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Il volto dell’Africa

marzo 24, 2020 • Mondo, z in evidenza

Anna Bono è stata docente in Storia e istituzioni dell’Africa presso il Dipartimento di culture, politica e società dell’Università di Torino fino al 2015. Dal 1984 al 1993 ha soggiornato in Africa svolgendo ricerche sul campo. Ha collaborato con l’Istituto superiore di studi sulla Donna dell’Università Pontificia Regina Apostolorum. Dal 2004 al 2010 ha diretto il dipartimento Sviluppo Umano del Cespas, Centro europeo di studi su popolazione, ambiente e sviluppo. Fino al 2010 ha collaborato con il Ministero degli Affari Esteri nell’ambito del Forum Strategico diretto dal Consigliere del Ministro, Pia Luisa Bianco. Ha pubblicato il saggio «Migranti!? Migranti!? Migranti!?» Edizioni Segno. 

In esclusiva per Caratteri Liberi ha rilasciato un’intervista su Africa e immigrazione.

 

Di Davide Cavaliere –

Gli occidentali si flagellano perché si considerano gli unici responsabili dell’arretratezza economica e sociale dell’Africa. Quanto ha influito, realmente, il colonialismo sui destini africani? 

Si, è un delirio di onnipotenza che soprattutto le accademie e le organizzazioni non governative contribuiscono ad alimentare. Di sicuro, come le due precedenti colonizzazioni, quella bantu e quella arabo-islamica, la colonizzazione europea ha influito notevolmente sui destini africani, ma non certo provocando arretratezza economica e sociale. Al contrario il colonialismo europeo ha portato innovazioni tecnologiche e una organizzazione del lavoro che hanno permesso di iniziare a mettere a frutto le enormi risorse naturali del continente. Inoltre hanno creato infrastrutture quasi del tutto assenti: strade, ponti, ferrovie, centrali elettriche, dighe e molto altro. Ma l’apporto più straordinario è stato la valorizzazione del fattore umano con la diffusione di servizi scolastici e sanitari. Più radicale ancora è stato l’effetto positivo dell’introduzione di principi di uguaglianza, libertà, rispetto della persona del tutto assenti nelle società tradizionali nelle quali non esiste l’idea di diritti inerenti alla persona, quindi universali e inviolabili, e i diritti dipendono dallo status sociale.

Quali fattori endogeni alle società africane hanno minato la stabilità e lo sviluppo di quel continente?

Il tribalismo è uno dei fattori endogeni, oggi come in passato, che ostacolano stabilità e sviluppo perché è una forma estrema di razzismo che vincola le persone alla comunità di nascita e impone un atteggiamento ostile, diffidente nei confronti delle altre comunità. Negli stati moderni favorisce e anzi esige corruzione, clientelismo, lotta politica, e spesso armata, per il controllo del proprio clan, della propria etnia sull’apparato statale dal quale dipende l’accesso alle risorse nazionali: la corruzione dilaga con effetti devastanti a tutti i livelli della scala sociale ed è causa di immensi sprechi di risorse. Un secondo fattore endogeno, come dicevo, è dato dal fatto che per tradizione i diritti dipendono dallo status che a sua volta dipende in gran parte, e idealmente si vorrebbe del tutto, da fattori ascritti: tre in particolare, il sesso, la posizione di nascita nella famiglia (primogeniti e cadetti) e la posizione sociale della famiglia in cui si nasce, definita e immutabile. Le società africane tradizionali sono pertanto autoritarie, gerontocratiche e patriarcali, le istituzioni che le caratterizzano, sebbene indebolite e in parte travolte dai cambiamenti in atto, tuttora incidono in maniera significativa, del tutto negativa, sulla vita economica, politica e sociale. Particolarmente evidenti sono le conseguenze sulla condizione di donne e bambini – assoggettamento, dipendenza, limitazione e addirittura negazione delle libertà personali, istituzioni quali i matrimoni precoci combinati e forzati, le mutilazioni genitali femminili, il prezzo della sposa – ma la mancanza di libertà e di autodeterminazione, le discriminazioni istituzionali influiscono sulla vita di tutti gli africani che in qualche misura restano fedeli alla tradizione.

Il premio Nobel V.S. Naipaul nei suoi libri sull’Africa descrive un continente primitivo, ossessionato dalla magia e dalla «messa in pentola degli animali da compagnia». Quanto c’è di vero nel resoconto dello scrittore?

