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Sette opere di Misericordia

maggio 14, 2020 • Io Leggo

 

di Luigi Coppola –

 

Sette opere di misericordia. 

Dal ventre di Napoli, la Napoli di Piera Ventre. A quattro anni dal suo esordio da romanziera con Palazzo Kimbo, Piera Ventre, prende il largo rispetto a un’esplorazione più introspettiva dai tratti accentuati dalla propria infanzia, cadenzata con una narrazione in prima persona. 

Esce oggi, quattordici maggio, in tutte le librerie italiane, preceduto da un importante distribuzione in e-book,  il suo secondo romanzo.  Sette opere di misericordia (Neri Pozza editore) approda a un’opera omnia, un romanzo corale che irradia riflessi brillanti e concentrici.

Un fascio di luce calda illumina una schiera di volti, storie accomunate dal medesimo destino. Riservato al girone povero degli emarginati. Coloro rimasti, inevitabilmente, molti passi indietro nelle file più accidentate del percorso terreno. Per un cammino denso di fragilità e passioni, espresse nelle fasce più deboli di una socialità emarginata contesa fra minori e anziani.

 “Quello che non perdonava dell’attuale figura di sua moglie era ciò che sottostava. Un mutamento assai più profondo nell’anima: un incupimento che le appilava le vene peggio del grasso che vedeva galleggiare nei sughi che murmuliavano nelle pignatte sui fornelli.”

La voce narrante, riferita a Luisa, coprotagonista speciale, risale con una palpitante prosa nella penna fluente dell’autrice. Napoletana, toscana d’adozione con i suoi oltre trent’anni trascorsi a Livorno.

Il titolo, Sette opere di misericordia, s’ispira al dipinto del pittore italiano  Michelangelo Merisi da Caravaggio, realizzato nei primi anni del 1600, custodito presso il Pio Monte della Misericordia di Napoli, rappresentazione delle “sette opere di Misericordia corporali”. 

Il romanzo muove i suoi passi con un fluire costante di sguardi su queste figure. Secondarie e marginali in un’ambientazione popolare della Napoli dei primi anni ottanta.

L’infanzia conferma il paesaggio privilegiato nell’abbrivo da una straordinaria tragedia epocale consumatasi nel terremoto del 23 novembre 1980.   

Se lo sguardo di Stella (l’adolescente protagonista in Palazzo Kimbo) conserva un occhio marginale limitato alle cose che la circondano, quello del piccolo Nicola Imparato, punta in alto nel cielo stellato notturno. Che ammanta di luce la luna.

Seducente, inesplorata, da scoprire. Per annotarne sensazioni recondite sul suo “quadernuccio”. Con il telescopio donatogli dal papà Cristoforo, suo puntuale narratore di quella prima straordinaria escursione spaziale del 1969, affida a quel pianeta lontano e lucente, le sue aspettative di un mondo diverso con prospettive inedite.

Nella famiglia Imparato, quartetto d’archi in un’orchestra dalle sinfonie non armoniche, c’è Luisa moglie assennata, madre essenziale. La primogenita Rita è una liceale alle prese con molte domande sulla vita. Rare le risposte, mutuate in una bulimica ricerca di cibo, rubricata nell’uso di un vestiario extra large.

L’incipit della trama apre proprio sul piccolo Nicola, ritratto sulla prima di copertina del libro con una struggente immagine realizzata dal fotografo napoletano Mimmo Iodice.

Questa rappresenta una profonda assonanza fra il piccolo Imparato e il suo coetaneo Alfredino Rampi, oggetto del suo compito in classe per il primo importante esame scolastico, al termine della quinta elementare.

La narrazione si consuma nei giorni roventi (giugno 1981), che tennero l’Italia e gran parte del mondo con il fiato sospeso per il tragico incidente di Vermicino.

 Una tragedia, quella di Vermicino, rimasta indelebile nell’animo non solo della scrittrice, ma nella totalità degli Italiani. Uno spartiacque ancor più duro poiché sancì l’esordio della diretta dal vivo di un’assurda agonia intima e privata. Prototipo di quella tivù del dolore, distribuita attraverso la televisione nelle case e in tutte le famiglie del Paese.

All’unisono la famiglia Imparato vive la sofferenza della diretta no stop dal luogo del maledetto pozzo artesiano, sommando le loro ultime pene coincidenti con l’epilogo funesto del piccolo Alfredino.

Una casa già segnata da un’angosciante emarginazione nell’ubicazione posta nel cimitero di Poggioreale. Cristoforo l’ha ottenuta, riparando la perdita del suo lavoro originario in tipografia, come custode al camposanto. Il suo occhio vitreo che nell’infanzia ha penalizzato la sua presenza parca di onesto lavoratore, non gli aveva compromesso, prima la corte, poi il matrimonio con Luisa.

Anche lei dedita al lavoro precoce, è consumata dalle privazioni materiali sempre crescenti 

 Le giornate uguali di Luisa non prevedevano svaghi. Se non i pochi necessari momenti d’igiene intima rallegrati dal canto dell’inseparabile canarino. Il rapporto simbiotico col cardillo nella caiola evoca la figura di Nino, giovane comprimario nella scena di affetti e mancanze, turbamenti e trasgressioni nascoste.

In questo splendido affresco di umanità ridotta le sette opere di misericordia corporale emergeranno nitide. Con visioni esterne al principale focolare domestico che alludono a luoghi simbolo d’impressionante attualità.  Misericordia e redenzione troveranno proiezioni sbilenche, forse risolutive. Nelle traiettorie storte di sguardi offesi e parole non dette.

La lingua espressa nel libro appare una tavolozza dai colori intonati e forti. 

Un incontro felice fra semiologia e semantica con l’uso di termini pregiati non elitari.  L’innesto adeguato di ricorrenti espressioni dialettali produce una risonanza verace non manieristica. Questo romanzo che traspira Napoli nella sua essenza piena, difficilmente potrà allontanare il lettore da ambientazioni indagate da grandi caposcuola del Novecento, non solo napoletani. Matilde Serao o Raffaele La Capria non ci paiono accostamenti irriverenti. Oltre i già amati influssi (dichiarati dalla Ventre) di autrici come Ortese e Morante.   

Non è casuale la proposta di Cesare De Seta, d’includere il libro nella lista dei cinquantaquattro titoli degli Amici della Domenica, in lizza per l’edizione 2020 del Premio Strega, pubblicata nei primi giorni di marzo.

L’emergenza sanitaria della pandemia ha stroncato l’avvio di migliaia di nuovi titoli, costati anni d’impegno per altrettanti autori presenti nei cataloghi di centinaia di editori nazionali e stranieri. Nella sofferenza unanime imposta dal distanziamento sociale, molte iniziative editoriali (non ultima la trentatreesima edizione del salone del Libro a Torino,  inaugurata proprio oggi), hanno declinato fisicità e incontri sui canali virtuali del web. 

Necessità non sempre virtuosa che in più casi produce attese e aspettative importanti per il lettore, già provato dalla reclusione forzata della prolungata quarantena.   

La riapertura di questi giorni di librerie e biblioteche può fare la differenza nel recuperare crediti vitali di normalità. 

Proviamoci. Buona lettura.       

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