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Sulla via dell’Emilia

novembre 20, 2019 • Politica, z in evidenza

di Stefano Bonacorsi –

Mettetela come vi pare, ma le elezioni del 26 gennaio in Emilia-Romagna, non saranno, per forza di cose, solo un elezione locale. Prova ne sia il fatto che ieri sera, su Rai Tre, i principali sfidanti per la Regione, Stefano Bonaccini, presidente Pd uscente della Regione, e Lucia Borgonzoni, candidata in quota Lega per il centro destra, si sono confrontati in diretta da Bianca Berlinguer al suo programma Cartabianca.

Non si sa se è la prima volta che due candidati a una elezione regionale si confrontano in diretta tv nazionale, di sicuro è la prima volta per l’Emilia-Romagna. Fidatevi, lo scrivente, un emiliano doc, cinque anni fa, alle prime elezioni anticipate della sua storia (si votò a novembre 2014) le elezioni locali non se le filò quasi nessuno, poco risalto anche mediatico anche se ci fu chi disse, dato l’alto astensionismo, che si voleva mandare un messaggio all’allora Presidente del Consiglio Renzi.

Sì perché cinque anni fa, Bonaccini vinse col 49% (prima volta sotto la soglia psicologica del 50% per un candidato di sinistra) ma su una percentuale di votanti del 37%. C’è da scommettere che a gennaio l’affluenza sarà decisamente più alta.

Così come c’è da scommettere che, chiunque vinca, niente sarà più lo stesso. Se vincerà Bonaccini, vincerà perché è Bonaccini, vincerà la persona pur se legata al Pd, ma non vincerà perché del Pd.

Lo stesso valga per la Borgonzoni, che ha dimostrato di saper reggere il confronto (chissà magari con una conduttrice meno schierata…), pur senza dare stoccate ma riuscendo a innervosire l’avversario e soprattutto, dimostrando di non essere solo al traino di Salvini, che potrà essere un fattore in più per lei, quando invece Bonaccini, è costretto a dissociarsi dal suo partito se non vuole perdere la faccia, oltre alla regione.

L’attenzione che viene posta su quella che a oggi è la locomotiva d’Italia è, lasciatecelo dire, quasi sconvolgente. Nemmeno ai tempi del terremoto l’attenzione si può dire fosse così alta. E il terremoto (perché in ogni caso terremoto sarà) avrà una portata storica.

Chiunque vincerà, nelle ex terre ducali di Parma e Modena, e nelle ex legazioni pontificie, vincerà probabilmente con poco scarto e amministrerà una regione divisa. In ogni caso sarà un segnale forte per un governo ogni giorno sempre più traballante, per un parlamento che rappresenta solo se stesso, e un Presidente della Repubblica che non potrà più fare finta che il sentimento nel paese non sia cambiato.

Non si tratta solo di un simbolo del potere rosso che rischia di colorarsi di verde, ma di una regione con quasi cinque milioni di abitanti, un’economia importante, raccordo tra nord e sud del paese. Una delle regioni che, non a caso, assieme a Veneto e Lombardia ha chiesto maggiore autonomia rispetto a quella che già lo stato concede.

Una regione in cui non è in atto un cambiamento culturale, perché i suoi cittadini che, in maggior parte, non vanno né al Paladozza, né in piazza con le sardine, ma vanno a lavorare, si spostano, vivono, studiano, pensano al futuro.

Se volete un’immagine dell’emilianità, cercatela nei racconti di Guareschi, nel film di Peppone e Don Camillo, o in quella sintesi che scrisse Edmondo Berselli in “Quel gran pezzo dell’Emilia”.

Gli emiliani non cambiano modo di pensare, ma cambiano chi rappresenta il loro pensiero. E’ bene ricordare che prima ci fu il socialismo, poi il fascismo e successivamente il comunismo, come pensiero dominante in queste terre.

Un’idea a far da sfondo a un’identità. Il 26 gennaio non cambierà l’identità degli emiliani, semmai la loro tradizione politica. Ma, vada come vada, l’Emilia non è l’Umbria, l’Abruzzo, la Basilicata, il Piemonte, la Sardegna o il Friuli.

Un confronto televisivo nazionale su un’elezione locale dimostra che la posta in gioco è altissima. Dopo il 26 gennaio, il paese vorrà comunque delle risposte.

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