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La svolta unitaria di Israele

marzo 29, 2020 • Medio Oriente, z in evidenza

Mentre in Italia il Covid-19 palesa ogni giorno di più l’inconsistenza di Conte, l’ovvietà di Mattarella e il desiderio di buona parte dell’opinione pubblica di un cambio di passo (targato Draghi?) in Israele la pandemia ha portato a sotterrare l’ascia di guerra dopo tre elezioni nell’arco di un anno. Elezioni che a noi europei sono superficialmente apparse come un tutti contro Netanyahu, ma che invece, per chi non legge solo gli articoli di Haaretz tradotti da Internazionale, sono state in questo periodo qualcosa di più. Ne abbiamo parlato con Rebecca Mieli, direttrice dell’ufficio israeliano di Italia Atlantica.

 

di Stefano Bonacorsi –

 

Cos’è cambiato dal tentativo di governo Gantz-Liberman col supporto degli arabi ad arrivare al governo di unità nazionale?

Il governo di Unità Nazionale consiste nell’accordo tra due fazioni opposte. Gantz e Netanyahu avrebbero avuto insieme i numeri per governare, nonché una simile linea di destra, tuttavia le varie campagne elettorali si sono giocate sul “Netanyahu si/no”. Sostanzialmente il partito Bianco Blu, formato da tre piccoli partiti, aveva come unico scopo quello di abbattere Netanyahu. Con l’emergenza del Corona Virus e il susseguirsi di tre appuntamenti elettorali, Gantz ha deciso di mettere da parte i personalismi e aderire ad un governo di Unità Nazionale, con Primo Ministro Netanyahu.

Che figura è Benny Gantz e qual’è la differenza rispetto a come lo vediamo in Europa?

Gantz è un ex Capo di Stato Maggiore. I militari sono fondamentali per Israele, e lui è stato uno dei più famosi e qualificati a ricoprire tale carica. Tuttavia, nonostante i titoli accademici e l’esperienza sul campo, in particolare in Libano, Gantz non possiede un background politico come quello del Primo Ministro attuale. In Europa è stato un po “idealizzato”, ma solo perché all’Europa piace criticare Israele senza un’approccio analitico. Ad esempio, Israele gode del suo più lungo periodo di pace con Netanyahu, eppure la retorica europea ci racconta un Bibi “guerafondaio”. A mio avviso, nonostante i grandi proclami e il seguito ottenuto con le elezioni, la sua debolezza sarebbe stata la poca esperienza in politica estera, e l’approccio non molto incline a “negoziare” con i maggiori interlocutori della regione.

Cosa sarebbe dovuta essere la coalizione bianco blu e perché si è sfaldata?

La coalizione aveva degli obiettivi solidi:  l’introduzione dei limiti di mandato, la modifica sulla legge dello stato nazionale, la limitazione del potere del rabbinato di Israele sui matrimoni, ecc. I due pilastri su cui si reggeva sono la volontà di indebolire il potere degli ultrareligiosi e una risposta decisa al problema del carovita.

Tuttavia il popolo – a fonte di tanti voti – non gli ha dato la fiducia necessaria per formare un governo da solo. A quel punto, e con un’emergenza sanitaria di fronte, solo un irresponsabile non avrebbe ceduto a formare un governo di Unità Nazionale. In una dichiarazione ha affermato che portare un paese in emergenza alle ennesime elezioni sarebbe stata una mossa piena di conseguenze negative, e che “Israele viene prima di tutto”.

Com’è la percezione in Israele di una figura come Netanyahu e cosa non capiamo da questo lato del mediterraneo?

Il contesto. Ci troviamo in Medio Oriente, anche se si tratta di uno stato liberal democratico con un’economia capitalista come quelle a cui siamo abituati in Europa. Israele è circondata da realtà delicate e instabili, che non di rado hanno affermato di voler distruggere Israele. Mandare avanti un Paese come se non piovessero razzi dal cielo, mentre i più grandi organismi internazionali negano il legame di Gerusalemme con il popolo ebraico, e doversi difendere -nel frattempo- da una minaccia come l’Iran, è un lavoro per pochi.

Netanyahu ha puntato tutto sull’Hi-Tech, riabilitato l’immagine del Paese trasformando le capacità tecnologiche in aiuti verso i Paesi in via di sviluppo, fatto “pace” con le Monarchie del Golfo (quindi con i massimi esponenti dell’Islam sunnita), mantenendo le relazioni con i maggiori attori della regione, Stati Uniti e Russia, in perfetto equilibrio.

Dal vostro lato del mediterraneo si fa fatica ad analizzare la questione Palestinese, nessuno si domanda da dove giungano i fondi che tengono in vita il terrorismo a Gaza, ma sono tutti pronti a giudicare pilastri imprescindibili quali il patriottismo, il senso di appartenenza religiosa, o il dovere di difendere la nazione a qualsiasi costo. Netanyahu rappresenta questo, un uomo che sigla accordi (spesso anche poco convenienti) per garantire la prosperità di Israele.

Quanto ha inciso l’emergenza Covid-19 sulla formazione del nuovo governo anche alla luce di ciò che ci è arrivato (travisato) delle dichiarazioni di Naftali Bennet?

Tanto, perché – secondo quanto dichiarato da lui stesso – è stata proprio l’emergenza in corso a far mettere da parte a Gantz l’astio verso Netanyahu. Bennet aveva chiesto alla popolazione di concentrarsi sugli anziani, di tenere il più possibile le distanze in quanto soggetti a rischio. Ha anche dichiarato di essere contrario al totale lockdown, e di voler applicare la politica dei test di massa. “Se lo Stato di Israele vuole tornare alla normalità, dovremmo eseguire 30.000 test al giorno. Se potessimo eseguire l’operazione a Entebbe, possiamo farlo anche noi. Non è inverosimile”. Netanyahu ha già dichiarato che se i numeri non dovessero scendere, Israele andrà incontro al lockdown dopo il week end. Al momento la disoccupazione è altissima, e nonostante gli avvertimenti da parte del Ministro dell’Economia, la probabilità che la situazione peggiori è alta.La

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