MENU

Alla ricerca degli invisibili conservatori d’Europa

aprile 29, 2020 • Mondo, z in evidenza

di Daniel Pipes

http://www.danielpipes.org/19392/finding-europe-hidden-conservatives

Traduzione a cura di Angelita La Spada

In Europa ci sono dei conservatori, vale a dire coloro che credono nella responsabilità individuale, nell’indipendenza nazionale, nel mercato libero, in una legge identica per tutti, nella famiglia tradizionale e nella massima libertà di opinione e di religione?

Apparentemente, no. I politici definiti conservatori – come la tedesca Angela Merkel, il francese Jacques Chirac e lo svedese Fredrik Reinfeldt – spesso sono in realtà dei moderati di sinistra, così come i loro partiti. Si potrebbe arguire che il conservatorismo è scomparso nei Paesi che lo hanno visto nascere.

Ma sarebbe sbagliato affermarlo. Esiste  un consistente movimento conservatore che sta crescendo in Europa. È celato, nascosto da appellativi come populista, nazionalista, di estrema destra o perfino neonazista. Definisco questo movimento con un altro nome:  civilizzazionista, per indicare che 1) pone l’accento sull’obiettivo di preservare la civiltà occidentale e 2) persegue politiche decisamente non conservatrici (come incrementare il welfare e i pagamenti pensionistici).

La principale preoccupazione dei civilizzazionisti non è quella di contrastare i cambiamenti climatici, costruire l’Unione Europea né di scongiurare l’aggressione russa e cinese: piuttosto, tale preoccupazione consiste nel preservare la civiltà storica dell’Europa degli ultimi due millenni. I civilizzazionisti temono che l’Europa diventi un’appendice del Medio Oriente o dell’Africa. Gli europei autoctoni già si lamentano di sentirsi estranei nelle loro città, dove i pensionati hanno paura di uscire di casa e in cui alcuni alunni cristiani ed ebrei vengono picchiati da bulli immigrati. Proviamo a immaginare come andranno le cose quando le proporzioni cambieranno.

L’inquietudine espressa dai civilizzazionisti è dovuta principalmente a quattro fattori: la demografia, l’immigrazione, il multiculturalismo e l’islamizzazione (o DIMI, acronimo che ricorda il termine arabo dhimmi, lo status di ebrei e cristiani che si sottomettono al dominio dei musulmani).

I quattro elementi che caratterizzano i fattori DIMI sono strettamente correlati: il fallimento demografico crea un bisogno di immigrazione che, a sua volta, incoraggia il multiculturalismo che catalizza in gran parte l’islamizzazione.

Iniziamo con i dati demografici. Ogni anno, la popolazione autoctona europea, a causa del basso tasso di fecondità di circa  1,5 figli per donna, diminuisce di oltre un milione di abitanti, una cifra in costante aumento nel tempo. Per mantenere inalterato l’ammontare della popolazione occorre un’immigrazione annuale superiore a quel numero (pochi immigranti arrivano in Europa da neonati).

Il potenziale contingente di immigrati supera di gran lunga quel numero. Basta citare solo due dati: un ex ministro iraniano dell’Agricoltura ha previsto che, a causa della carenza idrica, fino al 70 per cento della popolazione del Paese, ossia 57 milioni di iraniani, emigrerà. Secondo le previsioni, la popolazione africana si triplicherà entro il 2100, e questo porterà all’emigrazione di centinaia di milioni di persone che cercheranno rifugio in Europa. Fra trent’anni, un quarto della popolazione dell’Unione Europea sarà, secondo Stephen Smith, di origine africana.

I flussi migratori dai Paesi non occidentali comportano una serie di difficoltà pratiche: nuove malattie, barriere linguistiche, mancanza di competenze professionali e alta disoccupazione.

Il multiculturalismo deriva da un mix di assertività dei migranti, di sensi di colpa e dubbi esistenziali da parte degli europei. Il multiculturalismo pone come principio l’uguaglianza morale di tutte le culture e non ravvisa alcun motivo per preferire la civiltà europea alle altre. È giustificato indossare il burqa al pari di un abito da ballo, il burkini allo stesso modo del bikini.

Infine, l’islamizzazione implica una serie di azioni ostili e di atteggiamenti di superiorità che sono incompatibili con i costumi occidentali: l’uso obbligatorio del velo, le no-go zones parziali, i taharrush (gli assalti sessuali di massa), i, förnedringsrån (i furti con umiliazione), gli stupri di gruppo, la schiavitù, i matrimoni tra consanguinei, la poliginia, i delitti d’onore, la mutilazione genitale femminile, il Codice Rushdie,  la violenza jihadista, l’imposizione della legge islamica estesa a tutti e un profondo nichilismo.

