MENU

Il lavoro, e l’ambiente tra passato e presente

dicembre 29, 2019 • Cultura e Società, z in evidenza

di Davide Cavaliere -*

C’era una volta il mondo contadino. La dolce terra italiana è stata per secoli un Paese di agricoltori, vignaioli, pastori, vendemmiatori, terroni nel senso etimologico del termine: legati alla terra. Generosa o sordida che sia.

Il mondo che il genio di Giovannino Guareschi ha fotografato nel suoi ultimi istanti, prima che la modernità meccanica ed elettronica lo cancellasse per sempre.

Era un universo di paesi e villaggi e campi. Un mondo prevalentemente di analfabeti, dove il sapere circolava per via orale, come ai primordi della civiltà. Il contadino saggiava la consistenza della terra con le mani, sfregandola tra il pollice e l’indice ne comprendeva la qualità: grassa, secca, limacciosa o dura.

Il fattore è come il poeta di Novalis, conosce il mondo meglio dello scienziato e dagli anziani ha imparato a monitorare il clima, a piantare alla corretta distanza, a raccogliere i frutti in quel preciso giorno.

Quel mondo non aveva conoscenza, solo una saggezza ancestrale ed empirica perché validata dall’esperienza dei padri e dei loro padri. Il contadino era un tutt’uno con la sua terra, che lavorava duramente, che lo invecchiava precocemente. Si collocava in un tempo ciclico e non lineare, il tempo delle stagioni, delle semine, dei raccolti, della fiera, delle nascite e delle morti.

Immerso nelle zolle di terra, chino sui terreni rivoltati dal vomere si consuma nella condanna di Adamo: il lavoro. La Domenica la passava nella chiesa locale, dove era stato battezzato e dove ricevette i sacramenti. Dove si è sposato e dove sarà officiato il suo funerale, dopo una veglia casalinga. L’Italia rurale era dura. Un piccolo mondo severo, povero, calcinato dalla fatica.

Quel mondo ha progressivamente ceduto il passo all’industria, al gasolio, al cemento, alla chimica… ma non ha migliorato la sua condizione. Il cavallo e il suo nitrito sono stati sostituiti dal trattore e dal rombo del suo motore di ghisa.

La dipendenza del contadino dalla terra e dagli animali è stata rimpiazzata da quella verso i banchieri e i grossisti di pesticidi e attrezzature agricole. Gli utensili del passato non servono più. Anticrittogamici e fertilizzanti avvelenano i campi, le acque e gli uomini.

Sulla campagna è calato il silenzio, la chimica ha compiuto il suo sterminio: pochi uccelli sui campi, nessuna vipera che striscia nell’erba, rari i gabbiani venuti dal mare per mangiare, inesistenti i tulipani nel grano, scomparse le farfalle e le cicale.

Il contadino non sa più leggere la natura intorno a lui, non coglie segni nell’imbrunire, nei profumi della terra umida, nel colore delle cortecce. In compenso, deve saper parlare al computer e ai bracci robotici della stalla meccanizzata. Deve conoscere l’asfissiante burocrazia e le consulenze di commercialisti e ingegneri.

La PAC, ovvero la Politica Agricola Comune dell’Unione europea ha devastato il mondo rurale: liberalizzazione selvaggia e competizione sfrenata. Per competere col Sudamerica, il piccolo comune deve aumentare la produttività a discapito della salute e della qualità.

Il profitto è il solo orizzonte. Gli agricoltori non reggono e molti si appendono per il collo. I suicidi dei contadini sono una piaga nazionale in Francia. In Italia abbiamo avuto i pastori che gettavano il latte per le strade o chi vi scaraventava pomodori e arance.

Il mondo rurale, quello raccontato con la cinepresa da Ermanno Olmi non era un paradiso, ma un luogo di consunzione e sfiancamento. Ma era proprio necessario che la sua saggezza, quella vicinanza alla terra e alle bestie fosse sacrificata alla civiltà della tecnica?

La passione per i motori delle macchine agricole era destinata a sostituire quella per la natura? La luce fredda del televisori doveva proprio annichilire le tradizioni millenarie?

Sull’antico mondo rurale è calato un velo grigio di smog e malinconia. Al dominio della meccanica e del denaro bisogno opporre una saggezza primordiale pensata e non istintiva.

Demitizzare la città, riscoprire la campagna: l’unico ambientalismo possibile. Il resto è chiassoso sciopero di ragazzini.

*Immagine – opera del maestro Beppe Gallo –

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »