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Perché non sono un populista

dicembre 9, 2019 • Cultura e Società, z in evidenza

 

by Daniel Pipes – 

Il populismo ha fatto passi da gigante in Occidente. Ma è fuorviante e spero che fallisca.

Non esiste una definizione standard per il termine populismo, ma questo vocabolo annovera sempre una certa denigrazione dei ricchi e dei potenti, elogiando piuttosto le innocenti e virtuose persone comuni. I populisti attribuiscono le turpi motivazioni egoistiche all’élite avida, privilegiata e sfruttatrice. Se solo la  classe rurale si mobilitasse, argomentano i populisti, potrebbe espellere la classe dominate, rimpiazzarla e rivendicare la parte che le spetta di diritto.

Il populismo ha versioni di Destra e di Sinistra, guidate, negli Stati Uniti, rispettivamente da Bernie Sanders e da Donald Trump. La Sinistra in genere focalizza l’attenzione sul denaro (si pensi ad esempio al movimento di protesta Occupy Wall Street che si oppone all’1 per cento della popolazione mondiale più ricco di tutti gli altri e si pensi anche alla “classe dei miliardari” presa di mira da Sanders), mentre la Destra attacca l’influenza degli insider (la “palude” del Tea Party e lo “Stato Profondo” di Steve Banner). Molto occasionalmente, concordano su un nemico comune, come i globalisti.

Il populismo non ha bisogno di fare affidamento sulle teorie cospirazioniste, ma spesso lo fa, poiché queste spiegano accuratamente come una minoranza così piccola possa godere di tale ricchezza e influenza. Allo stesso modo, non necessariamente ricorre all’antisemitismo, ma esiste costantemente la tentazione di additare gli ebrei come ricchi, bene ammanigliati, o entrambe le cose.

Io non sono un populista. Non incolpo i ricchi o i burocrati per i nostri problemi; piuttosto, biasimo la Sinistra.

Per due secoli e mezzo, la Sinistra è stata una fonte di idee terribili, soprattutto il socialismo, ma anche tante altre cose, tra cui: il buon selvaggio, enfatizzare l’uguaglianza più che la libertà, il progressismo, lo Stato amministrativo, lo slogan “il personale è politico”, i cambiamenti climatici sono antropici, il senso di colpa bianco, il matrimonio per tutti e il movimento “Childfree” [costituito da uomini e donne che hanno deciso di non avere  mai figli nella vita, N.d.T.].

Alcuni miliardari e senatori, di certo, abbracciano queste cattive idee, ma molti no. George Soros e Elizabeth Warren approvano tali idee, mentre Sheldon Adelson e Ted Cruz non le condividono. Il problema non è qualcuno che ha potere o ricchezza, ma il suo punto di vista. Pertanto, è un errore attaccare indiscriminatamente l’élite.

Inoltre, l’élite svolge ruoli necessari: i più ricchi hanno guadagnato i loro soldi producendo benessere e il governo deve fare affidamento sui burocrati per funzionare. Distruggerlo crea danni irreparabili; basta guardare al Venezuela per un esempio e immaginare quale danno arrecherebbe il  populismo di sinistra di Jeremy Corbyn nel Regno Unito (“I super ricchi di preparano a lasciare il Regno Unito ‘in pochi minuti’ se il Partito Laburista vincesse le elezioni”, recita un titolo di giornale.)

La Corte Suprema mostra anche i limiti della rabbia populista. Quasi per definizione, i candidati al massimo organo del potere giudiziario degli Stati Uniti arrivano dagli ambienti più colti e dai circoli elitari. (G. Harrold Carswell decise questo nel 1970.) Il privilegio e la mediazione di un giudice contano infinitamente meno del suo buon senso e della sua capacità di esprimere idee.

Di recente, mi sono divertito un po’ in una lettera al direttore. Riguardava un articolo di Christopher DeMuth apparso sulle pagine della Claremont Review of Books, rivista diretta da Charles Kesler. Nel saggio, DeMuth introduce due tipi ideali che l’autore chiama Anywheres (“persone che sono cosmopolite, istruite, mobili e introdotte”) e Somewheres (“persone radicate… nelle loro famiglie, nei loro quartieri, nelle loro associazioni e nelle loro religioni”). Era tutto molto convincente tranne per il fatto che DeMuth, l’autore, Kesler, il direttore, e il sottoscritto, il lettore, siamo degli Anywheres (tutti e tre abbiamo conseguito una laurea a Harvard) che abbracciano convinzioni di tipo Somewhere. Gli stereotipi sono ancora una volta fuorvianti.

Trump (che si è laureato all’Università della Pennsylvania nel 1968 ed è  275° nella classifica di Forbes dei più ricchi d’America) è considerato un populista parziale. Ecco perché Bannon, deluso da questo, ha rapidamente lasciato l’amministrazione Trump. Il presidente americano attacca i media d’élite e le agenzie di intelligence, ma non i ricchi (beh, ovviamente no, visto che è uno di loro) né gli ebrei (anche se è facile immaginare l’esplosione dei suoi stereotipi latenti).

Il populismo è una semplice risposta a un problema complesso. Come il razzismo, attribuisce erroneamente una caratteristica a una popolazione diversificata. Come il razzismo, è un impulso ignorante e dannoso che, basato su una menzogna, soddisfa gli istinti. Non può risolvere i problemi, ma ne crea solo di nuovi.

Non siete soddisfatti della direzione in cui stanno andando gli Stati Uniti? Allora focalizzate la vostra attenzione sul vero problema: l’élite di sinistra – i politici, i burocrati, i giornalisti, gli intellettuali, gli insegnanti, gli artisti e altri. La Sinistra ci ha portato l’Unione Sovietica, la Cina comunista e le tragedie di Cuba, della Cambogia e del Vietnam. Oggi, sta rovinando attivamente l’Europa. La Warren vuole imporre una tassa sulla ricchezza, vietare il fracking idraulico, creare un monopolio governativo sull’assistenza sanitaria e abolire il Collegio elettorale.

Quindi, occorre essere intelligenti e opporsi alla Sinistra, non all’élite.

Traduzione di Angelita La Spada – http://it.danielpipes.org/

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