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Nessuna certezza

dicembre 5, 2019 • Mondo, z in evidenza

di Davide Cavaliere –

Di lui sappiamo solo che si chiama Anas K. Giace dolorante e ustionato in un letto d’ospedale di Lione. Corre sul filo della morte, se sopravvivrà sarà sfigurato per sempre e nessuna ragazza vorrà baciare mai più quelle carni arrostite.

Anas ha 22 anni, è nato nel 1997, due anni dopo di chi scrive. Un mese fa si è trasformato in una torcia umana davanti all’edificio universitario di Lione, Anas vi studiava scienze politiche. Si è imbevuto di liquido infiammabile e si è incendiato. È avvampato come una torcia immersa nel bitume. Chi brucia non grida a lungo, le fiamme sciolgono le corde vocali e il dolore diventa muto. Quello di Anas è stato un gesto politico, non era un depresso, era impegnato in attività sociali. Su Facebook ha lasciato una specie di testamento, un’accusa, un’anatema:

«Oggi commetto l’irreparabile. Scelgo l’edificio universitario non a caso: ho preso di mira un luogo politico, il ministero della ricerca e dell’università e per estensione il governo».

Poi spiega che non ha superato un esame e per questa ragione ha perso la borsa di studio: «Ma anche quando l’avevo, 450 euro al mese, bastano per vivere?». Domanda retorica. Sembra di sentir parlare un uomo consumato dalla vita, ma è un giovane di 22 anni. Sono interrogativi disperati: «Dobbiamo continuare a sopravvivere come facciamo oggi?». Perché nell’Europa del mercato comune si sopravvive, i contratti a tempo determinato e le borse di studio sono un sostegno momentaneo messo sotto i piedi di un impiccato. Permettono di respirare un po’, con fatica.

Il testamento di Anas prosegue con appelli al socialismo e al sindacato, ma l’accusa che scaglia va dritta al bersaglio, una pallottola che corre nello spazio senza attrito: «Io accuso Macron, Hollande, Sarkozy e la UE di avermi ucciso creando questa incertezza sul futuro di tutti noi». Conclude con un appello che sembra uscito dai manifesti della Guerra Civile Spagnola: «Il mio ultimo desiderio è che i compagni continuino la lotta. Viva il socialismo, viva l’autogestione, viva la sicurezza sociale».

Anas è la vittima di un modello economico profondamente sbagliato e nemico dell’Uomo. Gli esseri umani non sono fatti per essere sempre in moto, hanno bisogno di sicurezza, di una casa, di un radicamento. La precarietà in nome della competitività distrugge le nostre esistenze. Una precarietà che monta di riforma in riforma. Nella Francia di Anas, il governo di Macron taglia le indennità di disoccupazione e spinge milioni di persone ad accettare un salario da fame, a prendere i mini-lavori come manna dal cielo e ad avere come orizzonte il solo fine mese.

Viviamo nei dickensiani tempi difficili, segnati dalla concorrenza, dalla vanità, dalla produttività disperata, dal consumo coatto. La vicenda di Anas ricorda quella di Michele, il giovane friulano che tre anni fa si tolse la vita a causa della precarietà. Michele lasciò una lettera dall’incipit folgorante e struggente: «Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi». In un crescendo di disperazione confessava:

«Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità».

Anas e Michele sono i perdenti della globalizzazione. Venga loro risparmiata la vuota retorica del «se puoi sognarlo, puoi farlo». Lo stato generale delle cose è inaccettabile. La civiltà europea affoga nei suoi orrori economici, culla milioni di vite fallite nell’illusione della ricchezza solo per spremere da loro il maggior grado di produttività. La promessa di un potere d’acquisto maggiore serve a oliare gli ingranaggi umani della macchina mercantile. A volte, gli uomini-ingranaggio si sbeccano e saltano, ma la macchina procede indifferente.

Nemmeno le televisioni trovano il tempo di ricordare queste vite schiacciate dall’economia. Alcuni muoiono di terrore dinanzi al cambiamento perpetuo, al continuo doversi adattare alle esigenze del mercato, al capitalismo dell’incertezza, al denaro che si svaluta, all’angoscia da curare con pasticche di serotonina.

Stiamo morendo di concorrenza, di euro, di banche, di delocalizzazioni, di lavoro, di pubblicità. Fermiamo il rullo compressore dell’economia prima che schiacci tutto. «Poi tutto si placa, non ci sono altro che erbe agitate dal vento. Il trionfo della vegetazione è totale» scrive Michel Houellebecq ne «La carta e il territorio». Trionfo totale della vegetazione, nessuna traccia della specie umana, questo sarà il paesaggio del mondo post-capitalista.

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