MENU

Non smetteremo di danzare

gennaio 17, 2020 • Io Leggo

di Davide Cavaliere –

Giulio Meotti può essere definito «muckraker» come i giornalisti dell’era progressista americana, ma a differenza loro non «scava nel fango» della corruzione, ma nella terra impastata di sangue dal terrorismo palestinese.

Meotti, col suo bellissimo Non smetteremo di danzare, vuole fare scandalo nel senso greco della parola, σκάνδαλον, cioè turbare la coscienza appassita e la serenità ebete di un’Europa che ha abbandonato Israele e riposto la memoria e il coraggio in fondo a un cassetto. Il libro non è una mera raccolta di fatti, un semplice elenco di vittime, bensì un mosaico di Israele composto coi tasselli dei suoi martiri.

L’edizione americana del libro porta come titolo «A new Shoah» e di una nuova Shoah si tratta, il terrorismo islamico è per fini e mezzi non dissimile dal sadismo nazista. Le bombe umane sono forni crematori ambulanti, bruciano i corpi degli ebrei, li fanno a brani e ne cancellano l’identità corporea. L’autore ci trasmette lo sforzo, la fatica e la pietà con cui gli israeliani ricompongono i corpi, mettono insieme i frammenti di una composizione umana, cercano di dare a brandelli sanguinolenti una forma e un nome. Un atto umano che ricalca quello divino: «Darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato». I cadaveri devono essere integri, il più possibile, come vuole la tradizione ebraica.

Israele è il luogo della memoria, nessuno può e deve essere dimenticato, nemmeno l’attentatore, lo stragista, il nazista con la kefiah e la cintura esplosiva. Meotti riporta le parole del capo di stato maggiore Gabi Ashkenazi: «In Israele non ci saranno più numeri al posto dei nomi, non ci saranno più ceneri e fumo al posto di un corpo e un’anima». Non ci saranno più nuovi Elie Wiesel che vedranno i familiari trasformarsi in soffici volute di fumo nero.

Leggendo il libro non si può non pensare al Monte degli ulivi, il monumentale cimitero a gradoni, con le tombe che sembrano emergere dalla terra, i cipressi assetati e il cielo basso. Il cielo di Yerushalayim, Gerusalemme, che copre le lapidi e le culle dei figli di Israele. Come recita un verso di T.S. Eliot, «noi nasciamo con i morti» e ogni nuovo ebreo nato porta con sé la mancanza e la compagnia di un defunto, di una vittima del terrorismo.

Gli uomini e le donne che emergono dal libro sembrano usciti dai romanzi di Israel J. Singer o Amos Oz ma è vero il contrario, sono gli ebrei e gli israeliani in carne e ossa, di amore e dolore che ispirano i personaggi, primari e secondari, dei due scrittori. Singolarità che sono diverse e irripetibili espressioni di quell’unica «Nefesh Yehudi», l’Anima Ebraica dolente, felice, sensuale, nostalgica, leggera come i dipinti di Chagall, severa come gli scritti di Gershom Scholem e misteriosa come le leggende del suo popolo. Unica. C’è un sentimento che emerge dalla parole degli ebrei riportate da Meotti e anche dalla produzione letteraria israeliana: l’amore.

L’amore come elemento vivificante, come collante delle famiglie e delle generazioni, un amore più forte del tempo, della morte, delle gambe amputate e degli occhi accecati per sempre. Israele celebra la vita, la porta ovunque, anche nel Negev ma come recita un verso del poeta Beit Halachmi: «La vita fa rima con la morte» e con la presenza della morte Israele convive, dall’alba al crepuscolo, con la sua irragionevolezza e la sua ineluttabilità.

L’autore ci racconta i monumenti, i memoriali, le targhe coi nomi delle vittime del terrorismo. Non sono dei memento mori o celebrazioni dell’assenza bensì della presenza assoluta.

La permanenza dei loro nomi è luce strappata all’oblio, all’abisso della dimenticanza, alla notte che calò sugli uomini quando si chiusero i portelloni dei treni piombati. Il libro ci conficca nelle carni verità amare e tragiche, gli sbrindellati dalle bombe e i lacerati dalle pallottole sono in maggioranza israeliani poveri.

Gli israeliani dei quartieri periferici e popolari, come settant’anni fa furono gli ebrei poveri dell’est Europa a venir inghiottiti in massa dal mare nero della Shoah. Le quasi trecento pagine del testo capovolgono l’immagine che dagli anni Settanta ci arriva di Israele, non il Paese colonialista, non lo Stato militarista, non il Golia oppressore, non la Sparta ebraica ma una Nazione di sopravvissuti ai campi, di scampati ai pogrom di oggi e di ieri, una terra di madri e di padri che seppelliscono i figli e sussurrano il Kaddish e i loro occhi si fanno piccoli e lontani fino a sembrare mosche nere ferme sul fondo di un’orbita vuota.

Meotti ci restituisce il vero volto di Israele e non quello sfigurato e abbruttito da una propaganda da avvelenatori di pozzi. La tragedia, certo, ma anche l’eroismo di chi rimane, di chi pianta i piedi, la vanga e le radici perché lì è la sua Patria e poi l’abnegazione di Ro’i Klein, che da uomo si muta in scudo di pelle e muore recitando lo Shema’ Yisrael. Ascolta, Israele. Ma anche Ascolta, Europa. Ascolta le voci solitarie di chi ti mette in guardia da questo abbandono degli ebrei e della ragione. Ascolta le voci che giungono da Israele, le storie, osserva le fotografie sgranate, perché l’antisemitismo non è finito quando si sono spenti i forni di Buchenwald e l’immensa graticola di Treblinka.

Eppure, oltre la tragedia, Israele rimane per molti un’Arcadia, la Terra promessa, col suo tessuto urbano costellato di nomi e cippi in memoria dei suoi morti. Una popolo che celebra la vita non nell’edonismo etilico, ma nella devozione al prossimo, alla bandiera, alla memoria.

Arrivati alla fine del libro di Meotti vi verrà spontaneo pensare che scrutando l’orizzonte di Israele e tendendo per bene l’orecchio, sarà impossibile non sentire lontano, flebile, un sussurro che si propaga nel vento e poi lo udirete chiaro, distinto, forte, quell’inno cantato da milioni di bocche, Hatikva, Speranza: «L’hiyot am chofshi beartzeinu Eretz Tzion v’Yerushalayim», «popolo libero nella nostra terra, la terra di Sion e Gerusalemme».

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »