MENU

Preghiera in gennaio, le star che si sono “spente” il primo mese dell’anno

gennaio 3, 2020 • Paralleli, z in evidenza

 

di Roberto Zadik –

Dopo le feste si ricomincia, si spera con ottimismo ma non è sempre facile e stando a una strana casualità tante sono le celebrità che, in questo periodo vitale ma anche molto ansioso e pieno di aspettative, sono scomparse, alcune molto tragicamente altre meno.

Qui un ricordo di questi personaggi intitolato come una bellissima canzone del grande De Andrè sulla morte di Luigi Tenco. Star di enorme talento che hanno lasciato le scene e la vita improvvisamente con l’inizio dell’anno nuovo  in un mondo ancora frastornato dai festeggiamenti di Capodanno e dalla ripresa di scuola e lavoro e che se ne sono andate proprio in questo mese invernale e austero.

Scomparse improvvise, dagli scrittori ai cantautori che lette su Internet hanno fatto “sobbalzare” dalla sedia i fan delle band o dei vari artisti e creativi morti a gennaio. Qui i più nomi più significativi in alcuni brevi flash di ricordo del loro contributo artistico e umano in una grande “preghiera in gennaio”.

Il 4 gennaio 1960, addio all’esistenzialista Albert Camus

Per incidente stradale come il grande Jean Louis Trintignant nel capolavoro di Dino Risi “Il sorpasso” moriva appena cominciati gli anni ’60 il filosofo e scrittore franco-algerino Camus.  A soli 46 anni,improvvisamente, questo osservatore lucido e vitale della vita e del mondo, questo romanziere sempre un po’ filosofo, sempre con una vena sartriana di esistenzialismo, ci lasciava dopo aver scritto bellissimi intrecci come “Lo straniero” dove ha raccontato la sua Algeria francesizzata e al tempo stesso molto araba in una trama portata sul grande schermo nientemeno che da Luchino Visconti, opere teatrali, articoli e romanzi pieni di fascino come il suo “La peste”. Critico, anarchico, dissacrante verso qualsiasi dogma e certezza, Camus è stato uno dei massimi rappresentanti del Novecento letterario francese, filosofo della vita e psicologo dell’animo umano.

Il primo giorno del 2003, a 64 anni se ne andò il Signor G:

Quando comincia l’anno è davvero un paradosso morire, eppure è successo al grande poeta, cantautore e intellettuale Giorgio Gaber. Molti ormai, specialmente fra i giovani, non se lo ricordano quasi, ma Giorgio Gaberschik noto anche con il nome accorciato di Gaber e il soprannome “Signor G” è stato indimenticabile. La sua ironia acuminata e elegante, il fisico longilineo e lo sguardo penetrante e quelle canzoni miste di poesia e di leggerezza profonda e pensante che si sublimava in quei monologhi dove ritraeva vizi e virtù del Belpaese. Ci siamo commossi a sentire le parole della sua canzone più bella “La Libertà”, abbiamo riso e riflettuto alle sue battute e con le sue satire politiche e sociali come “I borghesi”, “Io non mi sento italiano” e “né con la destra né con la sinistra”. Milanese di padre triestino, ragioniere ma tutto fuorchè “quadrato”, laureato in Economia e commercio amico di Jannacci e anche di Tenco si dedica alla musica con la sua inseparabile chitarra. Il suo decennio di inizio sono stati gli anni ’60 ma il meglio è arrivato fra i 70’ e gli 80’ e Gaber è stato uno dei pochi veri “poeti della canzone” assieme a Hebert Pagani, a De Andrè, a Tenco, a Conte, egli non solo ha cantato ma ha creato atmosfere e raccontato il suo mondo interiore con anticonformismo, intelligenza e eleganza.

Il 4 gennaio 2015 Pino Daniele  uno dei massimi cantautori napoletani ci lascia

Per chi ha vissuto una certa Italia, diversa anni luce da quella di oggi, una certa canzone napoletana modificata dai temi del passato e abbellita di nuovi stimoli e influenze sonore, il nome di Pino Daniele è davvero speciale.

La sua voce particolare e diversa da tutte le altre, la sua magnetica e timida personalità, l’abilità chitarristica, l’amicizia inossidabile con l’attore e regista Massimo Troisi, e le atmosfere prima molto sperimentali e innovative dei suoi anni ’70 con capolavori come la brillante “Je so pazz” , la malinconica “Anna verrà” e la sognante poesia di “Napul’è” e poi la sua scelta di commercializzarsi fra gli anni Novanta e Duemila.

Musicista colto e completo, schivo ma curioso e sempre alla ricerca di nuove ispirazioni, come il suo amico Troisi, rifletteva sulla vita e sul mondo, sui sentimenti e su una nuova identità partenopea come i fratelli Edoardo e Eugenio Bennato e lo scrittore Erri De Luca o il regista Mario Martone e soffriva di cuore lo stesso male che uccise anche Troisi a 41 anni nel giugno 1994. Improvvisamente a nemmeno 60 anni , da compiere il 19 marzo, Giuseppe Daniele questo il suo vero nome se n’è andato per infarto e la notizia ha immediatamente colpito i suoi numerosi fan e la musica italiana con la scomparsa di questo grande artista espressivo e coinvolgente.

L’11 gennaio del 1999, se ne andava De Andrè lo schivo cronista dell’animo umano

Le sue furono testimonianze non solo semplici canzoni e da una delle sue canzoni più struggenti “Preghiera in gennaio” sulla morte di Luigi Tenco,  il titolo di questo articolo. Fabrizio De Andrè in soli 58 anni vita, morì un mese prima del suo 59esimo compleanno il 18 febbraio è stato tante cose. Cantautore sentimentale ma anche molto polemico e anticonformista e “in direzione ostinata e contraria” come diceva una sua opera, cantore degli emarginati e degli ultimi, bellissimo il suo “Cantico dei drogati” dove coraggiosamente affrontò nel 1968 il tema tabù ancora oggi della droga,  studioso di musica etnica, geniale fabbricatore di versi pieni di ironica malinconia, simbolo della sua Genova e unico vero genovese fra i cantautori, in quanto Tenco era piemontese o Gino Paoli era nato a Monfalcone.

De Andrè ha descritto storie, personaggi, quadri di vita con una chiarezza e una poesia degna di pochissimi talenti. Un Dylan all’italiana, ma senza i suoi eccessi, un verseggiatore alla francese, alla Prevert, alla Georges Brassens e come voce un po’ ci somigliava come anche al grande cantautore israeliano Arik Einstein, De Andrè passò alla storia senza voler mai apparire. L’ironica maliziosità di “Bocca di rosa”, la dolente malinconia di “Marinella”, la vivacità e il coraggio di canzoni sul terrorismo come “Bombarolo” e quella capacità di saper scrivere poesia su argomenti scomodi, difficili e tutt’altro che romantici, a cui lui ha dato sentimento e umanità.

Il camaleonte Bowie e la sua “Stella Nera” che ne oscurò la brillantezza per sempre

Fra le sconvolgenti scomparse del mese di gennaio, anche quella di un dimenticato genio come David Robert Jones noto internazionalmente come David Bowie. Trasformista come nessun altro, raffinato e trasgressivo, amico di Lou Reed, Iggy Pop e Mick Jagger, teso il suo rapporto con i Queen e Freddie Mercury con cui ebbe in comune solo una canzone, la bellissima Under Pressure,  il 7 gennaio 2016,  arrivava questa terribile notizia assolutamente inaspettata.

Uno dei miei cantanti preferiti, moriva dopo aver cantato le cupe canzoni del suo ultimo album “Blackstar” (Stella Nera) e alla vigilia del suo 69esimo compleanno. Quasi mezzo secolo di carriera per lui, cominciò con un caschetto biondo molto britannico anni ’60 e canzoni melodiche e già bellissime come “Rubber Band” e “The London Boys” nel lontano 1966. Ma la vera fama arrivò nel 1969 con le sue ossessioni per marziani e galassie spaziali e fra “Space Oddity”, “Moonage day dream” o “Starman” ci ha portato in orbita con una musica celestiale ma difficile per un pubblico di massa.

Dimenticato, spesso incompreso e volutamente enigmatico, ebbe grande successo nel 1972 con capolavori come “The rise and fall of Ziggy Stardust” o nel 1977 “Heroes” che segnava la rinascita dopo anni di eccessi e dipendenza dalle droghe da cui andò a disintossicarsi nel suo celebre periodo berlinese. Se ne potrebbe scrivere dieci pagine ma mi fermo qui. Bowie ha cantato angosce, timori, speranze, vizi e alienazioni del secondo Novecento, ha esplorato vari look e generi e non si fermò mai fino alla sua scomparsa. Non ci sarà più un altro David Bowie.

Mirtilli d’Irlanda, il 16 gennaio l’improvvisa fine di Dolores O’Riordan, anima dei Cranberries

Con il suo look androgino, quei capelli a spazzola e l’aria sorniona negli anni ’90 cantava energica “Zombie” facendo ballare una generazione che oggi ha fra i 30 e i 40 anni. Dolly O’Riordan assieme a Sinead O’Connor e ancora di più e meglio di tutti a Paul Hewson detto Bono Vox capitano degli U2, è stata la star più famosa della sua Irlanda. Dopo una carriera scatenata a metà anni ’90 con la sua band dei Cranberries e dolci capolavori come “Ode to my family” o “Dreams” e la sognante “When you are gone” e pezzi a tutto rock come “Salvation” e “Ridicolous thoughts” questa cantautrice davvero molto dotata spariva sempre di più. Negli anni Duemila non è stata molto attiva a parte rare perle come “Just my  imagination” e “Promises” . Silenzio, qualche concerto, vita famigliare e a un certo punto cosa leggo?

Il 15 gennaio 2018, due anni fa, Dolores O’Riordan a 46 anni muore. Ma di cosa? Come Jim Morrison che era anche di origine irlandese sebbene fosse americano della Florida, è stata trovata nella vasca da bagno morta per eccesso di alcol e così è scomparsa una delle voci femminili più belle e espressive  degli anni ’90 assieme a Sheryl Crow o Alanis Morrissette e tanti ricordi e emozioni emergono ascoltando capolavori come “Linger” o “Everything I said” dal suo album migliore “No need to argue” del 1995.

27 gennaio 1967, a Sanremo muore Luigi Tenco

Una delle morti più strane, discusse, controverse di sempre è stata quella del giovane 27enne Luigi Tenco che mentre si stava svolgendo il classico appuntamento del Festival di Sanremo, muore. Come è morto? Chi l’ha ucciso? Una delle prime morti misteriose, assieme a quella di Marylin Monroe, che inaugurò uno spiacevole filone anni 70’ dove le morti misteriose, da Jim Morrison a Jimi Hendrix a Bruce Lee a Elvis riempivano le pagine di libri e giornali di indagini improbabili e a volte molto fantasiose.

Dotato di una voce magnetica, dal fascino intenso e cupo, la  sua morte venne annunciata da Mike Bongiorno e sconvolse quel Festival e quel 1967 anno di musica incredibile dove Beatles, Doors e l’era hippie stavano intrattenendo le giovani generazioni in mezzo alla Guerra del Vietnam. Tenco ha rivoluzionato un’epoca e un modo di cantare, con quella voce da cinquantenne a vent’abnni, quel contegno da ribelle esistenzialista, e capolavori malinconici e molto vitali come “Vedrai vedrai” e “Lontano Lontano”.

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »