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Il Coranvirus, la vecchiaia e la pochezza del nostro modello sociale

aprile 25, 2020 • Paralleli, z in evidenza

 

di Davide Cavaliere –

«Tanto muoiono solo i vecchi e i malati». Questa frase sarebbe lapalissiana in periodi di pandemia, se non fosse per quel «tanto», una crudele particella linguistica, messa lì con cinismo e indifferenza. L’aridità con cui sono state accolte le tante morti di anziani per la nuova malattia, ci svela la pochezza del nostro modello sociale. 

Una società che ambisce a «restare umana» solo con chi viene da lontano, ma che accetta senza lacrime la morte di una generazione di italiani operosi e generosi. Il «vecchio», insieme al «malato», è il paria della nostra epoca chiassosamente giovanile, il soggetto da tenere nascosto e in ombra. Con le sue rughe, le sue macchie sulla pelle, le bave, l’andatura lenta, la vescica che non tiene, la mani tremolanti, le piccole manie, le abitudini fossilizzate … ci ricorda la fragilità della condizione umana. Il vecchio mette in scena quello che saremo, la brutalità della materia che piega le ossa, appanna le pupille, irrigidisce i reni, fiacca i tessuti. 

Un tempo, nella vecchiaia si leggeva anche la saggezza e l’autorità, mentre oggi si coglie solo il pannolone sotto pantaloni larghi. Il vecchio è il più vicino alla morte, il grande rimosso di quest’epoca, in qualche modo già «contaminato» da quest’ultima. È l’animale ferito che una società edonista, sportiva e vanesia cerca di evitare, seppellendoli prematuramente in ospizi e «canili per umani» a retta agevolata.

 Il fantasma del corpo perfetto si aggira per l’Europa, il corpo sano da fotografare, esibire, sessualizzare all’estremo, imbellettare. Corpi dai quali spariscono imperfezioni e specificità grazie a filtri digitali e cosmesi. L’unico corpo accettato è quello performante, giovane, tonico e scolpito. I fisici reali, sempre segnati da difetti, devono scomparire per lasciare spazio a una fisicità plasmata su irrealistici modelli pubblicitari.

 Il corpo è diventato un capitale da amministrare nel tentativo vano di mantenerlo, per sempre, giovane e sano. Igienismo e salutismo sono due vie di fuga dal timore del decadimento e della morte. Due pessimi modi di rapportarsi all’esistenza, due rifiuti della dimensione tragica della vita, due futili tentativi di occuparsi della sua lunghezza, ma non del suo contenuto.

 In una siffatta società, i vecchi e la senilità non possono avere spazio e la loro morte non può che essere accolta come una mezza liberazione. Alla repulsione verso gli anziani si salda la convinzione iper-individualista di non avere responsabilità verso chi ci ha preceduti, quando si diventa «non autosufficienti» o non più «utili» si viene abbandonati nelle strutture d’assistenza e, in alcuni casi e Stati, accompagnati all’eutanasia. 

La nostra epoca è segnata dall’orrore gnostico per la materia, il rifiuto di tutto ciò che decade e si corrompe. Si impongono facilmente i falsi profeti del transumanesimo, che nulla hanno a che vedere con una medicina umanistica e con cure razionali, che promettono l’immortalità e l’eterna giovinezza attraverso l’integrazione uomo-macchina. Si fanno paladini del sogno post-moderno di un’umanità che si crea da sé, non più sottoposta ai «capricci» della natura. 

Il male nelle sue infinite forme: dolore fisico, invecchiamento, malinconia, malattia e così via dovrà essere eliminato dalla tecnoscienza. Il transumanesimo è la forma filosofica e fantascientifica della tracotanza umana e dell’infantilismo narcisistico che non accetta la finitudine del corpo e dei desideri.

 Forse, un giorno, l’ambizioso progetto post-umano si realizzerà davvero, a prezzo di una decomposizione dello spirito. Genererà un mondo di eterni adolescenti immaturi, bambinoni immersi in comodità piatte e sterili, spaventati dall’ineluttabilità delle cose. Individui mummificati dal silicone e dal poliuretano. Un’umanità che non conoscerà più l’autorevolezza della vecchiaia, le debolezza che cura dal narcisismo, la bellezza di andarsene sapendo che il mondo continuerà senza di noi. 

Come ha scritto il filosofo Robert Redeker: «La morte è il prezzo che l’umanità è condannata a pagare per accedere alla più umana delle vite, ai più umani dei sentimenti. Non possiamo essere umani che all’ombra delle tombe». Torniamo ad accettare la morte, torniamo ad accogliere i nostri vecchi. 

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