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Sardine, movimento squamoso-ittico rivoluzionario

dicembre 13, 2019 • Agorà, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Più atteso del Natale c’era solo il programma delle autoproclamatesi «Sardine», il movimento ittico-rivoluzionario e immancabilmente «giovane» (neanche fosse un taglio di capelli o un paio di jeans).

In realtà, non è arrivato il loro «programma» in senso stretto, non immaginatevi il Libretto rosso di Mao o il celebre Programma di Gotha, bensì un risicato e dolcissimo decalogo. Siccome il termine «decalogo» ha un sapore troppo biblico e arcaico, le Sardine hanno chiamato i loro dieci punti «Mappa dei valori». Un’espressione che richiama quelle contenute nei libri di self-help: «Tracciate la mappa dei valori che vi guideranno nel vostro agire».

Il decalogo servirà al banco ittico dei centocinquanta referenti dello squamoso movimento per darsi un allineamento di valori, così, almeno lo si spera, smetteranno di boccheggiare a vuoto durante i dibattiti televisivi.

La «Mappa dei valori» è uno sciroppo iperglicemico di bei sentimenti e cenni moraleggianti. Un amalgama zuccherosa di banalità senza futuro né concretezza. Un testo di angelologia sarebbe più pregnante, più denso di significato. Probabilmente è stato scritto da una macchina benevola, una intelligenza artificiale che ha letto decenni e decenni di libri sul «Positive Thought». Dubitando dell’esistenza di questo HAL 9000 impegnato a rendere più buoni gli uomini, il ragazzo che ha scritto quei punti non supererebbe il Test di Turing.

Di una cosa possiamo essere certi, le Sardine sono prive del benché minimo senso dell’umorismo, rileggendosi dovrebbero ridere. Ma non ridono, semmai sghignazzano nei talk show, rimangono sempre impassibili, cercano di darsi un’aria seria. Al punto uno del decalogo-farsa leggiamo: «I numeri valgono più della propaganda e delle fake news».

La domanda sorge spontanea: quali numeri? Quelli dell’economia? Quelli dello share di Che Tempo Che Fa? Se per numeri intendono le percentuali di voto dei partiti, allora sono messi male visto che la coalizione di centrodestra sfiora il 50% dei consensi.

Al punto due si propongono di «cambiare l’inerzia di una retorica populista» attraverso «arte, bellezza, non violenza, creatività e ascolto». Curiosa solfa. Dove sono finiti i numeri, le tabelle, i grafici e le cifre? Al punto uno erano Massimo Giannini da Floris, al punto due sono Gandhi dopo la lettura di Tolstoj. Ovviamente, e non poteva essere diversamente, si ciancia di «ascolto».

Peccato che le stesse Sardine in un manifesto precedente, rivolgendosi ai populisti abbiano scritto: «non avete il diritto di essere ascoltati». Quando parlano i populisti sono affetti da ipoacusia improvvisa, meglio nota come «perdita momentanea dell’udito». Scrivono anche di «arte» queste sardine inscatolate, probabilmente ignorano che i «compañeros antifascisti», nel resto del mondo, abbattono statue e coprono dipinti in nome della loro morale neopuritana e filoislamica (nella metro di Londra hanno censurato i ritratti di Egon Schiele).

Dopo averci parlato di creatività e arte, ritornano razionalisti, ecco a voi il punto tre: «La testa viene prima della pancia, o meglio, le emozioni vanno allineate al pensiero critico».

Quale pensiero critico? Quello impiegato per ritagliare un sardina di carta stando attenti a non portarsi via un dito? Cosa c’è di «critico» in chi ritiene che il principale problema italiano sia il fascismo? Nulla. Al punto quattro leggiamo: «Le persone vengono prima degli account social». Non sono Sardine, sono spacciatori di convenzionalità un tanto al chilo. Da banali diventano bugiardi al punto sei, dove scrivono: «nessun insulto, nessuna violenza. Siamo inclusivi». Viene da chiedere: ma non eravate voi che scandivate in piazza «odio la Lega, odio Salvini»?

Le emozioni ritornano prepotentemente al punto otto, una specie di confessione: «Siamo vulnerabili e accettiamo la commozione nello spettro delle emozioni possibili, nonché necessarie. Siamo empatici». Che candidi fiocchi di neve. Loro non sono le rudi bestie populiste, ma elfi fragili e delicati. Hanno un grande cuore, sono filantropi generosi. Sono cowboy e cowgirl che sparano revolverate di dolcezza e virtù.

Il punto nove tocca una delle vette più alte della catena montuosa del ridicolo: «Riconoscere negli occhi degli altri, in una piazza, i propri valori, è un fatto intimo ma rivoluzionario». Sembra una frase uscita da un libro di Emmanuel Lévinas, ma molto più pedestre del filosofo francese.

Il punto dieci si conclude in modo stucchevole: «Occorrono speranza e coraggio», sul serio? Magari anche forza di volontà e amore per il prossimo. Il decalogo delle Sardine ci dice chiaramente cosa c’è nel loro cuore, una Disneyland farlocca dove la realtà se ne sta rannicchiata.

Il loro cuore arde di sentimentalismi di seconda mano, di piccole virtù da attempate catechiste, di retorica sul volontariato alla mensa dei poveri. Le Sardine non fanno politica, fanno smancerie. Hanno messo in piedi il «Circo del Cuore d’oro», sono fanatici della bontà esaltati dai mass media. Coi buoni sentimenti non si è mai fatta grande letteratura, figuriamoci grande politica.

 

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