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La miseria dei moderati

aprile 11, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

 

di Davide Cavaliere –

Nel 1920, Lenin scrisse un testo intitolato Estremismo, malattia infantile del comunismo, oggi si potrebbe scrivere: Moderatismo, malattia infantile del sovranismo. I cosiddetti «moderati» sono una piaga che appesta la destra italiana e la Nazione nel suo complesso. Ma chi sono i «moderati»? 

Sono una specie politica molto diffusa, come le zanzare d’estate, che non ha nulla a che vedere col gradualismo di chi mira a cambiare lo status quo attraverso delle riforme, ma con una forma di acquiescenza verso l’esistente. Trattasi di una sottomissione morbida alle opinioni dominanti mascherata da «responsabilità», parola magica dello sciame «moderato».

Sia chiaro, l’opposto del «moderatismo» non è l’estremismo bensì ogni proposta di reale cambiamento della società. A ben vedere, anche il «moderatismo» è un estremismo, è l’estremo Centro dello spettro politico, il punto bianco pallido da cui procedono, verso sinistra, tonalità più intense di rosso e verso destra un blu che via-via digrada nel nero più buio.

Il «moderato» è vagamente liberale e garantista, popolare sui generis, cattolico tiepido con posizioni non troppo sbilanciate in materia di bioetica. Non ha un nido stabile, non riposa in luoghi caldi e umidi come le blatte né in siti freschi e asciutti come le larve di mosca, è ovunque, se ne trovano a frotte in Forza Italia, nella Lega, nel Partito Democratico e nella variegata e brulicante nebulosa dei «partiti minori».

È innegabile che i «moderati» siano, in maggioranza, di centro-destra. Sono quelli che in seno ai loro partiti fanno a gara a chi è più «al centro», a chi è più «moderato», sono immersi costantemente in un moto centripeto, una gara a chi è più scialbo, compassato, trasparente, traslucido fino all’invisibilità. Il «moderato» da solo è impalpabile, si rendono manifesti solo in mucchio, in gregge, in sciame.

Questa volontà di attenuarsi fino all’inconsistenza è figlia del grande complesso che affligge i «moderati», il grande rimosso che picchietta le nocche sulla porta della coscienza: il tabù della Destra. In cuor suo, il «moderato» si vergogna delle sue idee, vorrebbe non averle, vorrebbe essere un progressista qualunque e non avere rogne e magagne. Decide, allora, di diluirle fino a renderle insussistenti. Pratica l’allungamento omeopatico del proprio spirito. Rende friabile ciò che poteva essere solido. Ha interiorizzato il discorso della Sinistra, considera le sue tendenze eterodosse come le considererebbe un progressista.

Non rivela pubblicamente la sua «perversione» per timore di essere etichettato come fascista o reazionario, per paura di essere guardato male oppure, perché dirsi di Destra non è abbastanza chic e non consente di collocarsi «dalla parte giusta». Accompagna la parola maledetta «Destra» con la rassicurante «Centro», li sentirete spesso dire: «siamo di Destra, sì, ma moderata», hanno metabolizzato l’equazione Destra uguale fascismo. Non pronunciano alcune parole per timore della scomunica, dell’espulsione dal corpo sociale, non osano immaginarsi fuori dal recinto della «rispettabilità» progressista e neo-bigotta.

Il «moderato» medio e mediocre tende a non esporsi mai troppo, considera la polemica inutile come la cultura, ma si lamenta dell’egemonia della Sinistra. Sognano di contrastare gli avversari con il «fare», con un pragmatismo da yuppies, non hanno capito che le idee muovono il mondo quanto l’economia. Alle conferenze dei partiti vanno incravattati, col calzino di seta che avvolge la caviglia, armati della loro mitezza rampante. Ma la «Milano da bere» è finita e a loro non rimane che il fiele della sconfitta.

Non riuscendo a esprimere le proprie idee, si trincerano dietro a un managerialismo che è un ennesimo esercizio d’insipienza. Per evitare di esprimere le loro idee più profonde, vorrebbero neutralizzare il conflitto su cui si fonda la politica e sostituirlo con la «buona governance».

La Politica, quella vera, non è solubile nel procedurale, nella buona gestione e amministrazione delle cose. Il conflitto e la polemica sono sempre dietro l’angolo e li colgono impreparati, disabituati come sono alla dialettica e alla ragione giudicante. Accettano passivamente le critiche, non controbattono, si rivelano per quello che sono: contenitori pieni di nulla e di poche buone idee castrate.

Il prezzo del loro tentativo di cooptare il consenso attraverso il «fare», è la diserzione dal Politico e dalla vita civile. La Politica non è un mercato dove l’elettore sceglie sulla base del proprio utile, ma un momento per autoconsapevolezza, di affermazione di sé e delle proprie appartenenze. I «moderati» non offrono alcuna vera alternativa, nessuna nuova idea, non sono capaci di suscitare alcun sentimento. Possono gettare sul tavolo solo tecnicismi.

La Sinistra riesce ancora smuovere il proprio elettorato con grandi idee, la Destra assomiglia a un harem dove le visioni più stimolanti sono controllate dagli eunuchi «moderati». La Destra dovrebbe riscoprire la sua radicalità positiva, il piacere e la necessità della polemica, del paragone culturale, dell’ironia di Guareschi e Longanesi, lo stimolo delle belle idee. Alla virulenza della Sinistra, non si può opporre una piattaforma da ragionieri difesa da burocrati del vuoto.

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