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In punta di coltello

dicembre 1, 2019 • Agorà, z in evidenza

 

di Davide Cavaliere –

Poiché non sono ancorate al reale, le ideologie sono destinate a cadere sotto i colpi di scure degli eventi. I fatti sono un boia che ama il proprio lavoro, i realisti un pubblico che assiste impressionato e terrificato all’esecuzione dell’utopia. Non c’è gioia nel pubblico, solo l’idea che «giustizia è fatta». Le ideologie hanno una durata della vita variabile, che dipende dal loro grado di astrattezza, ma crollano sempre sotto il peso delle loro menzogne.

Il mondo «vero» non tollera di essere nascosto troppo a lungo, come un’antica creatura dormiente, prima o poi, si sveglia e si scrolla di dosso chi si era illuso che avrebbe dormito per sempre.

A volte il reale si sveglia a fremiti e singulti, che fanno tremare il castello di carte e parole dell’ideologia. È esattamente quello che sta accadendo oggi in Europa, gli ideologi e le oligarchie cresciute all’ombra dei loro sofismi si stanno scontrando pesantemente col reale, riportando ferite, ossa rotte e traumi. Euro, Unione europea, immigrazione, società aperta, elezioni e referendum tutto sta andando controcorrente, nel verso opposto al senso di marcia che i futurologi al potere credevano di aver divinato nella Storia.

Gli accoltellamenti jihadisti di Londra e dell’Aia sono gli ennesimi eventi che testimoniano contro la grande ideologia del nostro tempo: il multiculturalismo. La convinzione che sia possibile far convivere nazionalità, religioni e costumi differenti in un unico spazio sociale si sta disgregando poco a poco.

Dopo il muro di Berlino, simbolo cementizio dell’illusione comunista, crolla la società multiculturale e colorata. La società dei free hugs, dei giovani «aperti» che non si sono accorti di star stringendo al petto un barbuto tagliagole islamico. Dalla strage di Charlie Hebdo fino ai pugnalati di oggi, l’Islam coccolato coi Diritti dell’Uomo miete vittime e sfalda le nostre società.

Dopo ogni macelleria umana compiuta sotto l’egida di Allah, i benpensanti, i vincenti della globalizzazione sono scesi in piazza con pastelli, coriandoli, cartelli e buoni propositi. Sono scesi in strada, hanno riempito le arterie urbane per chiedere più multiculturalismo, più accoglienza, più immigrazione e meno «islamofobia», una parola coniata da islamisti e usata da codardi, disse una volta Christopher Hitchens.

Insomma, hanno preteso a gran voce la propria morte per mezzo di coltelli, pneumatici, AK-47, bombe a mano o coi chiodi. Le schiere angeliche della correttezza politica ci tengono proprio a essere ammazzate, rischiano di essere accontentate a ogni Natale. Da quelle parti, fra quelli che applaudono Tariq Ramadan e leggono Tahar Ben Jelloun, l’immigrato (soprattutto se islamico) non è mai «veramente» colpevole o consapevole. Ma è a sua volta una vittima del razzismo esplicito ed implicito, un frustrato dal colonialismo di duecento anni fa e avremo sempre un «educatore» che verrà a spiegarci le radici sociali del terrorismo.

Cosa non si fa per non vedere. Le televisioni e i giornali faranno gara di occultamento, rideremo leggendo e udendo le piroette verbali e le trovate lessicali che impiegheranno pur di non dire «terrorista islamico» o «immigrato musulmano».

Ci somministreranno la solita farsa giornalistico-psichiatrica dello «squilibrato», che ci farà presumere un tasso anormale di malati di mente nelle comunità musulmane. Troveranno uno psichiatra a là Paolo Crepet che ci spiegherà anche quello, citando gli studi «fondamentali» di una qualche università americana collocata tra l’Indiana e il Massachusetts.

Il musulmano è l’eterno bambino malmenato dall’eterno bullo, l’occidentale razzista e nazionalista. Niente di più falso. Oggi come ieri e come per molto tempo ancora, sarà l’Islam a parlare il linguaggio della violenza, delle armi, della conquista e del razzismo anti-bianchi. Il vero motore del terrorismo sarà la fede islamica, da sempre dottrina teopolitica orientata all’imposizione della Sharia e alla trasformazione del mondo in una Umma dai minareti arabeggianti.

Questa è la verità che il multiculturalista non vuole vedere, per le legioni dalle braccia aperte e il senso critico spento, l’Islam è solamente una religione di pace e l’immigrato solo una vittima. Nei prossimi giorni, ipocritamente, piangeranno queste vittime ma, ci inviteranno a non dimenticare la Palestina occupata da Israele, la guerra in Iraq e la crisi dei profughi.

Dal fardello dell’Uomo bianco siamo passati al peccato dell’Uomo bianco, inemendabile e incancellabile forse, causa stessa dell’attuale terrorismo. I buoni ancora una volta presteranno il fianco all’Islam radicale e assassino. Un tempo, durante la Guerra Fredda, c’era una definizione per questa gente: «utili idioti».

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