Tutto direi. Entrambi i fratelli Naipaul conoscevano l’Africa e hanno saputo osservarla e descriverla senza pregiudizi. In effetti la credenza nella magia, nella stregoneria è un ulteriore fattore divisivo, dagli effetti drammatici. Penso agli albini i cui organi sono considerati “ingredienti” preziosi di potenti talismani e che vengono perciò rapiti e venduti, uccisi, smembrati. La stregoneria contribuisce tuttora, perché sono davvero pochi gli africani che se ne sono del tutto liberati, a disincentivare iniziativa, intraprendenza, sperimentazione, a creare tensioni e diffidenza, anche in ambito famigliare. Si dice spesso che sia una credenza che persiste a causa di povertà e ignoranza. Ma non è così. I talismani confezionati con organi di albini lo dimostrano. Essendo ritenuti i più efficaci, sono i più costosi, possono quindi commissionarli e acquistarli solo persone con notevoli mezzi economici. Un corpo intero di albino vale 65-70.000 dollari, 2.000 dollari un singolo organo. Ci sono stati africani, ad esempio in Tanzania, in cui all’approssimarsi delle elezioni politiche si cerca di tutelare gli albini proibendo l’esercizio della medicina tradizionale perché i candidati ad alte cariche, certo non tutti, si rivolgono agli stregoni per ottenere dei talismani che aumentino la loro probabilità di essere eletti. Gli africani stentano a liberarsi della convinzione che gli incidenti, i mali non avvengono per caso, per disgrazia, per errore. La cultura tradizionale li spiega, oltre che come punizioni di antenati e divinità offesi, come malefici commissionati agli stregoni da parenti e vicini di casa invidiosi o a cui si è fatto torto e come effetto della prossimità di persone che «portano male».

Un altro premio Nobel, il nigeriano Wole Soyinka, ha parlato di «aggressione egemonica dell’islam politico» e ha definito l’Islam «peggiore della schiavitù». Data la sua esperienza di studiosa, condividerebbe le parole di Soyinka? Perché?

Certo che condivido la preoccupazione di Soyinka. Ormai i gruppi jihadisti, legati ad al-Qaeda e all’Isis, proliferano in tutto il Sahel e anche più a sud. I gruppi armati approfittano della inefficienza dei governi africani che lasciano lunghe porzioni di frontiera ed estesi territori privi di controllo. Corruzione e malgoverno indeboliscono la reazione dei governi. Milioni di dollari stanziati per addestrare ed equipaggiare militari e forze dell’ordine nei territori inquinati dai gruppi armati jihadisti vengono sottratti da alti funzionari, alti gradi militari, dirottati altrove lasciandoli sguarniti, non adeguatamente armati. Questo disincentiva e demoralizza le truppe destinate al contrasto del jihad, difatti spesso accusate di intervenire svogliatamente o di lasciare del tutto in balia dei terroristi la popolazione. Inoltre, ed è un fenomeno diffuso, lo spettacolo di leadership corrotte, arroganti e disinteressate spinge verso l’islamismo molte persone, soprattutto i giovani, già incentivati ad «arruolarsi» dalla mancanza di prospettive di lavoro altrettanto redditizie. Come se non bastasse, i gruppi jihadisti si coalizzano e intrattengono rapporti con le molte organizzazioni criminali dedite a bracconaggio, tratta di esseri umani, traffico di droga, armi e contrabbando di materie prime, rafforzandosi a vicenda.

Secondo lei, come dovrebbe cambiare il rapporto dell’Occidente verso l’Africa?

Secondo me occorre rivedere radicalmente il rapporto con il continente africano, smettere di immaginarsi responsabili nel bene e nel male, come se, ed è un atteggiamento davvero razzista, gli africani – unici al mondo – fossero incapaci di decidere di sé e da sé, inermi e innocenti, e dovessero essere assistiti, aiutati, protetti, accompagnati in un percorso di crescita economica, culturale, sociale. Oltre tutto questo atteggiamento, che ribadisco ritengo profondamente razzista, sprezzante, non deriva come si pensava un tempo dall’idea che è dovere della civiltà umana più libera, giusta e prospera della storia umana. Al contrario le ideologie imperanti – ultima arrivata quella ambientalista – accusano l’Occidente di tutti i mali del pianeta, definiscono quella occidentale la peggiore delle civiltà concepite dall’uomo. Bisogna fare attenzione a come si parla dell’Africa per capire quanto sia radicato questo atteggiamento razzista. Il soggetto non sono mai gli africani. Mi spiego meglio. Si dice, ad esempio, che Cina, Arabia Saudita, grandi imprese acquistano e affittano a poco prezzo in Africa delle terre coltivabili, si chiama land grabbing. Io dico invece che gli africani vendono alla Cina, all’Arabia Saudita, a ditte private le loro terre, a poco prezzo. È un rapporto alla pari che va instaurato, lucido e ragionevole, di reciproca utilità, come è normale che sia tra nazioni e schieramenti geopolitici. Sia chiaro poi che parlare di «Africa» come fosse un’unica entità è un approccio sbagliato, fuorviante, e lo è altrettanto parlare di «Occidente».

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