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Il coraggio del talento, ricordo del grande Walter Tobagi 

maggio 10, 2020 • Paralleli, z in evidenza

di Roberto Zadik – 

Fra poco, il 28 maggio, saranno 40 anni dalla tragica e prematura morte del lucido e sobriamente coraggioso, Walter Tobagi “astro” del giornalismo italiano spento bruscamente dalla violenza del terrorismo. Era il 1980 a quattro mesi, dalla strage alla Stazione di Bologna, quando ormai  quella brutalità ideologica che aveva insanguinato l’Italia agitata ma creativa di quelli anni stava finendo dopo dieci anni di orrori.

Dallo scoppio di quella bomba in Piazza Fontana del 1969 descritto con efficacia dal film “Romanzo di una strage” del bravo Marco Tullio Giordana, autore anni ’90 di capolavori come “La meglio gioventù”. Tobagi aveva solo 33 anni, ma si era distinto professionalmente e umanamente per le sue doti giornalistiche e la spiccata personalità che mischiava grinta e sensibilità.

Figlio di un ferroviere, umbro di nascita e milanese di adozione, si era imposto fin da giovane, scrivendo su importanti testate giornalistiche, da “L’Avanti”, a “Avvenire” fino alla sua consacrazione professionale, al Corriere della Sera, seguendo quei “temi incandescenti” dell’epoca come le lotte sindacali e il clima politico di quelli infuocati “anni di piombo” e analizzando le dinamiche di quei fatti dal 1972 alla sua scomparsa. Tobagi per me è stato un punto di riferimento, un esempio di coraggio e determinazione.

L’ho scoperto nella mia svogliata università di Giurisprudenza, leggendo le biografie e gli articoli su di lui e di sua produzione e mi ha subito coinvolto quella pacata lucidità, quella insaziabile curiosità, con cui passava dalla politica, all’economia, alla cronaca  e il suo tenace impegno  fino all’ultimo.

Con questo articolo vogliamo ricordare un grande personaggio e quando ne ascoltai  il ricordo di sua figlia Benedetta, ma esaminare un argomento poco trattato e così importante come la situazione e i destini del giornalismo nel nostro Paese.

Cosa sta succedendo nel giornalismo italiano e dove andrà a finire questo splendido mestiere, molte volte vittima di fraintendimenti fra chi ci considera come “il quarto potere” o come invece dei semplici “scribi”? E come mai se ne parla così poco e spesso genericamente e superficialmente?

Tanti sono gli interrogativi, le ambiguità e le oscurità di un settore tutt’altro che trasparente e sereno. Come mai da anni a questa parte, dagli anni ’90 le grandi firme sono scomparse e c’è così tanta confusione fra un proliferare di testate e di siti e una drammatica inconsistenza occupazionale. Poco lavoro e difficile da ottenere, in un settore molto frammentato e scarsamente regolamentato, molte volte segnato da “conoscenze” e privilegi, da precarietà eterna, assenza di crescita professionale e stipendi scarsi o inesistenti.

Troppi sono gli equivoci e poche le risposte e le analisi concrete, su quello che sarebbe teoricamente un bellissimo mestiere e lo svolgo con grande piacere e passione ormai da 16 anni e invece le condizioni e la realtà lavorativa che spesso si rivela molto complessa e tortuosa.

Ci sono spesso pochi giornalisti davvero realizzati e non più giovanissimi e una marea di precari, una crisi dell’editoria che ormai da anni sta colpendo questo settore, l’abbassamento rispetto al recente passato del livello culturale effettivo di molti appartenenti alla categoria e della qualità dei “pezzi” come li si chiama nel mestiere e oltre a questo poca gente legge o sa scrivere. Perché scrivere è un’arte difficile che spesso si “da molto per scontata”  e ormai fra i social network, le conferenze, le foto, la prevalenza dei video sulla scrittura, la situazione giornalistica sembra molto critica in un Paese che legge sempre meno e pochissimo rispetto ad altri, tante volte è difficile delineare i confini di una professione sempre più “fumosa” e dal futuro estremamente incerto e sempre più vicino al condizionale.

Tanti corsi di giornalismo e nessuno che spiega come si scrive un bell’articolo, le regole fondamentali della sintassi e del mestiere, le leggi da conoscere per evitare problemi, quali caratteristiche sviluppare più  di altre. Nel grande silenzio e nella confusione di questo tormentata situazione attuale,  continuo a scrivere, a sognare, a cercare notizie e fenomeni su cui riflettere, nonostante la realtà e ben oltre a quest’ultima.

Caratteristiche del “giornalista ideale” e influenze giornalistiche: Scrivere e esprimersi in maniera chiara, esariente e magari anche profonda e di contenuto  è tutt’altro che facile e bisognerebbe smetterla con le solite frasi del “tutti scrivono”. E’ una dote rara e preziosa, scrivere bene con chiarezza, magari anche freschezza e espressività, vivacizzando la connaturata freddezza della parola scritta e come conduttore cercando di essere interessante e coinvolgente invece che un alternativo al sonnifero.

Un giornalista  dovrebbe avere alcune fondamentali qualità: 1. Curiosità 2. Spirito critico ma anche diplomazia e sensibilità 3. Vasta e robusta cultura 4. Facilità espressiva, selettività nella ricerca delle fonti, equilibrio di meticolosità e di brillantezza (molto complicato davvero e dipende dal genere che si intende trattare) 5. Grinta, combattività e una solida cultura di base. 6. Essere colti e aperti, secondo me è un requisito fondamentale per essere un bravo giornalista, cercare sempre di migliorarsi, essere autoironici senza saccenza e presunzione, difetti molto diffusi. 7. Seguire con precisione e entusiasmo il proprio genere, dalla Cronaca, allo Sport, allo Spettacolo, genere complesso e molte volte scarsamente considerato dalla massa. 6. Non essere eccessivamente “politicizzati” o ideologici, perché spesso i fatti oltrepassano le idee. 8.Leggere e aggiornarsi sempre, ormai semplice con un “click” sul web e ai tempi di Tobagi molto difficile invece.

Troppe cose sono cambiate da quel terribile 28 maggio 1980, ma anche se avevo solo 4 anni e ora ne ho 40 in più, spero che tornerà quella passione per la cronaca, quell’impegno e quella figura colta e vivace rappresentata da Tobagi e da diversi giornalisti del passato. Da Biagi, modello di sobrietà e efficacia per me, a Gianni Brera, quella sua ironia, l’acume storico di Montanelli, a prescindere dalle sue idee politiche, quelle firme che hanno reso grande l’Italia e che mi hanno ipnotizzato verso questo affascinante e tormentato mestiere che sento dentro di me da sempre. 

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