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Pansa e la critica “da sinistra”

gennaio 14, 2020 • Cultura e Società, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Chi scrive non ha mai amato Giampaolo Pansa, quindi non intende unirsi al coro delle lodi, ma riconosce al giornalista piemontese di essere stato il primo, «da sinistra», ad aver affrontato criticamente la «Resistenza», cioè la guerriglia contro i nazifascisti tra il 1943 e il 1945 e la «Resistenza» con la «r» maiuscola, ovverosia il mito fondativo della sinistra post-bellica.

La sinistra italiana, comunista in particolare, ha edificato una vera e propria mitologia della resistenza e del suo ruolo in essa. Grazie alla saga della lotta antifascista, la sinistra marxista-leninista ha giustificato la sua azione politica, compresi i suoi atti criminali, i suoi tradimenti e le sue nefandezze. Dopotutto persino le Brigate Rosse, distillato purissimo dell’ideologia comunista, si presentavano come continuatori ed eredi dei partigiani e ritenevano la Resistenza non conclusa. I brigatisti lottavano non più contro il nazifascismo, bensì contro il «fascismo capitalistico» e la presunta «occupazione imperialista americana».

Con quanto detto sinora, non si vuole misconoscere il ruolo dei partigiani comunisti durante la resistenza, ma restituirli alla realtà e farli scendere dal monte Olimpo in cui li ha collocati la storiografia celebrativa del Partito Comunista. La resistenza è stata condotta da tanti soggetti: partigiani, carabinieri, uomini senza fedi politiche, membri del clero, ebrei e soldati. Tra i partigiani, non tutti aderivano al comunismo, c’erano cattolici, sionisti, liberali, monarchici, azionisti, repubblicani e socialisti democratici.

Il mondo dell’antifascismo era ampio e variegato, non riconducibile solo alla galassia marx-leninista. 

I partigiani col fazzoletto rosso al collo non si battevano contro il fascismo per restaurare gli assetti liberali e democratici dell’Italia, ma per instaurare la «dittatura del proletariato» e avviare la rivoluzione marxista. Combattevano una battaglia sia contro il fascismo, sia contro altre forze antifasciste che spesso sono state vittime della loro violenza, si ricorda l’eccidio di partigiani cattolici a Porzus o l’appoggio dato ai partigiani rossi di Tito contro la popolazione italiana in Jugoslavia e in Friuli-Venezia Giulia. 

La loro ideologia totalitaria li spingeva verso un fanatismo omicida non dissimile da quello fascista. Un odio ideologico esacerbato dal clima della guerra che si manifestava sottoforma di torture, omicidi e stupri.

Persino Giorgio Napolitano, comunista, userà poche parole per descrivere quel periodo: «Zone d’ombra, eccessi, aberrazioni». Un lascito occultato per decenni perché non funzionale alla retorica social-comunista. 

I partigiani rossi assassinavano sulla base di semplici sospetti, in alcune zone d’Italia misero in piedi un vero e proprio sistema di terrore. È passato alla storia il «Triangolo della morte» emiliano, zona compresa tra Castelfranco Emilia, Mirandola e Carpi, dove vi furono migliaia di omicidi politici tra il ’43 e il ’49. I responsabili delle morti erano nella stragrande maggioranza partigiani o ex partigiani comunisti. Alcune vittime erano ex fascisti uccisi durante la guerra o immediatamente dopo la sua fine, ma la maggior parte erano «nemici di classe» o «borghesi» che ostacolavano l’avvento di «baffone», cioè Stalin.

Celebre è diventato l’eccidio di Argelato, 29 vittime civili e quello del seminarista quattordicenne Rolando Rivi. Giovannino Guareschi definirà il Messico «l’Emilia d’America».

Merita di essere anche ricordato l’eccidio di Schio, compiuto a guerra finita dalla Brigata Garibaldi locale, che falcidiò a colpi di mitraglia 54 persone incarcerate con l’accusa di essere fascisti, ma molti dei quali erano già stati dichiarati estranei alle accuse. Vennero uccise anche donne e ragazze.

La sinistra contemporanea e l’ANPI si rifiutano di fare i conti col passato, negando i crimini o tentando di edulcorarli. Non sembra esserci una presa di posizione in favore della verità storica o di una lettura non faziosa della storia recente, la sinistra preferisce rimanere abbarbicata alla sua mitologia che, probabilmente, ne permette l’esistenza davanti all’erosione massiccia e progressiva del suo consenso.

La retorica resistenziale serve a condurre la campagna di demonizzazione della destra, se crollasse il mito partigiano e la manichea e antiquata divisione «fascisti – antifascisti» allora, la sinistra, perderebbe definitivamente la sua ragion d’essere. Nonostante le difficoltà, la verità storica è destinata ad affermarsi.

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