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‘O pesce fetè da’ a capa

gennaio 19, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Che cosa abbiamo fatto per meritarci Matteo Santori e le Sardine? A sentir parlare il «capo» pesce dall’occhio spento, si presuppone qualcosa di molto grave. Stiamo vivendo un momento epocale, assistiamo non alla morte della sinistra, ma direttamente alla sua putrefazione. Un processo di marcescenza che odora di pesce guasto. 

I membri del movimento ittico precipiteranno, come il pescato dalle reti, nuovamente in piazza contro Salvini e la Borgonzoni. Santori spera che la sconfitta della Lega in Emilia-Romagna possa avviare un «rinnovamento» della sinistra, ma come diceva Diego Abatantuono in Mediterraneo: «Chi vive sperando, muore…». Il bel pescione si intende poco di storia, altrimenti saprebbe che la sinistra italiana è in perpetuo «rinnovamento» dal 1991, dal giorno delle lacrime di Achille Occhetto mentre inumavano la salma del PCI. 

Da quella data è iniziato un processo infinito di rinnovamenti, ammodernamenti, revisioni, intenzioni, proclami, nuove partenze, false partenze, simboli floreali che appassivano in fretta e facce che non sparivano mai. La sinistra assomiglia a quegli indolenti che promettono e scrivono programmi e suddividono la giornata in attività ma, alla fine, non concludono mai nulla. 

Santori e le sue ansie di «rinnovamento» rappresentano solo una nuova e più bassa fase della parabola discendente di «Il fu la sinistra». Nel tentativo di far resuscitare il cadavere della sinistra, una mummia avvolta in bende colorate, il bel Clupeidae lancia (neanche fosse una pop-star) una manifestazione politico-musicale. 

Aristotele si sta mettendo le mani nel capelli e nella barba. Possiamo, fin da ora e senza timor di smentita, abbozzare un affresco della manifestazione. In ordine sparso: band semi-sconosciute ma «underground» in compagnia di cantautori «indie» e rapper con testi di «forte denuncia sociale» (come la mancata legalizzazione delle droghe); il tutto sarà intervallato da appelli contro l’odio espressi in un linguaggio da «meme», Santori che ripropone con il suo sorriso ebete e il suo programma da regime totalitario: «vigilanza di un organo di polizia che garantisca che c’è un livello di sostenibilità democratica all’interno dei social network», tradotto in soldoni: una polizia digitale a caccia di reati d’opinione. 

Se verrete catturati sarete condotti a Boldrini-Camp, campo di educazione alla «democrazia» dove verrete sottoposti alla temibile «Cura Chao Ortega», che consiste nell’essere costretti ad ascoltare per ore e ore «Clandestino» di Manu Chao. 

Le manifestazioni delle Sardine hanno qualcosa di comico e inquietante. Comica è l’idea della piazza «in festa», della «lotta» per i «nuovi diritti», della campagna contro l’«odio» e tutte le altre amenità che vanno dicendo da qualche mese a questa parte. Inquietanti sono i partecipanti e gli organizzatori di quelle manifestazioni. 

Le Sardine sono davvero convinte di vivere in un clima di odio razziale come quello della Germania nazista, sono veramente persuase che Salvini sia un dittatore e sembrano prendere sul serio l’idea di un mondo senza confini, eserciti, frontiere e guerre. Poco male, se non dovesse batterle politicamente la destra, ci penserà la realtà. 

I fatti sono un rullo compressore che non tiene conto di alcuna utopia. Ancor più preoccupante è il credito che Santori e le Sardine hanno presso i programmi televisivi e i giornali, l’importanza che viene data loro è direttamente proporzionale al grado di assenza di contenuti del programma o del quotidiano.

 Di recente, Santori era ospite da Corrado Formigli, il giornalista che ama girare per Kobane con l’elmetto in testa credendosi Hemingway sul fronte catalano. C’era qualcosa di pietoso in questo non più giovane giornalista, che si rivolgeva a qual nulla coi capelli chiamato Mattia Santori, come probabilmente gli adepti di Scientology si rivolgevano a Ron Hubbard. 

Le Sardine sono l’espressione più autentica di questa civiltà morente, banale, che gira col monopattino elettrico e musica scadente nelle orecchie. Col loro odio mascherato da “carinerie”, la Sardine emanano ipocrisia da ogni orifizio. Sono un banco di pesci aizzati a dovere. Non hanno né cultura né riferimenti umani, letterari, musicali, filosofici. Sono ragazzini imbottiti di retorica pacifista e in overdose umanitaria, in preda a spasmi filantropici vomitano un odio colorato e rispettabile contro gli avversari politici.

 Sono fascisti ammantati di antifascismo, squadristi in nome del Bene e della superiore moralità della sinistra. Al termine del suo L’impero del bene, Philippe Muray scrisse: «questa società non partorirà che uomini muti o oppositori». Le Sardine sono gli uomini muti, perché non dicono nulla neanche quando parlano, sono dei parlati, ventriloqui di una ideologia umanitaria-multiculturalista preconfezionata che hanno assorbito come amianto nei polmoni. Non avranno lunga vita.

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