MENU

I primi apologeti dell’islamismo in America

novembre 27, 2019 • Paralleli, z in evidenza

di Daniel Pipes – 

Washington Times November 20, 2019

 

I buoni, giusti e gentili Stati Uniti amano ricoprire il ruolo di protettori dell’Islam. L’establishment enfatizza diversi motti benevoli e semplicistici, come: Non c’è scontro di civiltà. Il terrorismo non è islamico. l’Islam è compatibile con gli ideali americani. Aggiunge qualcosa alla vita americana. Gli americani devono imparare ad apprezzare l’Islam.

Da dove sono scaturite queste opinioni che ignorano completamente la miriade di problemi associati all’Islam nelle sue relazioni con i non musulmani, dal jihad alla dhimmitudine (vivere come cittadini di seconda classe)? Non dall’importante documento americano del 1796 che promette di non nutrire  “alcun pregiudizio di inimicizia contro le leggi, la religione o la tranquillità dei mussulmani”, per garantire la neutralità e non il nepotismo.

In realtà, questo patrocinio risale al luglio 1979 e al lancio di un’iniziativa ormai dimenticata, ma un tempo grandiosa, chiamata “National Committee to Honor the Fourteenth Centennial of Islam” [Comitato nazionale per rendere omaggio al XIV centenario dell’Islam] (in breve, Islam Centennial Fourteen [XIV centenario dell’Islam], o ICF. Celebrando l’inizio del secolo islamico, il 21 novembre 1979, il comitato sperava di contrastare le crescenti tensioni con il nuovo governo rivoluzionario dell’Iran.

 L’obiettivo dell’ICF sarebbe stato quello di “promuovere tra gli americani un maggiore apprezzamento delle conquiste culturali della civiltà islamica”. Avrebbe fornito informazioni su “l’arte e l’architettura [dell’Islam], sui suoi costumi e sulle sue cerimonie, sulle sue lingue e letterature, sulle sue popolazioni e sulle loro filosofie”. Avrebbe sponsorizzato un film documentario intitolato Islam, avrebbe patrocinato una tavola rotonda sulla televisione nazionale, una mostra itinerante dal titolo “Patrimonio dell’Islam”, libri e un ciclo pluriennale di conferenze.

Uno  straordinario gruppo di esponenti dell’establishment ha accettato di unirsi al board dell’ICF, tra cui i parenti dei presidenti statunitensi, ex segretari di gabinetto, uomini d’affari, leader religiosi e una brillante schiera di esponenti della cultura. I presidenti di grandi aziende con principali interessi in Medio Oriente, come Exxon, Mobil, Fluor e Bechtel, facevano parte del comitato e fornirono gran parte dei suoi finanziamenti.

A partire dal presidente Carter, il governo americano appoggiò e plaudì calorosamente l’ICF: “È importante che i programmi del vostro Comitato godano dell’appoggio e della partecipazione di quanti più americani possibile. (…) Incoraggerò il coinvolgimento. (…) Avrete il mio continuo interesse e sostegno”. Il  presidente Reagan espresse la speranza che “il popolo americano si avvarrà pienamente della grande esperienza che questa mostra offre” e il vicepresidente George H.W. Bush inaugurò la mostra itinerante. Le attività dell’ICF beneficiarono di  finanziamenti federali, statali e locali.

Una celebrazione di gala alla National Gallery of Art tenutasi l’ultimo giorno dell’anno islamico 1399 (equivalente al 20 novembre 1979) avrebbe dovuto inaugurare la campagna di pubbliche relazioni. Ma la presa di ostaggi, il 4 novembre 1979, nell’ambasciata americana a Teheran, azione perpetrata in nome dell’Islam, interferì, causando l’annullamento dell’evento inaugurale. Ancora peggio, il 21 novembre, il primo giorno del 1400, una folla inferocita incendiò l’ambasciata americana in Pakistan, come vendetta per l’immaginaria complicità americana nell’assedio della Grande Moschea alla Mecca.

Questa combinazione tossica mandò l’ICF in un letargo dal quale non si riprese mai, come  ammise mestamente il direttore esecutivo dell’Islam Centennial Fourteen, William R. Crawford Jr., “noi non volevamo affrontare un ambiente ostile”. Tuttavia, Crawford cercò di ignorare la difficile realtà, affermando erroneamente che “l’ayatollah Khomeini ha detto di aver agito in nome dell’Islam, ma ovviamente non era così”. Tale apologetica convinse pochissime persone e l’affermazione dell’ICF, secondo cui i musulmani e gli americani condividono “concetti fondamentali come la non violenza e la fratellanza tra tutti i popoli del mondo”, divenne temporaneamente insostenibile. L’ICF finì in un  meritato dimenticatoio.

Ma se l’Islam Centennial Fourteen ha perso la battaglia, ha vinto però la guerra. Ha dato il via a modelli istituzionali ancora esistenti quarant’anni dopo, quali: nascondere i problemi associati all’islamismo (come ad esempio ha fatto Hillary Clinton); ribadire che gli americani sono responsabili dell’animosità musulmana nei loro confronti (il discorso pronunciato al Cairo dal presidente Obama); negare le motivazioni islamiche dietro la violenza (la negazione che circonda l’ISIS); stabilire un precedente  per il governo statunitense nella  promozione dell’Islam (come costruire moschee a spese dei contribuenti).

Un’osservazione in merito a quest’ultimo punto. Di certo, l’ICF ha aggirato ufficialmente la religione (“un maggiore apprezzamento delle conquiste culturali della civiltà islamica”), ma il suo obiettivo è sempre stato l’Islam, e non i tappeti persiani. I finanziamenti da parte dei contribuenti hanno sollevato questioni costituzionali in merito alla separazione fra Stato e Chiesa che ancora oggi non hanno avuto adeguata risposta.

Le origini degli sforzi odierni dell’establishment finalizzati a ignorare i fatti innegabili dell’imperialismo islamico e della bellicosità iraniana risalgono esattamente a quarant’anni fa; gli americani vivono in un Paese plasmato da pregiudizi e interessi nati in un momento di crisi. Quando, oh, quando eluderemo questa mentalità ottenebrata?

Traduzione di Angelita La Spada http://www.danielpipes.org/

 

 

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »