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La luce in fondo alla notte

aprile 3, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Sopra il XX secolo, puntellato di calvari e massacri, troneggia un Dio butterato e cencioso; una divinità insonne dai capelli sporchi e dall’intelletto devastato. È Céline. Se ne sta come un fantasma sulle nuvole, come quelli che vide a Parigi, sulla Place du Tertre, impegnato in un dialogo con Rabelais e Houellebecq.

Leggere Céline è affondare in una pozza di vomito o di acqua stagnante, ma solo per uscirne lavati dallo spirito del proprio tempo. È una lordura immunologica. Uno sporco che disinfetta la mente dai batteri del progresso e dell’umanismo. Disintossica dal veleno dell’ottimismo, spurga dall’idea di una comunione felice e solidale degli uomini. Leggerlo attiva una espettorazione per via letteraria di catarro sentimentale e muco positivista.

Le pagine di Céline resuscitano dalla memoria al pensiero cosciente una riflessione di Carl Schmitt su Donoso Cortés, il grande reazionario spagnolo, il diplomatico che guardava il volto putrido dell’umanità dietro la carnevalesca maschera del secolo decimonono: «l’umanità era una nave sballottata per il mare senza meta, carica di una ciurma sediziosa e volgare, reclutata a forza, che balla, canta a squarciagola, finché l’ira di Dio la precipita in mare in modo che torni a regnare il silenzio».

Proprio a bordo di una nave impavesata di concrezioni marine, il giovane Ferdinand Bardamu, protagonista del capolavoro di Céline, «Viaggio al termine della notte», diventa pienamente consapevole della miseranda condizione umana: «Quando il lavoro e il freddo non ti fanno più da astringente, allentano un momento la morsa, si può scorgere dei Bianchi quel che si scopre su una spiaggia ridente, quando il mare si ritira: la verità, stagni dalle grevi puzze, granchi, carogne e stronzi».

Per Ferdinand, che poi è Céline stesso, l’umanità è una scarica diarroica in un cesso pubblico, eppure, anela all’Amore. Tende, fin quasi a spezzarsi, all’Amore assoluto, totale, gratuito. In mezzo alla sporcizia e al fetore del mondo, vere ossessioni per l’autore, cerca la bellezza e la bontà, quelle vere, non il filantropismo melenso e l’estetismo dandistico.

Céline-Bardamu accetta la miseria delle cose, ma non si arrende ad essa. Ne è una prova il suo mestiere di medico dei poveri, cura malati in case fatiscenti e raramente chiede un compenso. La sua generosità, però, suscita disprezzo e odio. Ai poveri non piace che li si getti in faccia il loro stato. Non c’è solo una mutualità a senso unico nel protagonista, ma anche il dolore per non essere in grado di partecipare completamente alla sofferenza altrui, di sacrificarsi, di non rimane a guardare indifferente la morte di uno sventurato.

Céline-Bardamu è tormentato dal proprio e dall’altrui egoismo, afflitto da un masochismo insensato, sembra punirsi per colpe indefinite: la laurea in medicina, l’avventura americana, la guerra non combattuta fino alla fine. La bruttezza del mondo lo ferisce, iperstimola i suoi nervi fragili, fustiga la sua naturale propensione al bello, l’offende. Al tempo stesso, non si fa fagocitare dall’orrore, ma rimane capace di cogliere e amare l’allegria di un fanciullo, la dedizione di un sergente coloniale, la generosità di una prostituta americana e di baciare un amico morente, un po’ per non dover parlare e un po’ per slancio d’affetto. Momenti di dolcezza che si incuneano nella discarica universale dell’esistenza.

La bellezza, la bontà e la pietà sono schiacciate dal pattume morale e materiale degli uomini, ma ci sono, bisogna avere la grazia per afferrarle. Si tratta di momenti, poi soggiunge la gaffe, l’errore, l’impazienza, gli ostacoli che risucchiano l’Uomo nella catastrofe. Non c’è perfezione geometrica nella vita, la leggerezza non dura a lungo e, a volte, può essere il preludio del disastro. «Viaggio al termine della notte» è un libro imprescindibile, intossica il lettore con la realtà, solo per curarlo dalle illusioni.

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