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Foibe, sarebbe ora di fare i conti con la storia

febbraio 10, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

 

di Davide Cavaliere –

A Trieste, nel Parco della Rimembranza, dove ogni pietra reca il nome di un soldato caduto per la Patria, in cima a una delle numerose salite e collocata in uno spazio semi-circolare, si erge la grande lapide ai martiri delle foibe. Una nicchia incurvata di cemento, che accoglie tre figure femminili di metallo sottile. Lamiere in forma umana, dai seni abbozzati e con le braccia protese in segno di supplica. Sembrano invitare al ricordo. 

Poco più in alto, affissa su un muro dai mattoni color sabbia, si può vedere una stele in memoria degli esuli istriani: «Con te rimanemmo, con gli occhi fissi laggiù, ove riluce il profilo amato, dell’Istria madre». In effetti, dalla cima del Colle di San Giusto, nelle giornate limpide, si può ammirare l’Istria srotolarsi sull’Adriatico come un gomitolo di foreste e pietre. 

È difficile pensare che quella penisola incastonata tra il Golfo di Trieste e quello del Quarnaro, puntellata di città dai nomi slavi, neanche fino a un secolo fa apparteneva, nella sua interezza, all’Italia. Pulj era Pola, Koper era Capodistria, Portorož era Portorose e così via, fino alla punta più orientale, Rijeka, Fiume.

 L’Istria, la Dalmazia, la Venezia Giulia e la città di Trieste sono state teatro di una delle vicende più sanguinose del Novecento. È una storia che comincia lontano nel tempo, quando ancora l’Italia era frammentata e attraversata dai primi moti risorgimentali. 

Quelle terre concentravano popolazioni assai diverse: italiani, slavi, tedeschi e albanesi. Come ogni spazio multiculturale e multietnico era una polveriera, una santabarbara perennemente minacciata dai fuochi della storia. La miccia venne infiammata da Francesco Giuseppe I d’Austria, dopo aver perso il Veneto nella Terza guerra d’indipendenza italiana e temendo il vivace irredentismo degli italiani galvanizzati dalla vittoria, il dodici novembre 1866 avviò una campagna di «germanizzazione» e «slavizzazione» delle aree italofone del suo traballante impero. 

Un’operazione da portare avanti «con energia e senza riguardo alcuno» come recita il documento licenziato dal consiglio della Corona. Gli italiani furono vittime di violenze organizzate, i giornali irredentisti vennero fatti chiudere, l’impero asburgico favorì l’immigrazione slava e tedesca nei territori italiani con l’obiettivo di sommergere gli autoctoni, le scuole italiane vietate, un numero imprecisato di italiani, oscillante tra i centomila e i duecentomila, venne deportato nei campi di concentramento di Braunau Am Inn, Katzenau, Traunstein e molti altri. 

Nel 1909, la lingua italiana venne definitivamente vietata e chi la parlava venne estromesso da tutte le amministrazioni pubbliche. La persecuzione terminò solo con la vittoria italiana nella Prima guerra mondiale. Le truppe del Regio Esercito presero possesso di Trento, dell’intera Venezia Giulia (Trieste, Istria, isole del Quarnaro) e della Dalmazia settentrionale. Negli anni successivi, in particolare durante il Biennio Rosso, si riaccesero le tensioni tra italiani e slavi.

 Una serie di violenze anti-italiane a Spalato, culminarono nell’assassinio del comandante dell’ariete torpediniere «Puglia» Tommaso Gulli e del motorista Aldo Rossi nella notte dell’undici luglio 1920. Seguì l’uccisione di un altro italiano da parte di uno sloveno durante un comizio. 

Due anni dopo, il Partito Nazionale Fascista prese il potere a lanciò la campagna di «italianizzazione» delle popolazioni slave e di assimilazione forzata, politiche allora assai comuni e messe in atto nei rispettivi territori da Francia, Inghilterra, Jugoslavia, Macedonia e Polonia. 

La dura repressione fascista scatenò un conflitto a bassa intensità coi comunisti slavi, che misero in atto attacchi terroristici contro civili e militari italiani. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, l’Italia partecipò all’invasione della Jugoslavia a cui seguì un’ondata di repressione a danno della popolazione slava. 

Dopo l’otto Settembre e il conseguente collasso dello Stato e dell’Esercito italiani, si verificarono i primi eccidi a danno della popolazione italiana. Il tredici settembre venne proclamata unilateralmente l’annessione dell’Istria alla Croazia, pochi giorni dopo venne istituito il «Comitato esecutivo provvisorio di liberazione dell’Istria» formato da partigiani comunisti. Il Comitato diede vita a tribunali popolari improvvisati che emisero sentenze di morte per centinaia di italiani. 

La maggioranza delle vittime fu gettata nelle celebri foibe, inghiottitoi carsici profondi un centinaio di metri. I condannati legati una all’altro da corde o fil di ferro, venivano posizionati in fila davanti alla bocca della foiba, il partigiano jugoslavo sparava al primo che, precipitando, trascinava con sé tutti gli altri. Un millepiedi umano che sprofonda nelle viscere della terra. 

Nello stesso anno, la zona adriatica venne de facto annessa al Terzo Reich che annientò la resistenza jugoslava, che rispose uccidendo civili italiani inermi. Due anni dopo, nel 1945, la Venezia Giulia venne occupata dalle truppe del generale Tito, le persecuzioni anti-italiane ripresero per ragioni politiche ed etniche. Vennero colpiti indiscriminatamente fascisti e non fascisti, tra cui il socialista Licurgo Olivi e l’azionista Augusto Sverzutti. I massacri degli italiani proseguirono anche dopo la fine della guerra. 

Le violenze provocarono l’emigrazione forzata della maggioranza dei cittadini italiani dell’Istria e della Dalmazia, trecentocinquantamila persone. Famiglie intere sfollate, cenciose, affamate; con le valigie e i carretti stracolmi, gli occhi segnati dal sonno, coi bambini smagriti e sporchi si riversarono in Italia dove furono oggetto dell’odio della sinistra comunista. I treni con cui giungevano nella Madre Patria vennero accolti dai militanti del Partito Comunista a sassate, alcuni versarono in terra il latte destinato ai piccoli disidrati. 

I comunisti italiani, dopo aver dato un considerevole aiuto ai partigiani jugoslavi nella caccia agli italiani, denunciarono la vicenda delle foibe come «propaganda fascista». Togliatti non ebbe mai una parola per le foibe. Ancora oggi, l’estrema sinistra italiana squalifica le quei massacri come «inesistenti» o «secondari», relegando la vicenda a mera «lotta antifascista» quando, tutta la comunità degli storici, considera quelle azioni come atti deliberati dei partigiani titini per terrorizzare gli italiani, indurli all’esodo al fine di «purificare» etnicamente quella zona.

 La sinistra italiana fatica a fare i conti col passato, ammettere il collaborazionismo dei comunisti italiani con quelli slavi significherebbe dare un colpo di maglio alla retorica sulla resistenza. Gettare un’ombra sulla tanto decantata «bontà» dei partigiani rossi. Gli attuali dirigenti della sinistra italiani sono ancora pesantemente condizionati dalla retorica comunista e da una storiografia a loro favorevole. Sarebbe ora che rendessero giustizia alla Storia con le parole e con i gesti.

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