MENU

Pavese e il “senso nella terra”

aprile 7, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

                                                                           

 

di Davide Cavaliere –

 

                                                                                Camminiamo una sera sul fianco di un colle, in silenzio.

                                                                                                                Cesare Pavese, I mari del sud

William Faulkner ambientava i suoi romanzi in una contea immaginaria dal nome impronunciabile, Yoknapatawpha, specchio della reale contea di Lafayette; Jean Giono situava i suoi personaggi nell’aspra Alta Provenza e Thomas Hardy in un Wessex immaginario e cavalleresco. Alcuni scrittori sono intimamente intrecciati con un luogo, una terra, una regione. 

In Italia, Cesare Pavese è indissolubilmente legato alle colline del torinese e alle Langhe. Lo scrittore intrattiene una relazione viscerale coi clivi dolci del Piemonte, con le ondeggianti fila dei vitigni, coi campi verdi e brillanti d’estate, che si fanno bruni e rugginosi d’autunno. Sin dalla pubblicazione di Paesi tuoi, Pavese si è imposto al panorama letterario italiano con una lingua robusta, terricola, irrorata di vino rosso ferroso e fortemente evocativa. 

I romanzi dello scrittore piemontese sono una sinfonia di luci, sapori e, ovviamente, suoni. Bastano poche pagine e subito il lettore si trova avvolto dalle colline e l’autore, frase dopo frase, evoca i cieli viola dell’inverno, i sentieri di polvere ocra, i colli fulvi, l’umidità che di notte sale dai fiumi, il frinire delle cicale in un tramonto infuocato. Tutti i suoi lavori sono un gioco di atmosfere e impressioni, piazze vuote e ombre lunghe, come in un quadro di De Chirico. 

Non c’è, però, vocazione metafisica in Pavese, solo una schietta e spontanea rappresentazione della natura e del paese così come è stato visto, odorato, assaporato, gustato. La sua pelle è stata al vento, i suoi piedi sono affondati nell’erba, la sua schiena è stata percorsa dal sudore, all’ombra di un Acero si è seduto e a riposato, al Tiglio si è appoggiato e si è acceso una sigaretta e mentre buttava fuori il fumo, i suoi occhi sono caduti su dei braccianti bruciati dal sole. 

I capolavori in prosa dello scrittore, Il diavolo sulle colline, Feria d’agosto, La casa in collina e La luna e i falò, sono il dipanarsi letterario di una geografia interiore, un esercizio di poetica topografica, un introspezione legata a luoghi precisi. In questa cartografia dell’anima, fondamentale è il paese, l’humus dove affondano le radici della personalità individuale, uno spazio che forgia il carattere. 

Il paese è nel sangue, nel midollo, nelle ossa, nelle unghie, nei denti e nel respiro dei suoi abitanti. È un destino nel suo duplice senso: un elemento che ci determina e un de-stinare, una forma definitiva di essere e collocarsi. Lo spiega lo stesso Pavese ne La luna e i falò: «Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». 

Per il romanziere apparteniamo al paese, che rimane lì ad aspettarci e da lui si ritorna sempre e ci accoglie con uno sguardo sornione e una smorfia beffarda. Il paese è un microcosmo, in esso si svolge, in piccolo, ogni dramma umano: «Questo paese, dove sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto». La fatica nei campi, le foglie ruvide della vite, l’acino immaturo, lo scorrere dell’acqua, il fremere dei rametti, il canto degli uccelli, il rumore dell’erba che si piega, il latrare dei cani, il fango, il letame nella stalla, la povertà, i frutteti luminosi, il primo seno che ci ha fatto eccitare, le canzoni di un amico, il pollo del vicino, una sbronza, la groppa sudata di un cavallo, le mammelle di una mucca, tutto questo rimane ci dentro, ci graffia le ossa e ci scolpisce o storpia la mente. 

I personaggi di Pavese corrono sempre lontano, verso la città, in America, ma il risucchio del paese è invincibile. È un canto primordiale, violento, che fa vibrare le membrane del cuore. Esso ci ha determinati, per sempre. Come l’anguilla, forse non a caso il soprannome del protagonista ne La luna e i falò è proprio «Anguilla», anche l’uomo compie un viaggio verso il punto d’origine, per reintrodursi nel proprio utero geografico. 

Tutte la anguille nascono nel mar dei Sargassi, da uova poste a profondità quasi abissali, una volta nate si muovono fino all’Europa e nel mar dei Sargassi ritornano per accoppiarsi e morire. L’uomo è mosso dal medesimo tropismo. L’anguilla è anche detta «lucifuga», rifugge la luce solare. Scrive Pavese ne Il diavolo sulle colline: «Non c’è niente che sappia di morte più del sole in estate della gran luce». Anche l’«Anguilla» del romanzo avrebbe voluto fuggire da alcune luci, da alcuni falò.

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »