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Tragedia greca

marzo 4, 2020 • Mondo, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Tra il 2009 e il 2017, la Grecia è stata sottoposta a pesantissime misure d’austerità economica. La famigerata «Troika», Unione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale, hanno compiuto una vera e propria macelleria sociale. In Grecia i salari minimi sono precipitati a 580 euro mensili, la disoccupazione giovanile sfiora il 50 per cento, le infrastrutture pubbliche sono state svendute alla Cina e alla Germania, migliaia di dipendenti statali sono stati licenziati, negli ospedali scarseggia il materiale medico di base e molti farmaci si trovano con difficoltà. Nel settembre dello scorso anno, le chemioterapie sono state sospese.

Stando ai dati dell’Unicef, 439mila bambini greci soffrono la fame e il 21 per cento delle famiglie ha una dieta povera di proteine animali. Quasi tre milioni di cittadini non ha abbastanza risorse per vivere, la mortalità infantile è aumentata drasticamente e le persone si sono ridotte a tagliare abusivamente gli alberi per scaldarsi. La crisi ha fatto esplodere anche il fenomeno del randagismo, i branchi di cani sono diventati una piaga sociale. Quindicimila cani si aggirano, come fantasmi rabbiosi, nella sola Atene.

A questo scenario post-apocalittico di miseria e tensioni sociali, va sommata una pressione migratoria senza precedenti. Nel 2015, sono approdati sulle coste greche oltre 800mila immigrati, 200mila erano afghani. Negli anni successivi, il numero è andato calando ma è rimasto straordinariamente alto, sempre intorno ai 100mila. La Grecia, come l’Italia, è stata abbandonata dall’Unione europea e lasciata sola nella gestione dell’immigrazione di massa.

Dopo aver messo al sicuro gli investimenti tedeschi, la Ue e la Banca centrale sono sparite lasciando Atene completamente in balia degli immigrati. La Turchia neo-imperialista di Erdoğan ha approfittato della debolezza greca per tentare di ridisegnare il chilometrico confine greco-turco, avanzando pretese sulle isole del Dodecaneso. Il presidente islamista della Turchia ha dichiarato in proposito: «ci sono ancora le nostre moschee, i nostri santuari» e poi che sono «a distanza di tiro». Il diplomatico turco Öztürk Yilmaz ha minacciato la Grecia affermando: «La Grecia non deve mettere a prova la nostra pazienza.

La Turchia è molto più di un governo e ogni ministro greco che provoca la Turchia sarà colpito con una mazza sulla testa». Contemporaneamente, la Turchia entrava a gamba tesa nello scenario siriano, appoggiando l’Isis e le altre formazioni sunnite, come Al-Nusra, contro i curdi e gli sciiti. Le operazioni militari e politiche di Erdoğan e del suo vice, Davutoğlu, erano orientate anche ad alimentare la crisi migratoria verso l’Europa per spillare miliardi e concessioni politiche favorevoli ai deboli leader occidentali in cambio di un contenimento degli immigrati.

Oggi, dopo aver subito pesanti sconfitte militari in Siria e trovandosi sotto pressione internazionale, lo spregiudicato presidente turco ha deciso di aprire le sue frontiere e indurre una nuova ondata migratoria verso il vecchio continente per tenere in scacco i deboli capi di Stato europei. A essere investite per prime dall’immigrazione indotta sono la Bulgaria e soprattutto la Grecia, prima nazione da attraversare nella «rotta balcanica».

I greci si trovano oggi davanti a un’orda di immigrati, prevalentemente uomini, mandati al confine da un loro nemico, interessato a generare caos tanto in Europa quanto in Grecia. Le immagini e i video provenienti dal confine greco non lasciano dubbi, donne e bambini sono quasi assenti, gli immigrati sono in maggioranza maschi giovani, in genere siriani, pachistani, afghani e dell’Africa sub sahariana, coi volti coperti, che stanno provando a valicare la frontiera con violenza.

Trovandosi in una situazione di difficoltà economica e di minaccia alla sua sovranità nazionale, il governo greco ha, giustamente, optato per una decisa opposizione all’immigrazione con regia ad Ankara. Le spontanee proteste anti-immigrati avvenute a Lesbo e in altre località sono la naturale espressione di un popolo umiliato, impoverito e lasciato solo davanti a un nemico pericoloso.

Anche in questa, ennesima, situazione di crisi, l’Unione europea dimostra tutta la sua insipienza e incapacità, rivelandosi per quello che è: un progetto fallito. Si palesa anche la volontà di islamizzare l’Europa del presidente Erdoğan, un pericoloso criminale internazionale.

I popoli europei e chiunque abbia a cuore l’identità della propria nazione non può non supportare la Grecia, piccola e affaticata nazione in lotta per il proprio futuro. Gli incapaci e miopi «ducetti» di Bruxelles, a breve, le tireranno le orecchie per il modo in cui respinge gli immigrati. La rabbia e la resistenza del popolo greco è quella di un’Europa profonda che viene ignorata.

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