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Nuove Resistenze

aprile 25, 2020 • Politica, z in evidenza

di Stefano Bonacorsi –

Mai come in questi ultimi anni, la Festa della Liberazione, o 25 aprile, ha diviso gli animi anziché unirli. Andrebbe letto ogni anno, a ridosso di questa ricorrenza, il bel libro di Roberto Chiarini “25 aprile. La competizione politica sulla memoria” (edizioni Marsilio) per avere un quadro sufficientemente neutrale che aiuti a capire come si è arrivati alla considerazione della Resistenza che c’è oggi.

Perché negli anni il 25 aprile, è diventata sempre più una festa di parte, soprattutto dal 1994 in avanti, con l’avvento di Berlusconi e lo sdoganamento del MSI che fino ad allora era stato escluso dalla spartizione del potere.

Ezio Mauro su Repubblica ha ricordato i valori della libertà oggi limitata dal Covid-19, ma il suo è stato un appello a senso unico contro il neofascismo che è ovviamente incarnato nel morbo sovranista. Ma la verità è che la Resistenza per (r)esistere ha bisogno di un nemico e allora, in assenza di fascismo, lo si cerca e lo si trova laddove non c’è, e si finge di non vedere quello che invece è evidente.

Diceva bene Pasolini nei suoi “Scritti Corsari” che il vero fascismo è l’omologazione di massa, e mai come oggi assistiamo a una omologazione dell’informazione e del pensiero a fronte di un governo che ha violato tutto quello che si poteva violare di quella che è ritenuta, a torto, la Costituzione “più bella del mondo”, con un Presidente della Repubblica latitante e l’assenza totale di spirito critico da parte di chiunque.

Negli anni passati, in virtù del suo colossale conflitto d’interesse, abbiamo vissuto la paranoia da svolta autoritaria con Berlusconi; e ogni qualvolta si è affacciato un apparente uomo forte, si è temuto per la tenuta delle istituzioni democratiche che, mai come oggi appaiono deboli e fragili, calpestate come lo sono oggi, da un mediocre avvocato di provincia, salito in cattedra in un’università e miracolato chissà come a fare il primo Presidente del Consiglio che, soprattutto nella seconda versione del suo ministero, ha veramente messo in pericolo la tenuta delle istituzioni democratiche.

In questo 25 aprile sui social è un pullulare della frase di Piero Calamandrei “La libertà è come l’aria: ci si accorge che vale quando comincia a mancare”. 

A parte il fatto che alle frange comuniste (e quindi maggioritarie) dell’Anpi andrebbe ricordato che Calamandrei era Azionista e successivamente allo scioglimento del partito, confluì nei socialdemocratici di Saragat, in rotta con un PSI troppo schiacciato sulle posizioni del PCI; andrebbe inoltre ricordato che Calamandrei era per un modello istituzionale di tipo anglosassone, i suoi riferimenti erano il modello Westminster o i “Chek and Balance” statunitensi, in modo da non avere un governo debole, come poi si è sempre verificato nella storia repubblicana. La sua opinione, sulla fantomatica costituzione “più bella del mondo” era di una carta di compromesso, una costituzione tripartitica, che andava dalla rivoluzione mancata per le sinistre a una rivoluzione promessa concessa, o meglio compensata dalle destre. Ciò nonostante non si tirò mai indietro dal difendere quell’assetto istituzionale nato dal compromesso tra PCI DC e PSi, e anche questo andrebbe ricordato a chi oggi deposita corone di alloro ai monumenti in barba alla quarantena. 

Così come andrebbe anche precisato che il Calamandrei fu un resistente “dall’interno” il suo posto di combattimento era la cattedra universitaria e pertanto dovette giurare fedeltà al regime fascista.

Oggi quindi, coloro che restano liberi, si rifanno alle frasi di un uomo che era non tanto per i pieni poteri, ma per l’autorevolezza e il bilanciamento delle istituzioni, cosa che oggi non vediamo nel Governo Giuseppi, affetto da smanie di controllo, e di una inconcludenza unica nella storia repubblicana, e sicuramente recordman di violazioni di quella legge fondamentale dello Stato che era nata sulle ceneri di quella guerra civile, di cui il 25 aprile rappresenta l’epilogo.

Credo vivamente che Calamandrei, che fu pure giurista come lo è Giuseppi pur se di tutt’altra statura, oggi si rivolterebbe nella tomba a vedere come un accademico tratta quella che di fatto è stata anche una sua creatura.

Ecco, se c’è oggi una resistenza da celebrare dev’essere, allora come oggi, quella contro la restrizione della libertà fatta con autoritarismo, in palese violazione delle norme costituzionali, non la fuffa nostalgica della lotta partigiana.

Perché se davvero si vogliono difendere i valori fondanti della nostra Repubblica, allora occorre resistere a un governo incapace e dannoso, non ai fantasmi del totalitarismo attribuiti a casaccio all’attuale opposizione.

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