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Il cadavere della bellezza

dicembre 16, 2019 • Agorà, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Non sempre a parlare di «Arte degenerata» si fa peccato anzi, si descrive lo stato delle cose. La nuova opera di Maurizio Cattelan consiste in una banana incollata a un muro con del nastro adesivo. La presunta opera artistica viene valutata 100mila euro, 30mila in meno della fin troppo celebre Merda d’artista del rampollo della Manzotin, Piero Manzoni. 

«È Maurizio Cattelan dopotutto» penserà qualcuno. È lo strapagato artista che il cui cavallo imbalsamato e appeso al soffitto con un’imbragatura deturpa il Castello di Rivoli di Filippo Juvarra dal 1997. È il Cattelan che nel 2004 impiccò tre manichini di bambini a un albero di Piazza XXIV Maggio a Milano e ammantò questa inopportuna provocazione di densi significati etici. «Etica» è una parola fatata del nostro tempo, tutto è permesso purché sia «etico». 

Cattelan insieme a Jeff Koons, Damien Hirst e Marina Abramović rappresenta la quintessenza di quell’immenso raggiro che è l’arte dei nostri giorni. La cosiddetta arte contemporanea nasce come provocazione e di provocazioni e burle vive, non ha altri scopi se non lo scandalo e il chiacchiericcio che ne segue.

È il conformismo della trasgressione, una trasgressione che non sfida dei reali tabù sociali, ma si esaurisce nella sua messa in scena. Andres Serrano fotografa un crocifisso immerso nel piscio. Un’«opera» inutilmente blasfema visto che il potere temporale della Chiesa e l’influenza del Cristianesimo erano ampiamente finiti nel 1987. 

Con quest’ultima opera di Cattelan non siamo davanti alla morte del Bello, ma di fronte alla sua definitiva decomposizione. La Bellezza è marcita, come marcirà la sua banana, fino a staccarsi dal muro e scivolare a terra. La macchia fradicia che rimarrà sulla parete sarà l’eredità guasta dell’arte contemporanea.

Un lascito di materiali deperibili. La banana, la merda e il nulla. In compenso, avremo fiumi di scritti di critici d’arte affetti da logorrea, che ci spiegheranno che la banana non è «solamente» una banana e la merda non è «veramente» merda.

La decadenza dell’arte comincia con il comico Marcel Duchamp (perché Duchamp voleva essere un umorista) e i suoi astrusi ready-made. Duchamp demolisce la tradizione artistica occidentale: abolisce il cavalletto, la tela, l’atelier, i modelli, il soggetto, il reale. Il Bello scompare in un buco nero di ciarpame.

È lo Zarathustra dell’arte, se il filosofo di Röcken ha annunciato la morte di Dio, il pittore normanno annuncia la morte della Bellezza. Se Dio non c’è tutto è possibile, se il Bello in sé non esiste tutto può diventare arte, da un portabottiglie a un orinatoio. Anche il materiale può non essere più nobile e prezioso, tutto va bene: giornali, feci, cartone, sabbia, pietruzze, sangue, urina. 

L’estetica occidentale è figlia di Platone, il filosofo dell’Accademia ha suggerito l’esistenza dell’Iperuranio, la zona al di là del cielo dove risiedono le Idee pure, le immagini originarie autonome dalle loro manifestazioni empiriche. Il Bello con la maiuscola è stato la pietra di paragone attraverso cui si stabilivano il Bello e il Brutto. Bello era ciò che più si avvicinava all’Idea di Bello in sé.

La Bellezza è sempre stata individuata come derivante dall’equilibrio, dall’armonia, dalla simmetria e dalla Veritas, l’aderenza alla cosa rappresentata. Con una tale concezione dell’arte abbiamo avuto Holbein e Leonardo, van Eyck e Masaccio. Con Duchamp salta tutto. Il Bello deflagra. È l’osservatore a rendere bello ciò che ha sotto gli occhi, qualunque cosa sia. Conta il soggetto, lo spettatore e non l’opera. 

L’orinatoio, un cesso, può essere innalzato dall’osservatore e … dal critico. Duchamp avvia l’arte contemporanea e la tirannia dei critici. L’opera sparisce, non ha valore in sé, conta la sublimazione fatta dal critico.

È decisivo il discorso intorno all’opera, lo storytelling, le «narrazioni» intorno all’arte. La banana di Cattelan non è una banana, è ciò che viene detto sulla banana. Tutto può essere arte, nulla lo è più «oggettivamente».

Dopotutto, Duchamp è anche il padre dell’arte concettuale. Il suo soggettivismo e individualismo radicali, appresi tramite la lettura di Stirner e Nietzsche, saranno spinti ancora più in là dai suoi epigoni. Joseph Kosuth esporrà il suo Art is an Idea as Idea. Parole scritte su un supporto.

L’idea dell’arte è diventata arte. Le arti figurative sono progressivamente scivolate verso il nulla, seguendo lo stesso percorso della Letteratura ridotta a soliloquio autistico da Joyce con L’Ulisse; della musica, John Cage che fa musica col silenzio e del cinema, con Guy Debord che proietta un film senza immagini. 

L’arte ha smesso di rappresentare il Bello, l’Eterno, il Sacro. Ha rifiutato l’armonia e ora si crogiola della bruttezza e nella deformità. L’arte vera rimane immobile, è fuori dal tempo. La Bellezza, per i greci, coincideva col Vero, che in greco antico si diceva Aletheia, cioè la Verità che non è soggetta al divenire, come le Idee di Platone. La vera arte attinge a una Bellezza immemoriale.

La Bellezza è Sacra (dal latino sacer, separato) rispetto allo spettatore e con la sua presenza ci ricorda l’Eterno. Per tornare a creare Bellezza, gli artisti dovrebbero abbandonare Duchamp e tornare a Schopenhauer, secondo il quale l’arte è contemplazione degli aspetti universali della realtà. Il soggetto viene risucchiato fuori dal Tempo, dal divenire, dai desideri e contempla il mondo immobile e liberato.

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