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Giornalismo e mediocrazia

maggio 7, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Un tempo, il giornalismo italiano poteva vantare Guido Piovene e Oriana Fallaci, Gianni Brera e Giorgio Bocca, persino Alain Elkann con le sue magistrali interviste a Indro Montanelli, uno dei grandi articolisti dello scorso secolo. Oggi, il paesaggio è desolante. Fra l’arbitro della moralità giornalistica, Enrico Mentana e la faziosità di Lilly Gruber, s’incuneano pennaioli e opinionisti di quart’ordine, come l’altezzoso Andrea Scanzi.

Scanzi sembra uscito da un film dei fratelli Wachowski: giubbotto di pelle nero, maglie nere, occhiali scuri, vedendolo è impossibile non immaginarlo mentre schiva come Neo i pessimi giudizi sulle sue mediocri performance teatrali. Ambisce a essere Giorgio Gaber, ma dell’istrionico cantautore milanese non ha il naso prominente e soprattutto il talento. 

Scanzi non è solo un commediante, la sua pagina di Wikipedia ci informa anche che è giornalista, saggista, enologo, opinionista, conduttore televisivo, appassionato di tennis e componente della giuria del festival di Sanremo. Nientemeno. Manca solo la qualifica di architetto e la laurea in medicina. Scanzi fa talmente tante cose, che finisce per assomigliare a un decatleta, sa fare tutto ma non è bravo in niente. 

È celebre per alcuni suoi litigi con Vittorio Sgarbi, l’altra prima donna della polemica politica, due galli dall’ego anabolizzato che si azzuffano con tanto di beccate negli occhi e penne svolazzanti. Risse a favor di pubblico, dove Scanzi può esibire la sua olimpica altezzosità così come le prostitute di Amsterdam mettono in mostra la «mercanzia». 

Come «giornalista», il bel Andrea, pubblica su Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, dal quale ha appreso l’irritante superbia e il sorrisetto da scolaretto che sa la risposta alla domanda. Si potrebbe dire che Scanzi sia Travaglio per lo stile e Chef Rubio per i contenuti. Quest’ultimo si ingozza con le mani, il «nostro» scribacchino ingolla il pubblico con le sue «opinioni». 

Scanzi è, ça va sans dire, orgogliosamente «di sinistra». Per la precisione, appartiene alla categoria degli eterni delusi dalla sinistra, la sua fazione politica è iperuranica. Odia Matteo Salvini e siccome si considera la «coscienza civile» della nazione, ogni suo post su Facebook o articolo è un attacco alla destra, inequivocabilmente, «fascista» e «immorale». Riferendosi all’attuale alleanza di centrodestra ha scritto: «La destra, questa destra, non può parlare di giustizia e morale. E non può farlo perché ne ha sempre fatto carne di porco. Al punto tale che, ancora oggi, se ne sta a braccetto con quel che resta del berlusconismo, il cui partito fu fondato 26 anni fa da uno da tempo in galera per concorso in associazione mafiosa».

 La complessità della politica gli sfugge sotto il naso, la Destra è sempre «cattiva» e paramafiosa, la sinistra, nonostante le sue mediocri incarnazioni, è dalla parte della luce e del «progresso». Scanzi è la versione più ribelle e bohémien di Corrado Augias, l’anziano giornalista che considera gli elettori conservatori «pulsionali» e ignoranti. Sono due manichei, due grossolani interpreti della realtà.

 Al momento, Scanzi, dopo la pubblicazione di un triste libello antisalviniano, «Il cazzaro verde» (usando «cazzaro» pensava di essere anticonformista e vivace), è una groupie entusiasta del Presidente Conte, nel quale vede un argine alle tanto temute «Destre». Pensare che, fino a un anno fa, era un feroce critico del «governicchio Conte», come lo definì. In un becero video del febbraio scorso, il camaleontico Scanzi inveiva contro l’attuale governo, le cui misure «mi stanno annullando le date teatrali». Avvolto nel suo giubbino di pelle arriva a urlare: «Ma quale pandemia, si tratta di un raffreddore». Settimane dopo, si trasforma in un paladino dello «state a casa irresponsabili». Scanzi non conosce né il successo teatrale né la coerenza. 

Il giornalista-enologo-drammaturgo-coscienza civile del Paese è costante solo nella scelta delle battaglie. Non c’è causa antisessista, antirazzista, pro-immigrazione, anti-Salvini, pro-Euro, che non abbia avuto il suo appoggio. È affetto da attivismo compulsivo ma, d’altronde, un facitore del Bene come lui non può sottrarsi alla lotta contro l’Ur-fascismo. Indossa il chiodo e scende nei salotti televisivi a menar fendenti ai retrogradi in nome del «progresso» e della «felicità umana». Fonde in se stesso Ernesto Guevara e Terminator. Probabilmente, pensa di essere un avanguardista dell’umanità nell’Italia «fasciocattolica», in realtà è completamente sottomesso alla Koinè dominante. 

Scanzi sta al giornalismo come Rocco Casalino alla Politica o come la polmonite ai polmoni. È il Don Chisciotte che si scaglia contro il mulino a vento del «fascismo». A lui, si adatta alla perfezione quel verso di una canzone di Gaber: «Il conformista, è uno che sta sempre dalla parte giusta, il conformista, è un concentrato di opinioni». Scanzi è esattamente questo, un concentrato di opinioni raffazzonate, un pubblicista che si crede un premio Nobel, come ha scritto lui stesso: «La forza dei miei pezzi sta anzitutto nella forma, nel ritmo, nella musicalità della scrittura». Chissà come mai non l’hanno ancora inserito nei Meridiani Mondadori, tra Schnitzler e Schopenhauer.

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