L’Establishment, o quello che io definisco le “Sei P” (Politici, Polizia, Procuratori, Press [Giornalisti], Professori e Preti), tende a reagire con compiacenza al quartetto DIMI. Focalizzandosi sugli aspetti negativi della storia europea, in particolar modo sull’imperialismo, sul fascismo e sul razzismo, l’élite esprime un senso di colpa dilagante e in genere approva e incoraggia una trasformazione dell’Europa in qualcosa che è estraneo alla sua cultura storica.

I civilizzazionisti reagiscono a questa tendenza con un’inquietudine conservatrice e operano per resistere a questa metamorfosi. Non si sentono in colpa. Al contrario, apprezzano le tradizioni nazionali e ritengono che la trasformazione dell’Europa in un’appendice del Medio Oriente o dell’Africa sia un crollo dei valori e una minaccia culturale esistenziale.

L’Establishment dipinge i civilizzazionisti come perdenti retrogradi, deboli, e ignoranti. Anche gli analisti in sintonia con i civilizzazionisti, compresi illustri autori come Bat Ye’or, Oriana Fallaci e Mark Steyn, ritengono che la loro causa sia persa, e considerano ineluttabili il “Londonistan” e la Repubblica islamica di Francia.

Ma non è così. I civilizzazionisti sono già un movimento potente, essendo passati da una ventennale posizione marginale a un ruolo centrale in molti Paesi. Essi sono stati o lo sono ancora la principale opposizione parlamentare in Finlandia, in Germania, nei Paesi Bassi, in Spagna e in Svezia. Hanno fatto parte del governo o ne fanno parte tuttora in Austria, in Estonia, in Italia, in Norvegia e in Svizzera. Governano in Polonia in seno a una coalizione e in Ungheria, dove lo fanno da soli. Il loro fallimento è tutt’altro che inevitabile.

Alla luce di queste osservazioni, ecco qui di seguito alcune previsioni.

Innanzitutto, poiché nessuno dice “ero preoccupato per i fattori DIMI, ma ora non più”, il numero di civilizzazionisti continuerà a crescere. Entro 15 o al massimo 20 anni, è probabile che essi domineranno la scena politica europea, con la possibile grande eccezione del Regno Unito, dove sono a un punto morto. Dopo una lunga e aspra lotta, questo movimento controcorrente che si batte per il ripristino dei valori tradizionali finirà per trionfare.

In secondo luogo, i civilizzazionisti hanno tre vie di accesso al potere: il controllo del governo, come in Ungheria e in Polonia; allearsi con i conservatori di nome, come in Austria; o coalizzarsi con la sinistra, come in Italia. Inoltre, in modo limitato, la stessa Sinistra può portare al potere alcune idee conservatrici, come in Danimarca. E in futuro, potrebbero anche crearsi delle nuove vie di accesso al potere.

In terzo luogo, i Paesi dell’ex Patto di Varsavia apriranno la via a questo futuro. Osservando gli errori commessi dall’Europa della NATO, saranno determinati a non ripeterli. Tra questi Paesi ci sono i Quattro di Visegrád (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) così come la Germania orientale, la Romania e la Bulgaria. Da un millennio, la parte orientale dell’Europa è rimasta indietro rispetto alla parte occidentale, pertanto, questo è un notevole cambiamento. 

In quarto luogo, i civilizzazionisti sono poco conosciuti per il loro intellettualismo o per i loro principi, quindi, considerarli dei conservatori può sorprendere. Ma si muovono in maniera errata in quella direzione. Ciò che è iniziato in modo istintivo, con un crudo populismo e con una pura logica maggioritaria sta evolvendo verso qualcosa di più raffinato quando i civilizzazionisti si spostano verso il centro dello spettro politico al fine di aumentare il numero dei sostenitori. L’esperienza modula l’intemperanza. E stanno emergendo gli intellettuali. Tra questi spiccano: Douglas Murray (Regno Unito), Alejandro Macarón (Spagna), Renaud Camus (Francia). Bat Ye’or (Svizzera), Thilo Sarrazin (Germania), Christian Zeitz (Austria), Viktor Orbán (Ungheria) e Lars Hedegaard (Danimarca).

Per evitare la crisi creata dalla demografia, dall’immigrazione, dal multiculturalismo e dall’islamizzazione, occorrerà preservare le migliori caratteristiche del continente. Ecco perché i civilizzazionisti rappresentano la speranza del conservatorismo e del futuro dell’Europa.

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »