sicurezza.

Il quotidiano proseguiva ricordando che i poliziotti uccisi da afroamericani superano di gran lunga il numero dei neri uccisi per mano della polizia. Il 40 per cento degli agenti morti in servizio è stato vittima di un afroamericano.

Anche la teoria secondo cui sui neri si eserciti disinvoltamente la forza è stata smentita, i crimini violenti sono commessi in modo sproporzionato dagli afroamericani. Stando ai dati dell’ufficio delle statistiche della Giustizia, i neri sono responsabili del 57 per cento degli omicidi e del 62 per cento dei furti. Il 90 per cento dei giovani neri uccisi è stato vittima di scontri fra bande. Per ogni omicidio commesso da un bianco, ce ne sono sette nella comunità nera. Secondo numerosi studi, non esiste nessuna prova di un pregiudizio razziale capace di spingere gli agenti della polizia a uccidere deliberatamente gli afroamericani.

Il vero antagonista dei neri americani è il vittimismo di movimenti come Black Lives Matter. L’organizzazione in questione presenta gli afroamericani come una specie braccata da orde di bianchi e alimenta l’odio verso le forze dell’ordine. Black Lives Matter accusa un razzismo sistemico inesistente, che non trova riscontro nelle statistiche fornite dal governo americano.

Spesso denuncia uccisione di «neri disarmati», usando questa formula nel tentativo di trasmettere un’idea di vulnerabilità, omettendo che molti vengono colpiti mentre aggrediscono un poliziotto o mentre tentano di sottrargli l’arma. 

Inoltre, in seguito dell’uccisione di un nero da parte della polizia, numerosi afroamericani si sono dati al vandalismo e al saccheggio, usando la vicenda come pretesto per scatenare la guerriglia urbana e rendendo un pessimo servizio ai morti. Complessivamente, le comunità nere d’America sono preda di un vittimismo, alimentato anche dall’antirazzismo ideologico, che li porta a identificarsi sempre e solo come vittime dell’uomo bianco.

Le tensioni sociali vengono sfogate sui poliziotti. Le proteste violente contro la brutalità della forze dell’ordine e le politiche dell’identità portate avanti da organizzazioni come Black Lives Matter, appoggiate più o meno direttamente dalla sinistra, esprimono sentimenti antisociali e antibianchi che non giovano alla condizione degli afroamericani, ma li spingono a credere di avere un «credito» nei confronti della società.

L’antirazzismo fanatico conduce all’autoesclusione, la convinzione di essere oppressi non induce a impegnarsi a migliorare la propria condizione dentro la società in cui si vive. Il più grande nemico dei neri americani non è il presunto razzismo, ma il vittimismo.

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