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Democrazia o “giuristocrazia”?

febbraio 22, 2020 • Politica, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

La minaccia alla democrazia liberale e allo Stato di Diritto viene, oggi, dal potere giudiziario e non da quello esecutivo contro cui i padri costituenti attrezzarono l’architettura istituzionale italiana. La delegittimazione della Politica operata da Tangentopoli in poi, ha promosso una progressiva giuridicizzazione della Repubblica, definita «dei pubblici ministeri» da Annalisa Chirico su le ampie pagine de Il Foglio.

Un fenomeno, quello della «giuristocrazia», che sgorga dalla convinzione che la magistratura sarebbe il più «obiettivo» dei pubblici poteri, assiologicamente neutro e quindi non «inquinato» dalle convinzioni morali, religiose e filosofiche che animano la Politica. Si suppone che i giudici siano mere bouches de la loi e che tengano un «discorso senza soggetto» votato solo all’interpretazione più tecnica delle norme.

Ne consegue l’idea che la Politica non sia utile, ma sia un combattimento dispendioso fra galli ideologici, dal momento che esiste una sola soluzione razionalmente possibile e corretta: quella del giudice. Il potere giudiziario si trova così in contrapposizione al Parlamento e al Governo, in quanto organo statale che «corregge» le leggi prodotte dal Legislatore secondo le proprie posizioni ideologiche ammantate della già citata «oggettività» ed expertise.

Ne deriva una espansione tentacolare della Magistratura, che diventa uno «Stato nello Stato» e interviene pesantemente nella fase di formulazione della legge e della sua attuazione, a detrimento di politici e funzionari pubblici, violando il principio liberale della separazione dei poteri.

L’ingombrante presenza dei giudici nella vita pubblica, rallenta la burocrazia e talvolta blocca opere pubbliche strategiche. Il timore dei funzionari di incorrere in sanzioni ed essere presi nelle maglie della giustizia li conduce a non rischiare, a non assumersi responsabilità. A rendere sempre più centrale la figura del giudice, contribuiscono in modo significativo gli organismo sovranazionali.

Le fonti del diritto si sono moltiplicate, abbiamo leggi regionali, europee e internazionali che spesso entrano in conflitto con l’ordinamento nazionale. Il giudice è chiamato a risolvere un numero crescente di controversie e la centralità passa dalla norma alla creatività interpretativa del togato. Inoltre, in Occidente assumono sempre maggiore rilevanza i diritti umani e civili, il cui rispetto viene garantito dalle Corti nazionali e internazionali che s’impongono sugli Stati e i loro governi.

I diritti umani fatti rispettare dai giudici sono spesso in opposizione al popolo e alla nazione. I diritti dei singoli prevalgono sui bisogni e le richieste delle collettività nazionali. È il caso dell’immigrazione, dove il rispetto degli astratti «diritti umani» imposto dai giudici cozza con le richieste di maggiore sicurezza degli autoctoni e con i programmi dei governi, chiamati dai giudici a rispondere solo al diritto internazionale e non ai propri elettori.

Il «rispetto dei diritti umani», dei quali viene data un’interpretazione decisamente estesa, è lo strumento usato dal potere giudiziario per imporre certe visioni ideologiche della società agli esecutivi. La sovranità dello Stato si trasferisce, progressivamente, alla giurisdizione. Un fenomeno alimentato anche dall’incapacità d’intervento della Politica, che apre la strada ai giudici destinati a farne le veci.

Una Politica debole si fa schiacciare dal potere giudiziario, abdicando, de facto, al proprio ruolo decisionale. A differenza delle classi politiche, i giudici non sono politicamente responsabili delle proprie azioni e raramente incorrono in una sanzione dei loro errori. Il governo dei giudici è antidemocratico. Tale estensione del potere giudiziario non corrisponde a una effettiva tutela dei cittadini, che vengono esposti all’arbitro di magistrati sensibili alle sirene dei mass media o in cerca di visibilità televisiva e fama, soprattutto di fronte a casi socialmente divisivi: eutanasia, aborto, diritti civili, reati sessuali e immigrazione.

Ad aggravare la situazione si aggiungono correnti politiche moralizzanti, che vedono nello strapotere dei giudici un mezzo per punire le classi dirigenti reputate corrotte e inefficienti; i tentativi di eliminare gli avversari politici attraverso il ricorso alla legge e una tendenza, presente soprattutto nella Sinistra radicale, a voler normare ogni ambito umano, dal consumo alimentare all’uso sessuale degli spazi, dove diventa lecito solo ciò che è giuridicamente regolato.

Con la giuristocrazia si riaffaccia, prepotente, il pericolo dello Stato etico. Ai giudici viene affidato la missione di moralizzare la Politica e la società, compito che sembrano assolvere volentieri. Si afferma perentoriamente che la Politica è un luogo fazioso e viziato da interessi e si affida al giudice la definizione delle materie. Siamo in presenza di un minaccioso arretramento della Politica, che rischia di aprire la strada a soluzioni illiberali e giacobine. Un problema complesso che intreccia questioni giuridiche, politiche e culturali. Una questione alla quale, prima o poi, si dovrà mettere mano.

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