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La subcultura dell’umanitarismo esotico

maggio 14, 2020 • Agorà, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Il genio letterario di Charles Dickens partorì, nel romanzo Casa desolata, il personaggio di Mrs. Jellyby, affetta da «filantropia telescopica». Coppia di parole usata per indicare quanti si struggono e si consumano per aiutare uomini di lontane contrade, ma sono incapaci di vedere il proprio familiare o vicino in cerca d’aiuto. 

Mrs. Jellyby vuole che le sue azioni e opere siano ben visibili a chiunque, grandiose. La giovane Silvia Romano potrebbe stare in compagnia della creatura dickensiana e con lei molte altre, come Greta e Vanessa, come Giorgia Linardi, la portavoce della ONG SeaWatch oppure Carola Rackete. 

Tutte giovani donne desiderose di «fare del bene», ma il telescopio permette di vedere gli indigeni di Boorioboola-Gha, sulla riva sinistra del Niger o i barconi nel Mediterraneo, non i bambini e gli anziani in difficoltà della propria città o nazione. Sono la personificazione di una solidarietà tele-visiva, etimologicamente: «vedere lontano». Figlie di un umanitarismo esotico e un po’ avventuriero, che si accompagna a tante foto di e con bambini neri.

 Tanti giovani come Silvia Romano sono vittime della subcultura sentimentale del nostro tempo, di un ottimismo demenziale secondo cui si può «essere felici» facendo «centinaia di cose positive» mescolato al senso di colpa occidentale per il cosiddetto Terzo mondo, abitato, solo ed esclusivamente, da vittime dell’Uomo bianco. Legioni di ragazzi si trasformano in benefattori dell’umanità sofferente, si arruolano in qualche multinazionale della solidarietà e muovono verso i lidi del «continente nero». 

Quando non vengono sequestrati da una delle tante sigle del terrorismo islamico, tornano «purificati» dall’esperienza e decisi a catechizzare il prossimo sulla cattiveria dell’Occidente e la bontà dell’Africa, manifestando quello che Vladimir Nabokov definiva «poshlost», ovvero una «falsa bontà» o meglio, una «meschinità morale» che si compiace di sé stessa. 

«Fare del bene» è un dei lemmi più irritanti in circolazione, voler cambiare il mondo (nientemeno) affidandosi alle «ragioni del cuore», che «la ragione non conosce» è pericoloso. Non solo per la facilità con cui si può venir raggirati da una delle tante false società benefiche, spediti in Africa senza un’adeguata preparazione o truffati da profittatori senza scrupoli che lucrano sul lavoro di poveri fessi convinti di essere «angeli», ma anche qualora si trattasse di enti realmente solidali, gli effetti di talune attività possono essere negativi. Basti pensare al ruolo delle ONG nel mar Mediterraneo, la loro presenza fa calare le richieste di soccorso, facendo aumentare le partenze di immigrati e i «salvataggi» in mare e quindi, innalzando il numero dei morti e intensificando l’attività degli scafisti. 

I trafficanti di uomini impiegano imbarcazioni fatiscenti e poco costose, sicuri che a poche miglia vi sono le navi delle ONG a far concludere ai «passeggeri» la traversata, ma facendo impennare il rischio di naufragio. Altro capitolo è quello dei rapimenti e dei riscatti che, una volta pagati, mettono milioni di dollari nelle tasche di gruppi terroristi, che armeranno la mano di bambini soldato con mitragliatori nuovi di zecca. Inoltre, ogni riscatto pagato incentiva nuovi rapimenti.

 Un altro caso di «Bene» dannoso è quello di Emergency. I medici della nota associazione, fedeli al loro filantropismo medico, in Afghanistan, curavano anche i talebani, che potevano tornare a falcidiare i soldati della missione occidentale. Il caso più recente, quello di Silvia Romano, tornata convertita all’Islam dopo aver passato più di un anno in mano a fanatici islamici, presenta un problema ulteriore: se la giovane, sotto chissà quali manipolazioni psicologiche, fosse stata arruolata nelle fila del fondamentalismo islamico? 

Per quanto ne sappiamo, da ora in avanti potrebbe essere un agente di collegamento fra gli uomini di Al-Shabaab, l’organizzazione somala affiliata ad Al-Qaeda responsabile del rapimento, e l’Italia. 

Quante vite umane costerà la sua smania di «fare del bene»? La solidarietà elevata a ideologia si capovolge nel suo contrario. Prima di diventare vittima dell’Islam militante, Silvia Romano e come lei molte altre ragazze, sono state martiri del masochismo occidentale, di un umanitarismo acefalo spacciato per suprema virtù umana, di una civiltà che fatica a trasmettere orgoglio e amore di sé. 

È quasi retorico affermare che prima degli stranieri bisogna amare sé stessi, i propri connazionali e la propria cultura. Solo così è possibile vaccinarsi contro ogni forma di filantropismo telescopico, di benevolenza astratta e utopismo pericoloso.

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