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La Liturgia funeraria della Lagarde

marzo 15, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

 

di Davide Cavaliere –

 

La Brexit è stata la prima nota del requiem all’Unione Europea. Christine Lagarde ha proseguito la liturgia funeraria, anticipata dal legnoso volto di Ursula von Der Leyen che muove meccanicamente la bocca nel tentativo di parlare in italiano. La dolcezza della nostra lingua poco si confà alla rigidità cadaverica dei ragionieri europei. 

L’arcigna signora, funesto presidente della Banca Centrale Europea nonché membro della micidiale Troika che «spezzò le reni alla Grecia», in una conferenza stampa, ha dichiarato che non aiuterà l’Italia né le altre Nazioni che stanno affrontando l’emergenza scatenata dal Coronavirus. 

Ogni Stato dovrà fare per conto suo, autonomamente, senza supporto della Banca Centrale, stando però attento a rispettare gli inflessibili parametri di spesa. Le sue parole hanno affossato le borse finanziarie e, cosa ben più importante e lieta, ogni sogno europeista e in odor di «riforma dell’Unione». Pecunia non olet solevano dire gli antichi Romani, oggi la moneta unica puzza, emana odore di decomposizione come tutto il progetto federale. 

L’Unione Europea ha gettato la maschera colorata che usava per coprire il suo volto vampiresco. Attraverso la faccia secca, magra, crudele di Christine Lagarde, l’Unione si è rivelata nella sua natura di piano fallito, di aborto monetario, di ghiribizzo di intellettuali, di monumento alla gloria di cartapesta di politicanti fatti di cravatte e di nulla.  La BCE ha abdicato non solo alla inutilmente strombazzata «solidarietà europea», ma anche al suo ruolo di Banca Centrale. Dovrebbe avere il dovere di garantire la stabilità finanziaria e iniettare liquidità agli Stati, ma si limiterà a lanciare monetine di rame ai Popoli e, successivamente, chiederà a quest’ultimi di varare ulteriori «riforme» che li condurranno all’impoverimento generalizzato. 

L’Eurotorre, lo svettante fallo di vetro e acciaio che deturpa il cielo di Francoforte, è il mausoleo dove vengono conservati in formaldeide i dogmi economici che hanno condotto l’Europa alla miseria, al precariato, alla morte dei suoi cittadini. Quaranta piani di insuccessi. Centoquarantotto metri di disastri. L’Eurotower, come viene chiamata da una generazione di giornalisti allevata ad anglicismi e servilismi, conta settantottomila metri quadrati di uffici dai quali si è orinato sulle Nazioni europee dicendoli: «è per il vostro bene». Ora non mentono nemmeno più.

Per affrontare la crisi del Coronavirus bisogna affidarsi allo Stato, a quello Stato che paga le commesse dei materiali medici e che gestisce gli ospedali, quello Stato che da trent’anni si cerca di abbattere in nome «dell’Europa». Nonostante la globalizzazione, il fenomeno spauracchio degli ammalati di eurofilia, sempre e solo sullo Stato nazionale si può fare affidamento. Si spera che, dopo aver ascoltato le parole dell’arpia francese, molti abbiano compreso cosa significa «Sovranità».

Avere uno Stato Sovrano non significa «stampare» banconote ed elargire milioni, vuol dire avere la possibilità di creare risorse necessarie ad ampliare i reparti ospedalieri, pagare meglio i medici, finanziare la ricerca scientifica, fare la manutenzione delle strade, rimettere in sesto le ferrovie. Il tutto, senza dover dipendere dagli umori altalenanti e dalle idiosincrasie del banchiere centrale di turno. Significa creare risorse e metterle subito a disposizione. Ecco servita la Sovranità, senza la quale uno Stato non è che una carogna senza sangue che pulsa nelle vene. 

Molti, in questi giorni, si stanno scoprendo italiani. Chi scrive vorrebbe dire allo sciame di cosmopoliti, europeisti, esterofili, no borders, che la Patria c’è sempre. La Patria è l’unico rifugio possibile per uomini liberi e Popoli dignitosi. Non c’è «Unione Europea» o «Fratellanza Universale» che tenga. «La Patria è la casa dell’uomo libero e non dello schiavo» diceva Giuseppe Mazzini. Ora, tutti, almeno i recuperabili, se ne stanno rendendo conto. 

Uscire dall’Unione Europea e dell’Euro non deve essere più un tabù, ma una prospettiva concreta, possibile, fattuale. Sgombriamo il campo dagli anatemi contro l’antieuropeismo, rimettiamo al centro l’idea di indipendenza nazionale. 

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