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Il profeta e il falso paradiso

marzo 30, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

 

di Niram Ferretti – 

Il futuro brillerà di una luce fulgida, abbacinante. Per l’umanità finalmente redenta, sarà il paradiso in terra. La profezia messianica di Isaia, secondo cui il lupo e l’agnello pasceranno insieme troverà il proprio compimento. Il prezzo da pagare sarà alto, ma necessario. L’importante è avere le idee chiare, sapere dove si sta andando. Si incaricheranno di manifestare questa chiarezza in modo risoluto quelli che Eric Voegelin avrebbe definito i falsi Paracleti, indicheranno loro la strada, mostreranno l’approdo. 

Ne I Demoni, il genio profetico di Fëdor Dostoevskij anticipa già tutto.  Simile a un profeta biblico, siamo nel 1873, vede i bagliori tragici del futuro che avanza a larghi passi. 

Sono già, anticipatamente recensiti a loro insaputa tutti i rivoluzionari e gli emancipatori a venire, da Bakunin a Engles, da Trockij a Lenin, da Benito Mussolini ad Adolf Hitler, da Karl Liebknecht a Rosa Luxemburg da Che Guevara a Mao Zedong e Pol Pot. Coloro i quali, stabilendo che l’escatologico è solo politico cercheranno di rovesciare l’assetto del presente per inaugurare lo Shabbat definitivo.

L’utopismo iconoclastico dei nichilisti raccontati da Dostoevskij, è la dura profilassi a cui, per fare venire in essere il regno della dis-alienazione, nessuno potrà sottrarsi. L’engelsiano “Tutto ciò che esiste merita di perire” ha, come antecedente, il gelido igiene giustizialista di Saint Just e come susseguente l’ebbrezza sanguinaria di Che Guevara. Quando gli ideali sono nobili ogni atrocità è giustificata.

Nei Demoni, nella riunione tra il comico e grottesco che si svolge a casa dei coniugi Virginsij, Sigalev, uno dei convenuti, ha concepito, in un libro da lui scritto, moderna Apocalisse, la ricetta che aprirà le porte del paradiso intramondano. Il suo riassunto verrà fatto ai presenti da un altro ospite. 

“Egli propone, come soluzione definitive del problema, la divisione dell’umanità in due parti disuguali. Un decimo di essa riceve la libertà personale e un diritto illimitato sugli altri nove decimi. Questi invece devono perdere la loro personalità, trasformarsi in una specie di armento e, in una sottomissione senza limiti, raggiungere, l’innocenza primitiva”.

L’innocenza primitiva, quella che il Grande Timoniere Mao anticipava in un suo articolo del 1958:

“Giornalmente assistiamo al crollo di tutti i modi di pensiero decadenti e di tutte quelle parti della sovrastruttura che non reggono all’urto del nuovo. Ci vorrà ancora del tempo per spazzare via completamente tutti questi rifiuti ma è fuori dubbio che ormai tutto ciò ha perso ogni influenza. A parte le altre caratteristiche, i 600 milioni di cinesi hanno due particolarità salienti: sono, primo, poveri, secondo, immacolati. Può sembrare una brutta cosa, invece è un’ottima cosa. I poveri vogliono cambiamenti, vogliono agire, vogliono la rivoluzione. Su un foglio di carta pulito non ci sono macchie e così vi si possono scrivere le parole più belle e più nuove, vi si possono dipingere le immagini più belle e più nuove”.  

Tentare di rovesciare il mondo per rifarlo nuovo è il più grottesco e spaventoso segno della hybris umana, del quale Dostoevskij era lucidamente consapevole, e già anticipato nel suo capolavoro del 1864, Memorie del sottosuolo, in cui, il tormentato protagonista del monologo irride gli edificatori dei presunti “palazzi di cristallo” in cui dovrebbero vivere gli uomini redenti.

Dostoevskij sapeva bene che la redenzione non verrà mai attraverso l’umano, che, in questa veste, essa sarà sempre una parodia, un inganno cupo, da pagare con la follia e con il sangue. 

Così come sapeva che il male più seducente adotta gli abiti del bene. I Demoni annunciano l’irretimento che verrà, quando uomini e donne si sarebbero sottomettesse all’illusione, ai sogni sognati per loro da lestofanti e da invasati, i presunti iniziati al vero sapere della felicità. 

Il Novecento, con le sue pile di cadaveri ammassati dai facitori del Progresso, delle utopie da realizzare, stava davanti a Dostoevskij, nella sua funesta e cataclismica terribilità. 

 

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