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L’antiutopia secondo Sebald

aprile 18, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Winfried Georg Sebald è stato l’ultimo grande scrittore autenticamente europeo. Nelle sue opere evoca i più salienti tratti della civiltà europea, a cominciare dal rapporto col passato, cioè con la storia.

In Europa, come nei lavori di Sebald, il passato non è una vita distinta, non è una dimensione «andata oltre», ma una presenza assoluta, percepibile in profondità. Il passato, talvolta, ci attende, perché è la nostra condizione antropologica di fondo, intrattiene un rapporto unico con l’«Homo europeus», che sempre può ricostruire la propria genealogia personale e collettiva.

Nel capolavoro di Sebald, Austerlitz, racconto della progressiva riemersione di un lacerante passato individuale, il protagonista pronuncia queste indicative parole: «E non potremmo immaginare, proseguì Austerlitz, di avere appuntamenti anche nel passato, in ciò che è già avvenuto e in gran parte è scomparso, e di dover cercare proprio nel passato luoghi e persone che, quasi al di là del tempo, hanno con noi un rapporto?».

Il senso dell’uomo è in questo colloquio con la storia, con «ciò che è già avvenuto» e di cui permane una traccia, un solco sulla sabbia non cancellato dal mare del tempo. Il passato ci attende non meno del futuro.

Nel passo riportato è presente un dettaglio oscuro, che consiste nell’espressione «e in gran parte scomparso», tutto ciò che è storico si smarrisce, Sebald lo sa bene e da questa constatazione non sorge solo l’inquietudine che attraversa i suoi romanzi, ma anche quella che angoscia l’Europa.

La storia è un’invenzione europea, solo gli europei hanno «fatto storia», perché consapevoli della storicità del proprio esistere e hanno tentato di salvarsi dall’oblio raccontandosi e tenendo memoria di sé. Mettere al sicuro ciò che è decisivo dal naufragio nell’abisso della dimenticanza, per dirla con le parole del filosofo Hans-Georg Gadamer: «avere senso storico significa pensare espressamente all’orizzonte storico che è coestensivo alla vita che noi viviamo e che abbiamo vissuta».

Da questa consapevolezza nasce anche la letteratura, quel «disturbo», come lo definisce Sebald, a mettere per iscritto i propri pensieri, a seminare tracce, a ricostruire la trama sottile del mondo. Proprio da orme, graffiti, rovine, nessi, mere coincidenze, il grande scrittore tedesco ricostruisce la storia universale, la «grande» storia che ha scosso l’essere.

È uno sguardo che si rende conto delle stratificazioni di cui è fatto il nostro presente, attraversa verticalmente il mondo che abitiamo nell’illusione di esserci lasciati tutto «alle spalle» e di poggiare su qualcosa di intonso, ma stiamo in piedi su cataste di morti, sangue rappreso, ossari, utensili, fotografie, che la storia erutta appena si affonda la vanga. Jacques Austerlitz, protagonista dell’omonimo libro, simboleggia l’uomo del coma post-storico, che vegeta nel presente, l’intera sua vita gli appare «come un punto cieco privo di durata».

Il suo presente non ha né senso né ruolo, dal cielo è scomparso l’Angelus Novus di Paul Klee, il suo stato non può che spingerlo alla ricerca del suo passato, deve seguire le tracce mnestiche e «darsi» una storia, ovvero un senso. Il passato dei personaggi, reali o immaginari, di Sebald è tragico e inesprimibile, ma necessita di essere interrogato.

Quelli del romanziere, come già detto, sono anche romanzi sullo sgretolarsi del tempo, sulla natura transitoria e peritura di creazione umana e sul terrore che il vuoto reca con sé. È indicativo il malessere che ci coglie quando descrive città che dall’alto appaiono vuote, insediamenti secolari che franano, lo sparpagliarsi degli oggetti, le ragnatele che si espandono e la vegetazione che fa capolino dalle crepe. Sebald è uno psicopompo dei vivi, un poeta dell’irrilevanza dell’uomo e delle sue industrie.

Scrive ne Gli anelli di Saturno: «Troppi edifici sono crollati, troppe macerie si sono accumulate, insormontabili sono i sedimenti e le morene». I suoi capolavori fanno parlare le tombe e le architetture sulla via del disfacimento. Intrattiene un’affiliazione viscerale con l’Europa e i suoi paesaggi naturali e storici, si fa testimone del legame, tutto europeo, tra natura e cultura.

Sebald e le sue creature letterarie camminano molto, anche la «camminabilità» dello spazio è un tratto precipuo del vecchio continente. Trattasi di una geografia umanizzata, un tempo a misura di piede, puntellato di città, villaggi e campanili. Camminare permette di pensare senza staccarsi troppo dalla realtà, di rimanere nella storia.

Sebald è uno scrittore aderente al reale, quindi anti-utopico, non c’è traccia di futuro nelle sue opere, ma solo un’attenzione alla fragilità del presente. I suoi libri sono un manifesto di quello che Alain Finkielkraut ha chiamato: «diritto alla continuità storica». Riecheggia, in ogni libro, un interrogativo angoscioso: di ciò che abbiamo amato, cosa rimarrà? 

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