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“La cosa rossa”, nostalgiche rimembranze senili

gennaio 3, 2020 • Politica, z in evidenza

 

 

di Davide Cavaliere –

C’è un passato che non passa, che non scorre, ma rimane sospeso nell’aria del presente come goccioline di Flügge.

È la memoria dell’illusione comunista, la grande menzogna del secolo finito a Berlino, il «Dio che ha fallito» per usare la definizione di Ignazio Silone.

Gli epigoni della cosa rossa non si danno per vinti e perseverano nel celebrare quell’ideologia seppellita dagli eventi e ritornata alla sua condizione originaria: quella di fantasma, che lugubre si aggira per l’Europa. 

Il governo in carica ha messo a disposizione il denaro per la celebrazione della bandiera rossa, duecentomila euro per due anni per festeggiare il centenario della fondazione del Partito Comunista Italiano, ma sarà un festeggiamento del comunismo in generale.

I soldi pubblici serviranno ad allestire l’ennesimo corteo di menzogne su Gramsci, su Lenin, sulla Brigata Garibaldi e sullo schiavismo dei Gulag. 

Le comparse della stagione dei furori marx-leninisti si ammanteranno della consueta nobiltà d’animo, si bagneranno di bontà e si autocelebreranno come la parte giusta dell’umanità.

Soprassederanno a tutte le atrocità: «Sbagliavamo, ma eravamo i più buoni e i più santi». La solita litania veteromarxista. Siccome hanno combattuto il fascismo, da settant’anni si reputano immuni dalle critiche e assolti da ogni crimine. Dimenticano che l’arcipelago gulag è venuto ben prima dei campi di sterminio dell’Europa orientale. 

Il totalitarismo sovietico era presente già in nuce nel pensiero di Marx e nella sua esaltazione del terrorismo rivoluzionario e sanguinario. Lenin è stato l’allievo modello del barbuto filosofo di Treviri. Gramsci, l’occhialuto filosofo sardo, bolscevico e totalitario, sarà presentato come un giovane democratico e liberale.

Magari, accanto all’icona rivoluzionaria del santo laico Ernesto Guevara, indefesso macellaio di contadini, borghesi e «maricones», cioè gli affetti da quella che l’Unione Sovietica chiamava il «vizio borghese»: l’omosessualità. Vedremo lo spettro del «Che» accanto alla paladina dei diritti civili Monica Cirinnà. 

Questa sinistra contemporanea che si fa paladina degli omosessuali, ma ottenebra il suo passato omofobo, i tempi in cui Jurij Sotzov, caporedattore di Komsomol’skaja Pravda, diceva di provare repulsione per l’omosessuale Nichi Vendola.

Antinomia delle antinomie. Con tutta probabilità riproporranno la tesi «zingarettiana», secondo la quale le lotte sindacali furono possibili grazie alla provvidenziale presenza dell’URSS. Però nella grande patria socialista, i lavoratori facevano la fame e sottostavano alle angherie della burocrazia del Partito elevato a divinità gelosa e omicida. 

Le celebrazioni del PCI saranno la fiera delle panzane sulla resistenza, verrà cancellato il tributo di sangue versato dai partigiani cattolici, liberali, monarchici, azionisti, dei carabinieri, dei soldati angloamericani e della Brigata Ebraica, a profitto dei soli partigiani comunisti.

Saranno taciuti i crimini dei combattenti col fazzoletto rosso, calerà il silenzio su Porzûs e Malga Bala, sulla contiguità con gli infoibatori jugoslavi e le complicità con Mosca. Chissà se avranno l’ardore di silenziare anche il ruolo dello staliniano di ferro Palmiro Togliatti, nell’eliminazione fisica della sinistra trozkista e non-comunista durante la Guerra civile spagnola. 

Gli «ex» e «post» e «neo» comunisti, che oggi posano da paladini dei diritti umani e della democrazia, sputarono sui dissidenti sovietici dai loro giornali, le cui casse erano rimpinguate dai rubli rossi di socialismo e sangue.

Il PCI scatenò gli intellettuali di corte contro Solgenitsin, il più cortigiano di tutti, Umberto Eco, lo definì: «Dostoevskij da strapazzo». Questa sinistra che oggi parla sempre di cultura, ma si schierava in difesa di un regime che condanno ai lavori forzati e censurò intellettuali e poeti: Mandelstam, Pilnyak, Pasternak, Babel, Salamov, Sacharov, Grossman, Herling … 

La sinistra attuale si dice post-ideologica, ma rifiuta di fare i conti col passato. Non affronta i mostri sepolti nella sua memoria, vive di leggende auree, icone e miti.

Ha più marchi la sinistra del capitalismo. Guevara sulle magliette, Gramsci in bocca a tutti, Fusaro nelle librerie e «Bella Ciao» più cantata oggi che nel ’45. Questa sinistra che non cresce mai, ancorata eternamente alla rada del fascismo, sempre evocato e sempre assente.

Questa sinistra che ignora la Storia, che vive si semplificazioni: «partigiano buono, tutto il resto cattivo», disertrice dello spirito critico.

La sinistra non incrocia più la falce col martello, ma del comunismo ha mantenuto l’animo censorio e dispotico, la tendenza a psichiatrizzare l’avversario e a relegarlo nella sub umanità.

La sinistra del presente, figlia del comunismo, è un frutto bacato dal verme totalitario anzi, del frutto non v’è traccia. C’è solo una buccia rossa, ruvida di nostalgia, umida di vecchi slogan.

La sinistra è l’uomo invisibile con l’eskimo e la sciarpa rossa, non basterà il centenario della nascita del Partito Comunista a darle contenuti.

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