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Guerra e pace, gli urti della storia

gennaio 22, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

L’Italia ripudia la guerra. Il resto del mondo, no. Peggio per noi. L’articolo undici della Costituzione italiana non esprime nessun alto ideale, nessuna virtù, ma solo la vigliaccheria e il senso di sconfitta che gli italiani hanno introiettato nel corso della storia. Quello a ripudiare la guerra è il diritto dei vinti e di chi non possiede ambizioni internazionali. È il diritto di chi si colloca ai margini degli avvenimenti, pezzo fuori dalla scacchiera.

In Italia ha sempre e solo corso legale il pacifismo dei deboli. Il diritto dei vinti piace ai politici e all’opinione pubblica italiana. Il bel Paese pullula di veline che desiderano la pace nel mondo e appendono la bandiera arcobaleno ai balconi e s’illudono che la triade diritto-diplomazia-cooperazione sia una panacea a tutti i mali. Beati quelli che non sono violenti: Dio darà loro la terra promessa… il pacifista è un tipo umano molto particolare, decisamente candide, sembra ritenere davvero che il mondo possa diventare un locus amoenus. Crede che tutti i torti e i conflitti possano essere superati attraverso azioni di dissenso pacifico e di dialogo.

Ricordano Gandhi quando invitava gli ebrei a gettarsi in mare dalle scogliere per risvegliare il popolo tedesco dall’incubo nazista o, ancora, quando suggeriva agli inglesi di lasciarsi invadere dalla Wehrmacht, perché l’importante è non farsi occupare la mente e l’anima. I pacifisti invitano sempre il prossimo a «studiare la storia» perché «insegna che la guerra non porta da nessuna parte».

Niente di più falso. La storia insegna esattamente il contrario, ci racconta che inseguire la pace a tutti i costi è controproducente, soprattutto quando l’interlocutore è uno Stato totalitario o dittatoriale.

Nessuna diplomazia è possibile coi tiranni decisi a far valere il proprio ius ad bellum, cioè il «diritto a fare la guerra». Ogni accordo, come ad esempio quello di Obama sul nucleare iraniano, è tempo strappato alla catastrofe inevitabile. Lancette dell’orologio dell’apocalisse mosse leggermente all’indietro.

Il problema delle democrazie è che sono sempre pacifiste. Furono pacifiste e non interventiste davanti al genocidio degli armeni, alla guerra civile spagnola, al momento dell’Anschluss e poi a Monaco. Al famigerato e scellerato accordo di Monaco.

Se l’Inghilterra di Chamberlain avesse mosso guerra a Hitler nel 1938, avrebbero vinto rapidamente e salvato milioni di vite. Ma hanno preferito fare i pacifisti a oltranza, salvo uno, il bulldog Winston Churchill. Un incallito bevitore e tabagista che veniva trattato come «pazzo fanatico guerrafondaio».

Le democrazie europee hanno continuato a imitare Gandhi fino ai giorni nostri, quando decisero di non affrontare militarmente lo Stato Islamico. Salvo la Francia, intervenuta con sporadici bombardamenti aerei. Il disfattismo culturale e l’ideologia del disarmo sono il pane quotidiano degli affettati pacifisti europei e italiani. La guerra è brutta, è stucchevole dirlo, ma a volte è inevitabile. Dove c’è vita, c’è sempre conflitto, come aveva ben compreso Eraclito.

La storia è fatta anche di urti violenti, di movimenti tellurici, di incendi. A volte la guerra può essere un ottimo modo per risolvere le controversie internazionali, a volte l’unico possibile. Chamberlain si sedette al tavolo con Hitler, i pacifisti di oggi sono pronti a sedersi a un tavolo con gli Ayatollah iraniani o con gli jihadisti?

A quanto pare sì, pur di non «esacerbare la situazione», ma gli appetiti dei dittatori e delle canaglie non si placano con un pezzo di carta dal solenne nome di «trattato». La diplomazia è un mezzo, non un fine in sé, se la composizione pacifica delle fratture non è possibile, allora si usa la forza. Sono i fatti a parlare e, stando a essi, la guerra è talvolta inevitabile. A volte persino doverosa. Tutto il resto è slancio utopistico e razionalismo astratto privo di ancoraggio con la realtà e quindi, destinato a disperdersi nel cielo delle Idee.

Spesso i pacifisti, nella loro illusione kantiana, si appellano alla necessità di organismi sovranazionali per garantire la pace. Ma come sempre guardano alle cose come vorrebbero che fossero e non come sono.

Gli organismi sovrastatali sono espressione di volontà sovrane nazionali, in essi non si ripropone che a un livello «superiore» il problema iniziale. I pacifisti esigono il superamento dello Stato nazionale moderno, ma non hanno studiato la storia e non si accorgono che l’equilibrio internazionale e la pace sono stati garantiti proprio dalla presenza degli Stati nazionali. Il loro pacifismo astratto e federalista è una minaccia alla pace. Il pacifismo è, nel migliore dei casi, un’espressione di viltà o ignavia; nel peggiore una forma perniciosa di ideologia cieca e irreale. La pace può fare a meno dei pacifisti.

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