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L’ombra di Mao

marzo 21, 2020 • Agorà, z in evidenza

 

di Davide Cavaliere –

La Repubblica popolare cinese è il più grande e potente Stato totalitario del pianeta. Nata il primo Ottobre di settant’anni fa da una guerra civile e da una rivoluzione comunista, è oggi una super-potenza economica dotata di uno spietato apparato repressivo rafforzato dalle nuove tecnologie.

In Occidente si è soliti affermare che la Cina, adottando il modello economico capitalista, si sarebbe incamminata sulla via delle democratizzazione. Niente di più falso. Nonostante alcune aperture al libero mercato, rimane un Paese dove la proprietà della terra è solo dello Stato, dove è possibile comprare un capannone, ma non lo spazio su cui è stato edificato.

In Cina non c’è stata alcuna liberalizzazione della società anzi, il regime comunista ha stretto una morsa digitale attorno alla popolazione. Il Partito unico ha messo in piedi un sistema di controllo degli individui attraverso una rete capillare di telecamere a riconoscimento facciale e vocale. Inoltre, censura la rete informatica e sorveglia attentamente le piattaforme social.

Secondo una ricerca del centro studi Ihs Markit, nel 2016 in Cina erano attive 176 milioni di telecamere per la vigilanza, oggi sono quasi 450 milioni. La Repubblica popolare ha avviato, a partire dal 2015, un sistema di credito sociale. Mediante il monitoraggio costante delle azioni reali e virtuali di persone fisiche, imprese e organizzazioni, il regime distribuisce premi, punizioni, divieti e ammende.

Gli algoritmi della dittatura registrano ogni spostamento e ricerca online. Affianco a queste forme informatiche di repressione e controllo, sopravvivono quelle più brutali e novecentesche. In Cina è ancora funzionante l’«arcipelago laogai», il sistema concentrazionario di lavoro forzato dove, spesso, si fabbricano prodotti di elettronica che finiscono sugli scaffali dei supermercati occidentali.

I «laogai», abbreviazione della frase «láodònggăizào», che significa «riforma attraverso il lavoro» o «il lavoro trasforma», sono stati resi noti dal dissidente Harry Wu. La Laogai Research Foundation ha censito oltre mille campi di lavoro, per un totale di 50 milioni di prigionieri sottoposti a lavoro schiavile.

Il libro nero del comunismo curato da Stéphane Courtois stima in 20 milioni i detenuti deceduti nei campi tra il 1949 e il 1989. Le condizioni di lavoro sono disumane e non dissimili da quelle dei Gulag sovietici: turni massacranti fino a diciotto ore di lavoro, percosse, ricorso sistematico alla tortura, sedute dette di «autocritica», dove i prigionieri si denunciato a vicenda, malnutrizione, violenza psicologiche e lavaggi del cervello propagandistici.

Diverse associazioni per la tutela dei diritti umani hanno denunciato la pratica del prelievo forzato di organi dai detenuti. Non si escludono esperimenti illegali sugli esseri umani. Nei temibili laogai sono spesso rinchiuse le minoranze etniche e religiose: i cristiani, i mongoli, gli uiguri musulmani e i tibetani.

L’opinione pubblica occidentale sembra aver dimenticato la questione tibetana. Il Tibet, occupato negli anni Cinquanta, è ancora oppresso e colonizzato dalla Cina comunista. Nonostante la sua ampia estensione territoriale, i tibetani sono oggi solo sei milioni, sommersi dall’immigrazione incoraggiata dalle autorità, uccisi o deportati. Senza dimenticare la cancellazione della cultura tibetana, che passa attraverso la distruzione sistematica di manufatti, templi e pergamene secolari.

La Cina è una spietata dittatura totalitaria che mira a una egemonia globale, la tanto celebrata Nuova Via della Seta è uno strumento per realizzare il dominio mondiale. Dalla Repubblica popolare bisogna stare lontani. I rischi, anche sanitari, di un eccessivo avvicinamento alla suddetta sono troppo grandi e, per certi versi, sconosciuti. La Cina ha costruito la sua potenza economica sullo sfruttamento del lavoro umano, delle risorse naturali, degli animali, del furto sistematico di brevetti e tecnologia, sulla concorrenza sleale e la soppressione di ogni libertà individuale.

Quello di Pechino non è un modello per il futuro. Si invita il lettore a guardare una foto satellitare della Cina, vedrà le coste illuminate e poi un immenso buco nero. In quella notte geografica vivono e muoiono centinaia di milioni di cinesi, muoiono nelle campagne, nelle baracche, nei laogai, nelle fabbriche insalubri. Un tale disequilibrio socioeconomico è destinato a far implodere quel regime.

In queste ore, il regime comunista cinese viene elogiato per il modo in cui avrebbe combattuto il Coronavirus, quello che il Presidente Trump chiama giustamente «virus cinese», dimenticandosi volontariamente delle enormi responsabilità che gravano sul Partito comunista nella propagazione della malattia.

Il regime di Pechino ha tenuto nascosta l’epidemia iniziata a Novembre, ha silenziato con metodi autoritari quanti tentavano di dare l’allarme al mondo, manipola e seguita a manipolare i dati sul contagio e sulle vittime, ha rifiutato qualunque aiuto da Nazioni estere, fatto pressioni sull’Organizzazione Mondiale della Sanità al fine di nascondere la vicenda e minaccia il blocco delle esportazioni di materiale sanitario verso quegli Stati che accusano Pechino di aver gestito male l’emergenza.

La Cina usa, adesso, l’arma ricattatoria del «razzismo», a cui tanti progressisti occidentali sono sensibili, per lavarsi via le sue responsabilità. Gli aiuti inviati dalla Cina all’Italia sono un tentativo morbido di penetrazione politica ed economica, il regime mira a sfruttare la situazione di crisi per colonizzare il Bel Paese.

Indicativi, sono gli annunci di Huawei che si offre di installare i cloud nei nostri ospedali. Fra non molto, il regime comunista cinese, potrebbe acquistare quote azionarie delle nostre aziende strategiche indebolite dalla crisi economica post-pandemia.

Le attività predatorie di Pechino incontrerebbero il favore di una classe dirigente filocinese o legata alla Cina attraverso il famigerato Istituto Confucio, strumento del soft power cinese all’estero e già nel mirino dell’intelligence statunitense. Il rischio di un’Italia lontana dall’Occidente e orbitante nella «sinosfera» è decisamente alto. Dopo l’influenza da Covid19, bisognerà curare quella da regime comunista asiatico.

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