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La mancanza di strategie della politica estera in Italia

novembre 17, 2019 • Politica, z in evidenza


di Davide Cavaliere –

I miliziani dell’ISIS hanno rivendicato l’attentato compiuto a danno dei militari italiani di stanza a Kirkuk come addestratori. Attentato non casualmente compiuto a due giorni dall’anniversario della strage di Nassiriya, nel quale persero la vita ben venticinque militari italiani. Il recente attentato ha causato il ferimento grave e la mutilazione di cinque soldati, rapidamente trasportati con elicotteri Usa nell’ospedale di Baghdad.

L’attacco rappresenta un colpo di coda dello Stato islamico, che ha perso terreno, uomini e capo, il califfo del terrore Al-Baghdadi (ucciso nei pressi di Idlib dalle forze americane). Ma è anche la prova che le cellule jihadiste non sono state debellate e rimangono radicate nell’ombra pronte a colpire con metodi non convenzionali. Applicando quelle tecniche di guerriglia ampiamente impiegate nel corso della seconda guerra in Iraq e in Afghanistan.

Di ancor più difficile gestione risulta essere il «fronte interno», le missioni all’estero dei militari italiani incontrano una costante e diffusa opposizione, che rischia di minare il morale delle truppe e inficiare la precaria credibilità dell’Italia all’estero, conquistata attraverso la partecipazione del Paese alla missione internazionale anti-terrorismo Enduring Freedom, alla successiva missione Isaf International Security and Assistance Force e alla gestione post-conflitto dell’Iraq.

I principali avversari dell’impegno bellico internazionale sono i partiti di sinistra, anche moderata, e le organizzazioni umanitarie, che sembrano non aver ancora compreso la fondamentale funzione delle suddette missioni. Il pacifismo ingenuo della sinistra italiana affonda le sue radici nel neutralismo dei socialisti e nel Manifesto di Zimmerwald. Manifesto che denuncia la guerra come attività capitalistica orientata all’accaparramento delle risorse e allo sfruttamento del lavoro umano.

Le operazioni militari condotte a fianco dell’alleato americano vengono viste come attività di sostegno all’imperialismo economico statunitense. Il retaggio marxista induce i politici e gli analisti di sinistra a dare una lettura economicista dei conflitti e del terrorismo, un riduzionismo che non rende giustizia alla complessità del mondo e delle relazioni internazionali. Giorgio Israel ha scritto in merito:

«Secondo gli orfani del marxismo, un conflitto o una crisi non può mai accadere se non vi è “dietro” una questione di controllo del petrolio o del gas, oppure un intervento (comunque losco) delle “multinazionali” o del Fondo Monetario Internazionale. Dal socialismo “scientifico” – una scientificità priva di basi serie ma che aspirava comunque al rigore razionale – si è passati così al socialismo moralistico e dietrologico. La vera chiave di spiegazione di ogni evento è in termini di complotto: scoprire chi c’è “dietro” e che cosa sta tramando».

La sinistra tende a ignorare i temi della sicurezza nazionale, del prestigio internazionale, della geopolitica e riduce tutto a una riflessione anacronistica sull’avidità del capitalismo, spesso accompagnata da un antiamericanismo desueto e chiassoso. La condanna degli Usa e dell’unilateralismo americano si accompagna a un multilateralismo utopico, la sinistra sovrastima il ruolo dell’Onu e della Ue, spesso in alternativa agli Stati Uniti, condannandosi a un immobilismo condito di slogan sulla prudenza e su una generica «pace».

La destra italiana sembra più dinamica, più pronta a sostenere l’alleato atlantico nella lotta contro il terrorismo islamista e meno propensa al taglio delle spese militari. Va detto però, che in generale la politica estera italiana rimane macchinosa e poco chiara. Mancanza di strategie, assenza di ambizioni nazionali, atteggiamenti ondivaghi producono una inerzia decisionale guardata con sospetto dagli alleati. A tutto ciò va aggiunta la cronica scarsità di risorse destinate alla Difesa, che spinge i governi a non impegnarsi in missioni dispendiose e per nulla remunerative sul piano elettorale.

La questione dello «scontro di Civiltà» dovrebbe essere una bussola per l’Italia, che metta fine alle sue perenni indecisioni e la spinga a impegnarsi realmente in una difesa dell’interesse nazionale e dell’identità occidentale. Altrimenti, non le resta che continuare a essere un grande albergo mondiale votato solo al turismo e alla buona cucina.

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