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Virus e ottimismo

maggio 3, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

La cultura dell’Occidente è ottimista, per innumerevoli ragioni: la presenza di un progresso tecnologico evidente, il perfezionamento della medicina, il moltiplicarsi dei divertimenti digitali, i viaggi a basso costo, Amazon prime e un benessere materiale non pienamente scalfito dalla crisi economica.

Nonostante la povertà sia aumentata, la maggioranza della popolazione, anche le fasce di reddito più basse, possiedono televisori, telefonini e una connessione internet. Gli occidentali non sono mai stati così attenti al proprio benessere psicofisico, alla propria alimentazione, al proprio corpo, al proprio modo di pensare e alle «energie».

Si è diffuso un «nietzschianesimo» popolare in forma di materialismo pratico, edonismo attento ai carboidrati messi nel piatto e relativismo dialogante poco incline alla polemica. Un regno di eterni giovani sempre alla ricerca del massimo divertimento, del relax salutista in centri benessere, attenti al «look» e ossessionati dal «pensare positivo».

Una società che tenta di sbarazzarsi del lato tragico della vita: la malattia, la disabilità, l’alea, il conflitto, le differenze e che ripone una fiducia assoluta nella scienza, verso la quale nutre una vera e propria venerazione, perché promette di rallentare l’invecchiamento, guarire le malattie e sconfiggere la morte, ostacolo al godimento.

In un siffatto mondo, la scienza, assomiglia sempre più alla sua antica avversaria, la religione. Ne sono una prova il crescente numero di scienziati «competenti» interpellati su ogni campo: etico, politico, religioso, sociale. Gli scienziati, coi loro discorsi, forniscono certezze inappellabili e soddisfano il bisogno, umanissimo, di punti cardinali fermi e stabili. «Scientifico» è diventato sinonimo di «vero».

La natura sembra scomparsa dall’orizzonte degli uomini occidentali, tutto può essere controllato e plasmato dalla volontà, basta «crederci» o avere denaro sufficiente per pagarsi la chirurgia estetica, sessuale o trattamenti «antiage» e sono nate persino branche della medicina intenzionate a bloccare l’ossidazione del genoma. Il mondo fin qui descritto non poteva reggere l’urto con una natura ritornata sottoforma di virus sconosciuto e mortale. La cui origine è stata collocata, pur senza prove solide, nel pipistrello o nel serpente, due animali carichi di «negatività» e da sempre associati al male: il demonio che tenta Eva e il vampiro.

Davanti al Coronavirus la scienza si è dimostrata impotente, non ha fornito spiegazioni né cure. I dotti del nostro tempo si sono contraddetti e hanno preso a litigare come «politici» qualsiasi. Il Covid-19 ha incrinato la fiducia negli scienziati, così come la peste nera incrinò l’autorità della Chiesa. Come ha dichiarato il filosofo Giorgio Agamben: «L’analogia con la religione va presa alla lettera: i teologi dichiaravano di non potere definire con chiarezza che cos’è Dio, ma in suo nome dettavano agli uomini delle regole di condotta e non esitavano a bruciare gli eretici; i virologi ammettono di non sapere che cos’è il virus, ma in suo nome pretendono di decidere come devono vivere gli esseri umani».

E questi esseri umani, italiani in particolare, spaventati dalla malattia ignota, disabituati alla prossimità con la morte e intimoriti da quest’ultima, hanno accettato passivamente e con entusiasmo che le decisioni politiche fossero affidate a oscuri «comitati tecnico-scientifici» e di essere «messi al sicuro in casa» per mesi. Si sono arresi a un potere, o forse un «biopotere», che ha compresso le loro libertà individuali in nome della «salute pubblica». Adesso sappiamo che basta agitare lo spauracchio della «salute» per imporre con facilità norme autoritarie.

Inoltre, le voci dissenzienti sono state marginalizzate dai media di massa, gli scienziati scettici sull’approccio adottato sono stati silenziati, anche quando si trattava di uomini illustri come Didier Raoult. Questa non è la prima né la peggiore delle pandemie della Storia, sarà superata, ma il mondo che ne verrà fuori sarà meno incline all’ottimismo acefalo e alle false promesse di un progresso ascendente? Auguriamoci di sì. 

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