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Milano in “chiaroscuro”, luci e ombre di una grande metropoli oltre ai soliti stereotipi

febbraio 17, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

Roberto Zadik

“Milano City Blues” potrebbe essere il nome di questo articolo. Mi sono sempre ispirato a questa città e alla magia inespressa o mal espressa dei luoghi che su di me hanno sempre avuto un impatto determinante. Mi definisco un “Milanese di religione ebraica” molto attaccato ma anche estremamente critico, specialmente per le descrizioni immutabili che sento spesso fare delle città. “Caotica”? Dipende dalle zone e rispetto a formicai come Londra o Parigi è quasi rilassante. 

“La nebbia di Milano” poi è una leggenda metropolitana del passato così come la sua fama di citta ricca e estremamente operosa con la crisi economica è decisamente calata e da mettere in discussione, con buona pace di chi secco ribatterà a queste mie considerazioni. Con Milano ho sempre avuto un rapporto molto profondo, spesso polemico e aspramente critico e lo dimostrano le pagine tragicomiche e ironicamente “arrabbiate” del mio esordio letterario “Milanconie 2.0” uscito su Amazon sette anni fa, il prossimo 25 giugno e interamente dedicato ai problemi delle giovani generazioni milanesi, dai 30 ai 50 anni.

 Chi sono questi mitici Giovani? Ormai è una parola  inflazionata e direi ambigua visto che tanti 50enni vivono in famiglia o sono single, qui a Milano. Una città splendida e anche poetica in diversi angoli, introversa, distaccata e decisamente interiore, ma anche decisamente luminosa e festaiola che nasconde le sue bellezze a differenza della maestosa Roma che le esibisce, che però è cambiata davvero moltissimo in soli 30 anni.

 La Milano del 1990 dove si parlava ancora il milanese, dove non c’erano quasi immigrazioni, dove si lavorava tutti o quasi e che in settimana aveva metropolitane semi vuote e dove dal primo al 28 agosto sembrava di essere nel famoso Deserto dei Tartari di Buzzati, dove non c’era “anima viva” per le strade e i parcheggi erano disabitati con supermarket chiusi sigillati e farmacie di turno. Era una Milano più colta e meno consumista e modaiola, era una Milano più lombarda, italiana, dove io da ebreo sefardita di origine greco-turca ero davvero “esotico”. 

Quella Milano “città del lavoro”, delle canzoni di Jannacci, Gaber , Celentano e delle barzellette di Gino Bramieri, dei monologhi di Renato Pozzetto in “Ragazzo di Campagna” e delle “Luci a San Siro” del grande Vecchioni sembra davvero un ologramma, un fossile preistorico da ammirare degustando un risotto alla milanese o un osso buco, anche questi ormai “reperti archeologici”. 

Milano c’è chi la detesta, e non sono pochi, chi la adora, e non sono così tanti ma comunque è difficile criticarla a causa della permalosità di molti miei concittadini, specialmente di età avanzata ma anche alcuni 40enni. Tante le magie ma anche i problemi e nonostante questo nelle classifiche di siti e giornali è sempre al top. Ma sarà vero o è solo pubblicità? Io tendo a dividere l’informazione da semplici spot promozionali come purtroppo diversi articoli sono ridotti a essere. Problemi? Si eccome. Molta droga, i dati sui consumi sono davvero preoccupanti, molta la solitudine, incontro spesso e volentieri single, il fantasma nascosto dell’Aids di cui mai si parla, la criminalità e la violenza, l’emarginazione di chi da tanti viene considerato “perdente” rispetto a giovinastri “rombanti e rampanti”, ex yuppies come Angelo protagonista del primo racconto di Milanconie, la crisi lavorativa e il culto dell’immagine e dell’apparenza che contrasta con questo modo di pensare o di non pensare. Contraddizioni, ragionamenti, fra i riflettori del centro e le oscurità delle periferie. 

La nuova Milano, alcune considerazioni:

E nella nuova Milano cosa si fa? Come si vive? E’ ancora una città così affascinante? Alcune zone sono decisamente migliorate. Il Centro è diventato un grande salotto, a volte una giostra felliniana di luci e colori, altre un goffo carnevale dove folle confuse e confusionarie di giovinastri si aggirano in bilicoCome descrivevo sette anni fa nelle pagine corrosive del mio Milanconie, secondo me la città ha diversi problemi, come dappertutto, meglio di tante altre, varie e eventuali le possibili risposte.

 Milano del sushi, del kebab, dei centri commerciali outlet, senza più o quasi negozi di dischi e poche librerie sopravvissute che sono diventate multi e megastore dove trovare ogni mercanzia possibile anche ben al di fuori della cultura,  la Milano delle nuove migrazioni, la Milano dei tremila negozi di abbigliamento che affollano le strade e che trovi a ogni passo. 

Una città che nelle vacanze è molto più affollata, ma tanti negano, che continua ad essere benestante in alcune zone, quelle centrali, ma che ha visto un considerevole degrado anche di quartieri discreti, come la zona di Loreto-Pasteur, di Cimiano, di Lorenteggio o di viale Certosa. 

Una città affascinante,multietnica e multi “frastornata”, isolata ma anche vitale, caotica ma anche silenziosa, piena di parchi e di verde, più di quanto si racconti, sommersa di eventi e occasioni mondane ma spesso non si ha nessuno con cui viverle,  coi musei, i concerti e le esposizioni di alto livello, con meno lavoro e il doppio dello stress, con l’ansia di apparire “belli, vincenti, sorridenti” a tutti i costi e con scatti di diffidenza, provincialismo, tendenza a “osservare come sei vestito, che lavoro fai più di ciò che senti o pensi”, un aumentata attenzione agli animali, alla pulizia.

 Milano è più pulita di un tempo, cinque linee del metro e maggiore efficienza a tutti i livelli eppure anche tanto silenzio e infelicità nascoste fra le pieghe dell’autocontrollo orgoglioso e un po’ snob di troppa gente, tante persone brillanti ma anche molti disperati che vedi con la birra alle otto di mattina in giro per certe zone. In questo articolo ho dato solo alcune note, alcune sfumature “di grigio” ma anche di colore della mia adorata e criticata città, alla quale, per fortuna o purtroppo appartengo da sempre. 

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