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Contro il lavoro

dicembre 19, 2019 • Agorà, z in evidenza

 

di Davide Cavaliere –

L’epoca della secolarizzazione o «età dell’inconsistenza», per usare la terminologia di Roberto Calasso, è stata una fabbrica di idoli. Quelli che Nietzsche ha chiamato le «ombre di Dio»:l’Umanità, la Razza, lo Stato, la Scienza e la Ragione.

Una di queste statuette concettuali è il lavoro, un potente e pervasivo surrogato del divino, che nasce agli albori della Storia contemporanea, con la Rivoluzione francese e diventa «divinità» redentrice con l’ascesa intellettuale e politica del marxismo.

In opposizione all’indolente e oziosa aristocrazia dell’Ancien Régime, i giacobini e i sanculotti elogiarono Ercole, metafora della fatica e quindi del Lavoro. Fin dai tempi dell’Antico Testamento, il lavoro è vissuto come condanna divina, dice Dio ad Adamo nel libro della Genesi: «Il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno […] mangerai il pane con il sudore del
tuo volto».

In tutte le epoche fino alla modernità, le classi privilegiate non lavorano, perché il Lavoro è appannaggio degli schiavi e non degli uomini liberi. Il non lavorare non va confuso con l’inerzia, chi non lavorava si dedicava allo studio e alla cosa pubblica.

È il marxismo a fare del lavoro un elemento fondamentale della vita umana, l’uomo è tale solo quando lavora dice Marx. Il filosofo di Treviri fa dell’essere umano l’«oggetto» del lavoro.

Il lavoro è diventato totalizzante, plasma tutta la nostra esistenza. Dividiamo, essenzialmente, la nostra vita in due tempi: quello del lavoro e quello «libero», che è tale proprio perché libero dalla costrizione del lavoro. Chi non lavora è diventato un paria. Anche un uomo che vivesse di una cospicua rendita, come un aristocratico, sarebbe visto come un figuro bizzarro, eccentrico e poco raccomandabile.

La modernità ha compiuto una radicale svolta antropologica, ha ridefinito l’uomo in termini produttivistici. Non è più il soggetto cha da valore alla propria vita, ma è il Lavoro che dota di senso l’uomo. Per questa ragione diciamo che il Lavoro è stato divinizzato. Come ha acutamente notato Philippe Godard nel suo agile saggio «Contro il Lavoro», mettere in discussione, oggi, il lavoro significa mettere in discussione il senso della vita.

L’uomo è definito in base alla coppia produzione-consumo, intimamente legati, la società del Lavoro è una società del consumo. Il lavoro non serve più a produrre valore economico, ma ad aumentare le possibilità di consumo.

Lavorare nell’Occidente contemporaneo significa tentare di aumentare il proprio potere d’acquisto. L’obiettivo del lavoro, sempre più scollegato dalla merce, serve all’individuo per consumare beni e servizi indotti dalla pubblicità e dall’obsolescenza programmata.

I bisogni del lavoratore sono fittizi e indotti, necessari per spingerlo a lavorare e a spingere la ruota del ciclo produzione-consumo. Il lavoratore è l’elemento base della inciviltà dei consumi. Il lavoro è un imperativo morale categorico, che riecheggia in frasi come «si deve lavorare» o «trovati un lavoro». Il Lavoro si trova presso noi, come il Verbo presso Dio. Come le sirene di Ulisse ci chiama,
ci mette in catene e ci lavora, lui, divinità blasfema della fatica.

Destra e Sinistra sono unanimemente d’accordo nel trattare il lavoro come un «diritto». I diritti servirebbero a proteggere l’uomo dall’arbitrio del potere, il diritto al lavoro è il diritto allo sfruttamento degli schiavi. «Arbeit Macht Frei», il Lavoro rende liberi, si trovava inciso sui cancelli dei campi di sterminio. Il lavoro rendeva liberi i tedeschi, non i loro schiavi. Beffarda condanna.

Il Lavoro piace così tanto, che lo si festeggia … non lavorando. Curiosa solfa, per chi ha fatto di una necessità una nobile virtù. La nobiltà del lavoro è negli occhi e sulla lingua di chi sta al riparo dalla fatica.

Dovremmo demistificare il Lavoro, quindi la modernità, il suo panglossiano economicismo e quell’impersonale «si deve lavorare», l’assurdo «fare qualcosa» senza saperne il perché, l’importante è fare.

Dovremmo perlomeno essere realisti, il Lavoro non è né un diritto né un fondamento né un Dio secolare, ma una maledizione dello stare al mondo.

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