MENU

Inghilterra, Boris Johnson straccia Jeremy Corbyn

dicembre 13, 2019 • Politica, z in evidenza

 

di Davide Cavaliere –

«Viva viva, Viva l’Inghilterra, Pace Donne Amore, E libertà» cantava Claudio Baglioni. Dalla mezzanotte sarebbe più consono canticchiare: «Viva viva, Viva l’Inghilterra, Brexit Johnson Farage, e libertà». Sono lontani i tempi della perfida Albione e della voce di Mario Appelius, gracchiante alla radio, che dice: «Dio stramaledica gli Inglesi!». 

Gli inglesi sono da benedire, da innaffiare con l’acqua santa e da incensare. Sono cinici, ne conveniamo tutti e sono anche terribilmente arroganti, ma vedono lontano, hanno la vista acuta e il naso attento dei loro Foxhound per la caccia alla volpe. L’Inghilterra è un baluardo di libertà e sovranità. 

L’isola più famosa del mondo si è affidata ai conservatori dell’istrionico Boris Johnson, il cui motto elettorale era chiaro e vibrante: «Get brexit done», «facciamo la brexit» insomma, fuggiamo dalla gabbia europeista e facciamolo in fretta. Gli affetti da eurococco si dicono esterrefatti, pensavano che l’atteggiamento  e ricattatorio tenuto dall’Unione europea durante le trattative avesse intimorito la Nazione, spingendola nelle braccia di Corbyn – lo stalinista rimbambito ed europeista per opportunismo – ebbene, le cose sono andate diversamente. 

Il popolo inglese vuole lasciare al suo destino il pomposo euro-Titanic, con le sue inutili cerimonie e la sua stucchevole retorica sulla Pace perpetua e l’uguaglianza universale. La filippica europeista ha disturbato troppe orecchie oltremanica. Popolo pragmatico e fiero, gli inglesi sono sempre stati scettici rispetto alla passione eurofila. 

Là, nella «sonnolente campagna inglese» (per citare George Orwell), le prediche sulla cornucopia che attende i popoli a «unione» europea completata non ha mai attecchito. Con la pessima gestione della crisi greca, anche gli ultimi lumicini di speranza si sono spenti. Goodbye Europe. 

Erano le oligarchie inglesi a non volerla questa chiacchierata brexit. Banchieri, broker, squali della finanza, intellettuali da salotto e attori milionari erano tutti, immancabilmente, per il Remain. Le legioni del benessere economico temevano per i loro profitti e le élites «culturali» non avrebbero mai appoggiato una battaglia di vetusti e naftalinici nostalgici della Compagnia delle Indie. 

Poco male, non sono la maggioranza della terra di Shakespeare. Come non erano maggioranza le imberbi schiere di studenti universitari che chiedevano un secondo referendum. Ragazzi e ragazze cresciuti nel vuoto pneumatico dell’«Europa dei congedi», come l’ha chiamata Niram Ferretti, post-nazionale, post-cristiana, post-identitaria. «I vecchi hanno votato la brexit» dicevano, meglio così, l’esperienza batte sempre il giovanilismo col suo carico avariato di utopismo. 

Quei vecchi, col loro voto, hanno salvato quei giovinastri ingrati che, con «più Europa», si troverebbero a stare peggio, forse ad avere fame, come i loro coetanei della Grecia. In Europa soffia un vento nuovo, gli inglesi non hanno nessuna intenzione di continuare a essere rinchiusi in questo ordine europeo di nuovi Talleyrand e di nuovi Metternich. 

Storicamente ostili a un continente unito sotto un’unica egida, si chiamano fuori da questo neoimpero carolingio-teutonico. Questa Unione di piccoli Kaiser con l’elmo a punta e Napoleoni senza gloria, nemici di una Inghilterra liberale da sempre amica e madre dell’America. Dai tempi della Thatcher, Mother England non si è fatta attirare nella bolsa retorica bruxelliana sulla bontà antinazionalista. 

Troppo gelosa della sua democrazia e delle sue antiche libertà. Le libertà inglesi tanto care a Edmond Burke. L’Inghilterra è arcistufa di questa Unione europea che disprezza il locale e con le sue direttive la vorrebbe riempire ulteriormente di immigrati africani e orientali. 

Il voto inglese è una risposta alla bassezza dell’Europa fasulla di Maastricht e alle sue pressioni volte a scavalcare la volontà popolare. L’uscita dell’Inghilterra è la prima nota del requiem all’Unione europea.

L’Italia dovrebbe suonare le prossime note, dato il modo in cui subisce il dominio franco-tedesco. L’assenza della tenace isola aumenterà a dismisura le ambizioni egemoniche di Parigi, Roma dev’essere pronta a dare battaglia in campo economico e politico.

Non approvare la riforma del MES sarebbe un primo, importante segnale. Purtroppo, l’attuale governo è masochisticamente sottomesso alla UE e ai suoi eterni padroni. Quanto avremmo bisogno di un Churchill o, almeno, di uno scapigliato Johnson.

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »